HYBRID ARCHIPELAGO » Intervista a Camillo Pasquarelli

Hybrid Archipelago fornisce una mappatura provvisoria, consentendo un confronto tra le diverse pratiche artistiche sviluppate delle giovani generazioni italiane all’estero. La rubrica cerca di trarre alcune conclusioni che potrebbero essere rilevanti per la scena artistica contemporanea muovendosi nelle riflessioni degli artisti, tra ricerche spesso parallele ai luoghi dove hanno deciso di trasferirsi sviluppando una mappa in divenire nella quale confluiscono i saperi.
Questo mese mi confronto con Camillo Pasquarelli (Roma, 1988), uno dei venti fotografi internazionali scelti per FOAM Talent 2020. Pasquarelli è da sempre interessato a sviluppare progetti a lungo termine che utilizzano la fotografia come strumento di conoscenza ibrido che segue l’approccio autoriflessivo dell’antropologia.
Una reazione capace di innescare una costellazione è alla base stessa di questa rubrica. Queste conversazioni sono inquadrate per fare emergere la scena degli artisti e fotografi giovani italiani che lavorano in pianta stabile all’estero, o trascorrono lunghi periodi all’estero.
Le geografie ibride che si formano e il loro vocabolario creano un arcipelago di ricerche collegate e/o intrecciate. In architettura l’approccio del pensiero arcipelagico è una reazione al predominio delle modalità di indagine continentali.


Spesso le tue ricerche sono collegate, come utilizzi questo approccio di pensiero nel quale si espande l’arcipelago? Da dove partono e si diramano le radici del tuo lavoro?

Mi rivedo in questo approccio se ripercorro alcuni passaggi degli ultimi anni della mia carriera durante i quali ogni progetto è sempre stato legato a quello precedente: per continuità geografica o analogia tematica, ma a volte il collegamento è avvenuto anche per rottura o per discontinuità.
È sempre rimasto centrale un approccio autoriflessivo che mette continuamente in discussione la mia voce e il mio punto di vista, insieme a una preziosa lezione tratta dalla mia formazione in antropologia dove lo studio e il confronto con “l’alterità” determinano anche una maggiore conoscenza di noi stessi, come soggetti e collettività culturale.

Può essere in qualche modo incanalata in questi termini la tua scelta di andare in Kashmir e di realizzare Monsoons never cross the mountains; un viaggio visivo attraverso la lotta di un popolo, nel quale rappresenti il paesaggio emotivo della valle del Kashmir attraverso gli occhi dei bambini. Ce ne puoi parlare?

Il Kashmir è un territorio conteso da India e Pakistan fin dal 1947; oggi una delle zone più militarizzate al mondo.
Ho iniziato a lavorare in questa regione nel 2015 per la mia tesi di laurea in Antropologia riguardo la dimensione emozionale del movimento separatista kashmiro. All’inizio la fotografia era solo un mezzo per collezionare appunti visivi ma presto si è imposto come il mio medium di riferimento e mi ha spinto a tornare negli anni successivi.
Il titolo del libro è tratto da un verso del poeta kashmiro Agha Shahid Ali che descrive la differenza del clima locale – grazie alle montagne intorno alla valle – rispetto all’alternarsi della stagione secca e della stagione delle piogge monsoniche nel resto dell’India. Mi è sempre sembrata una potente metafora della “naturale” repulsione al progetto nazionale indiano.

Monsoons never cross the mountains è un tentativo di rappresentare in maniera inedita, attraverso metafore, visioni distorte e oniriche, un territorio troppo spesso intrappolato in limitate ricostruzioni giornalistiche.
Alcuni quesiti mi hanno accompagnato durante questa ricerca:Come rappresentare una zona di conflitto? Come fotografare la violenza e la sofferenza dal punto di vista di un privilegiato uomo bianco europeo? Come gestire la “violenza” del mio sguardo? E, in definitiva, qual è il rapporto tra l’immagine e lo spettatore quando si rappresenta la violenza? Come si è sviluppata la serie?

Queste domande mi hanno spinto a compiere un’opera di rimozione dalle mie immagini di tutti quelli che considero gli stereotipi visivi della fotografia documentaria. Abbandonando così il bisogno di ricercare delle immagini informative ho potuto affidarmi a una pratica più innocente lasciando che il mio corpo fosse l’unico filtro emotivo di fronte a quello che vedevo: il corpo come esperienza del mondo e come strumento di ricerca.

D’altra parte, trovavo autoreferenziale un progetto che fosse solo “il mio punto di vista sul Kashmir”. Ecco, quindi, che il punto di vista dei bambini mi offriva un più specifico posizionamento permettendomi di creare un paesaggio emotivo dove la realtà non viene percepita in maniera razionale, restituendo un senso di disorientamento e un’esperienza onirica. Proprio come la visione dei bambini che non è ancora socializzata, che non possiede ancora tutte le griglie interpretative che la società ci fornisce. Uno sguardo inquieto che accompagna l’intero lavoro, mantenendo un certo livello di claustrofobia e decontestualizzazione.

In sostanza, questo progetto rappresenta un dialogo critico con la fotografia documentaria tradizionale (e quella di conflitto), mettendo in discussione il postulato della fotografia come documento oggettivo della realtà, sposando una visione auto-riflessiva e dichiarano apertamente la proprio autorialità.

Quanto è importante il lavoro preparatorio? Le tue foto sono premeditate o istintive?

Per tutti i miei progetti, il lavoro preparatorio è un passaggio imprescindibile e fondamentale. Esplorare la bibliografia di riferimento, raccogliere dati e parlare con degli esperti per avere diversi punti di vista è una metodologia che mi porto dietro dalla mia formazione in antropologia (letteratura a cui continuo spesso a fare riferimento per i miei lavori).

Le immagini di Monsoons.. sono estremamente istintive, viscerali, ma arrivano dopo un lungo percorso di domande e dubbi sul mio posizionamento e sul tipo di immaginario visivo al quale voler tendere.
Credo nella libertà di poter scegliere la metodologia ed estetica che si applica meglio al progetto al quale sto lavorando, di volta in volta.



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Come proponi nuovi dialoghi visivi che generano una condizione del divenire, innestando un linguaggio inedito della fotografia? Cosa possiamo imparare dalla fotografia, al di fuori dei canali consueti?

Il momento che la fotografia sta vivendo è molto stimolante per una eterogeneità di voci e punti di vista inediti, per un’interessante contaminazione con le nuove possibilità offerte dalla tecnologia, e per il dialogo serrato con altre discipline.

Nell’epoca della post verità lavorare con un medium che per troppo tempo ha rivendicato un legame indissolubile proprio con la realtà e la verità (concetti ampiamente problematici) penso possa aprire interessanti scenari di conoscenza.
In generale, dalla fotografia credo dovremmo imparare a fare domande e non cercare risposte.

Saturazione, iper- diffusione, come possiamo leggere la fotografia allontanandoci dalla sovraesposizione delle immagini; per ritrovare una condizione poetica e intimista?

Sono molto affascinato da posizione “ecologiste” rispetto alla sovrapproduzione odierna di immagini (Fontcuberta, Kessels, etc.). Un approccio che mira a riutilizzare la sconfinata mole di materiale visivo a nostra disposizione, anche se non ne sposo le sfumature più pessimiste che arrivano a dichiarare inutile produrre nuove fotografie. In questa direzione va l’uso di fotografie vernacolari nel libro Monsoons…: le immagini a colori in copertina, sul retro e nelle risguardie sono foto di archivi familiari, utilizzate per sottolineare l’importanza del ruolo della memoria nella questione kashmiri: i fantasmi di un passato violento infestano i ricordi di ogni generazione aumentando, di giorno in giorno, il risentimento nei confronti dell’amministrazione indiana.

Credo il linguaggio visivo mai prima d’ora sia stato così parte integrante delle nostre vite (come consumatori e produttori) ma mi sembra che questo processo non sia stato accompagnato da un diffondersi di una sorta di alfabetizzazione visiva. Ricordo di aver avuto alle scuole medie una maestra di Educazione all’immagine (quindi non solo fotografie, ma una dimensione più ampia di immagini), trovo sia uno splendido nome per un corso di cui abbiamo molto bisogno in questo momento.

Considero di vitale importanza il foto-libro, un formato che impone dei tempi lenti e un rapporto fisico (due cose che cominciano a sparire dalle nostre vite) e una relazione diretta e intima con l’osservatore, che intrattiene una relazione assolutamente unica e personale con quell’oggetto d’arte e le immagini in esso contenute.

I tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a un progetto sul Tevere: un’indagine sul paesaggio attraversato dal fiume. Il primo lockdown mi ha spinto a sperimentare un tipo di fotografia nuova per me, una fotografia più lenta, riflessiva, confrontandomi con il territorio come costruzione sociale frutto dell’intervento dell’uomo. Sto anche lavorando a un progetto sull’eredità della memoria divisiva di Cristoforo Colombo negli Stati Uniti attraverso le voci della comunità Italo Americana e quella nativa; l’importanza simbolica di Colombo è un espediente per compiere un viaggio all’interno dell’identità nazionale americana e la sua costruzione.

A cura di Camilla Boemio


www.camillopasquarelli.com

Instagram: camillopasquarelli


Caption

Camillo Pasquarelli, Monsoons never cross the mountains – Courtesy Camillo Pasquarelli