HYBRID ARCHIPELAGO » Conversazione con Andrea Zucchini

HYBRID ARCHIPELAGO fornisce una mappatura provvisoria, consentendo un confronto tra le diverse pratiche artistiche sviluppate delle giovani generazioni italiane all’estero. La rubrica cerca di trarre alcune conclusioni che potrebbero essere rilevanti per la scena artistica contemporanea muovendosi nelle riflessioni degli artisti, all’interno di ricerche spesso parallele ai luoghi dove hanno deciso di trasferirsi, creando una mappa in divenire nella quale confluiscono i saperi.
Questo mese mi confronto con l’artista Andrea Zucchini.


Londra è ancora la città che non ha concorrenti nell’arte contemporanea? Cosa ti ha dato in più che non avresti avuto in Italia?

È difficile dare opinioni su Londra e la sua scena artistica dato che è composta da davvero tante realtà caratterizzate da differenze geografiche, culturali, di educazione e socio-economiche. La ‘bolla’ di cui faccio parte è localizzata nel sud est di Londra e concentrata maggiormente intorno a ex studenti Goldsmiths. La mia esperienza è di come questa piccola realtà si sia evoluta verso un pensiero e preoccupazioni che riguardano temi urgenti riferiti a race e gender; la cosa che mi stimola riguardo a questo cambiamento è l’importanza che si sta dando a nuove soggettività; la validità artistica del lavoro viene misurata in base all’onestà e vulnerabilità che l’artista decide/riesce a comunicare.
Non credo di poter far paragoni con l’Italia dato che sono ormai venti anni che vivo in Gran Bretagna.

Le mostre e le esperienze di studio più significative che hai avuto in Inghilterra?

Guardando indietro credo la mostra Dark waters prefer low places sia una delle più significativa per la mia pratica, ha dato una svolta radicale al mio approccio e ricerca, che tuttora porta avanti. Nella preparazione dei lavori c’è stato un cambiamento dove la mia relazione con la materia, che prima era basata su referenze culturali e storiche, è diventata più intima, catartica, introspettiva. La mia ricerca si rivoltò e andò alla scoperta di come il paesaggio interiore, emotivo, di una persona traumatizzata si mischia con l’ibridità del paesaggio urbano/industriale. Oggetti e materiali che vengono scartati, abbandonati e rifiutati si inquinano con stati di ansia, di colpa, smarrimento, vergogna, insicurezza, aggressione. Questa relazione con il paesaggio crea miscele narrative non lineari nelle quali si cammina in uno spazio liminale tra psiche e materia.



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Sottrazione” è un termine imprescindibile nell’arte contemporanea. La sintesi fa parte delle tua ricerca ed è profondamente visibile nell’opera Open Container, in cui hai cosparso di polvere d’ossa il pavimento della galleria Galleria Acappella rendendola un imprecisato luogo del cosmo. Puoi parlarcene?

Open Container è un opera psicosomatica. Il lavoro nasce dall’analisi di come gli stati emotivi generati dal trauma causano, a volte, fuoriuscite, perdite, e si mischiano con il paesaggio circostante, soprattutto domestico, creando una mini ecologia appiccicosa dove l’industriale tocca l’organico, l’emozioni si fondono con l’architettura e la realtà assorbe i sogni. Quest’opera esplora proprio questo stato di ambivalenza, dove ciò che è più geologico nel nostro corpo viene polverizzato, astratto; la forma viene contenuta dalla architettura dello spazio confondendo i confini tra interiorità ed esteriorità. Mi diverte anche la stranezza nel riscontro con la familiarità e casualità di una perdita domestica, e l’inquietudine nel confrontare la nostra mortalità.
Un altro intervento di cui mi preme parlare è Dreamwalker, un progetto site-specific realizzato nel 2019, in grado di trasmettere una risposta intuitiva ed efficace agli strati del tempo geologico e culturale incorporati nella Valle Camonica, le cui risonanze psichiche sono anche intrecciate con la tua storia personale. È stato un incontro surreale con i paesaggi naturali e quelli interiori, un artefatto di archeo-psicologia, la cui discesa negli strati del tempo e della psiche hanno attivato una relazione viscerale con il luogo.
Dreamwalker è stato inspirato dal parco archeologico di Naquane, dove sono presenti incisioni rupestri che ricoprono 10.000 anni, dal Paleolitico al Fascismo, prima di diventare sito protetto dall’Unesco negli anni Cinquanta. I fattori principali che mi hanno inspirato nel parco sono, innanzitutto, l’inseparabilità della parte umana/culturale del luogo con il paesaggio naturale; questa relazione si intravede attraverso le incisioni dove iscrizioni religiose fatte nel Medioevo sono poste accanto a incisioni fatte nel Paleolitico che rappresentano agricoltura e animali, o battaglie dell’Età del ferro accanto a un ritratto di un alpino fascista e scritte dell’antica Roma. Mi affascina moltissimo la relazione che queste persone avevano col passato, trattato come vivo e malleabile invece che statico e immutabile come le percepiamo oggi. Vi è un desiderio di comunicare con il tempo che viene concepito retrospettivamente: è il presente che riconfigura il passato. Il tutto è inciso su rocce che sono state modellate dallo scioglimento di un ghiacciaio 150.000 anni fa. La mia intenzione era quella di preservare lo spirito del luogo, senza feticizzare il lato archeologico, contribuendo in modo personale e contemporaneo. Ho dato molta importanza alla mia esperienza fisica, emotiva e viscerale con il luogo, per enfatizzare il presente, dato che per me si è trattato anche di un ‘ritorno’: ho lasciato quelle terre e la mia famiglia quando avevo solo tredici anni. Quindi, volevo che tutti questi strati, quello personale, culturale e geologico si mischiassero in maniera onirica; ed è qui che ho attivato la connessione con la psicanalisi, dove si esplora la propria identità e si cerca di cambiare il passato attraverso una riconfigurazione del suo significato.

Stiamo vivendo una fase contorta della vita nella quale alcuni cercano di riportare la società a un livello equo di giustizia razziale. Il movimento Black Lives Matter ha risvegliato la necessaria svolta per agire adesso, sempre ed in modo costante, non accettando l’ingiustizia, attivando il cambiamento in modo corale su tutti i fronti dalla cultura, alla quotidianità. Quale può essere la posizione delle arti nel contesto dell’ideologia monoculturale?

Credo la posizione da adottare sia sempre quella che da priorità alla giustizia, al rispetto e all’integrazione. Purtroppo ci sono strutture di potere che non è facile smantellare, sia a livello sistemico sia personale, e la responsabilità cade sia sui governi sia sugli individui. L’arte non può che contribuire, seguire e ispirare un movimento che richiede come materia di base l’uguaglianza.

A cura di Camilla Boemio


www.andreazucchini.co.uk

Instagram: andreazucchini


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Second Skin, 2020 – Installation view at Editorial, Vilnius. In collaboration with Anastasia Sosunova – Courtesy Andrea Zucchini

Sleepwalker, 2018 – Polyester resin, found objects, burnt mechanical parts. In collaboration with Anastasia Sosunova – Courtesy Andrea Zucchini

Dreamwalker, 2019 at Obsidian Coast – 4K single channel video installation, stereo sound, 15’ 30” – Courtesy Andrea Zucchini

Dark waters prefer low places, 2017 – Installation view at Jupiter Woods, London – Courtesy Andrea Zucchini

Open Container, 2017 – Animal bone ash – Courtesy Andrea Zucchini