Holobiont Rhapsody, il nuovo mondo di Stach Szumski e Francesco Pacelli da eastcontemporary

Holobiont1 sembra una di quelle parole che appartiene a un alfabeto ignoto alla specie umana, originario di un altro mondo. In effetti, riguarda un’altra dimensione, quella dei batteri, dei virus, dei protozoi, delle alghe unicellulari, dei microbi, dei funghi e dei germi. Un mondo visibile solo al microscopio attraverso ingrandimenti altrimenti impossibili, che si misura in nanometri (un millesimo di micrometro). Nel quadro teorico elaborato quasi una quarantina di anni fa da Lynn Margulis2, l’holobiont-olobionte identifica un organismo ospite e il suo microbiota, ovvero i microrganismi che convivono in un sistema di relazioni reciproche, di simbiosi o di mutualismo, concetto, quest’ultimo, elaborato da Pierre- Joseph Beneden3.

Senza addentrarci in sofisticati e sofistici tecnicismi – nonostante in questi tempi abbiamo maturato una certa confidenza con la scienza quotidiana e con la narrazione dei virus – esistono mondi sommersi che diventano territori affascinanti per il ricercatore, abituato a vedere nell’infinitesimale parte degli organismi viventi. Anche alcuni artisti, proprio da queste suggestioni, trovano un’istintuale propensione all’esamina degli stessi, e in qualità di osservatori speciali, interpretano e individuano forme possibili di ciò che in natura è incorporeo.

In questo contesto si sviluppa Holobiont Rhapsody di Stach Szumski (1992, Danzica) e Francesco Pacelli (1988, Perugia), progetto ospitato e curato da eastcontemporary. Lo spazio di recente formazione, fondato da Agnieszka Fąferek e Julia Korzycka, è teso a costruire un dialogo e una riflessione intorno all’arte più sperimentale tra Occidente e non Occidente4, attraverso mostre ma anche con incontri pubblici. La prima edizione di questi appuntamenti sarà curata da Claudia Contu e si svolgerà il 26 gennaio con il Reading Group #01 Zombies at the speed of light – On time (dead) matter and collective consciousness, in relazione a The Future in Reverse.

La mostra in corso, visitabile fino al 30 gennaio, presenta quattro dipinti di grandi dimensioni di Szumski e alcune sculture di Pacelli, accompagnati da un testo di Claudia Contu che si interroga sul ruolo che questi piccolissimi microrganismi possono svolgere: “Cosa possiamo imparare dai batteri e da altri microrganismi che vivono sui nostri telefoni? O dai funghi che persistono tra muschi e licheni nelle nostre foreste?”.

L’ambiente fin qui descritto, che pare così inospitale e dal quale le specie sembrano rifuggere, in realtà è in parte regolatore del suo stesso equilibrio (quando non è letale). Un equilibrio che la galleria tenta di restituire diventando un laboratorio sperimentale, innescando una relazione simbiotica con la materia che si fa organica e restituendoci una visione macroscopica di un mondo-microscopico. L’ospite–olobionte prende forma attraverso The Issue of Office Bacteria, le grandi tele di Stach Szumski. Abituato al lavoro in situ anche in ambienti pubblici, e a un linguaggio libero da condizionamenti accademici, l’artista sperimenta la sua pratica pittorica indagando la realtà che lo interessa, basandosi soprattutto sulla capacità di osservazione oltre le sovrastrutture. I quadri in acrilico disegnano un reticolato paesaggio che si infittisce, impedendo il riconoscimento delle forme alienanti. Il lavoro nasce dalla riflessione intorno al concetto di pulizia degli ambienti e a microrganismi che, nell’apparente immobilità che l’occhio umano percepisce, si moltiplicano continuamente. Prolificano sulle tele riproducendo quanto accade in natura, il fenomeno di replicazione autonoma, colonizzando territori in cui si formano nuove tribù monocrome.



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Se i microrganismi sono modelli biologici, le sculture di Francesco Pacelli danno origine a un immaginario di forme dall’anatomia insolita. Licheni, funghi e batteri “attaccano” l’ambiente generando un’invasione di campo (reale). Elementi che sono in grado di infestare le pareti immacolate della galleria con l’oscurità dei crateri di ceramica smaltata di Haliomagm, ma anche di rassicurare con la delicatezza dei disegni su carta Radars series. Se la serie Synthetic states of dissolution, detail si insedia sul pavimento candido dilatandosi a macchia d’olio e depositandosi su lingue di sabbia nera, sono le conformazioni di Abyssa, sintesi tra natura e artificio, a incarnare le fattezze di una specie embrionale di “mutanti” pronti a popolare un nuovo habitat. Un universo riproducibile grazie alle possibilità offerte dalla materia e dai materiali, che sono per l’artista “espedienti utili a raccontare storie”5.

Gli artisti si muovono in un mondo microscopico con la stessa curiosità dei ricercatori, spingendosi in una dimensione amplificata, nel tentativo di rendere la stessa idea dell’ingrandimento che il microscopio consente. Quello che era invisibile e impercettibile all’occhio umano diventa ora tangibile. Prende un corpo che non appartiene né alla sfera umana né a quella non umana, si fa oggetto fisico, separato e disgiunto, all’interno di un microscopio-galleria. La struttura architettonica che contraddistingue lo spazio con vetrata su strada consente a quelle presenze di diventare un sistema di trasmissione di conoscenza intelligibile attraverso una lente a dimensione naturale.

La mostra diventa l’occasione per una riflessione non solo sulla scia dell’emotività del momento storico e sul parallelismo tra gli oggetti che gli artisti riproducono attraverso il loro immaginario e i loro linguaggi, intorno alla questione attuale dell’epidemia e alle sue dinamiche (un modo forse per esorcizzarne paura e senso di precarietà e indeterminatezza, che sono effetti collaterali di un processo che ha inevitabilmente investito il corpo sociale globale) ma anche un’opportunità per riappropriarsi di quella capacità di visione incontaminata, anche davanti alle cose che l’occhio umano vede, alla quale si è disabituato nel tempo, sopraffatto e distratto dalla sovrapproduzione di immagini, di stimoli e di rumori. Holobiont Rhapsody può fornirci molto più di ciò che sembra e di ciò che rappresenta nel sistema delle codificazioni dei fenomeni culturali, tanto più in un momento della storia dell’umanità che sta mettendo in discussione ogni paradigma.

Elena Solito

Note:
1-2 Lynn Margulis microbiologa americana che ha introdotto nel 1991 il concetto di olobionte- Holobiont, per indicare l’organismo ospite e i suoi microrganismi simbionti (il suo microbiota), introdotto da Margulis nel 1991.
3 Pierre- Joseph Beneden zoologo e paleontologo belga, introduce il concetto di mutualismo, ovvero la reciprocità e lo scambio tra soggetti per trarne beneficio reciproco.
4 Nuovi spazi: apre a Milano eastcontemprary dedicato all’arte dell’Est. L’intervista. Di Irene Bolchini, Artribune, 6 Gennaio 2020.
5 L’organismo e la sintesi: le simbiosi di Francesco Pacelli di Carlo Gambirasio, FormeUniche, Pubblicato 19 Luglio 2019


Stach Szumski e Francesco Pacelli

Holobiont Rhapsody

17 ottobre 2020 – 31 dicembre 2021

EAST CONTEMPORARY – Via Giuseppe Pecchio 3 – Milano

www.east-contemporary.org

Instagram: eastcontemporary


Caption

Holobiont Rhapsody – Installation view, Milano, 2020 – Courtesy of eastcontemporary and the artist,

Stach Szumski, The Issue of Office Bacteria IV, 2018 – Acrylic on canvas, 150 x 180 cm – Courtesy of eastcontemporary and the artist.


Francesco Pacelli, Haliomagma, 2020 – Glazed ceramics, 30 x 22 x12 cm – courtesy of eastcontemporary and the artist.

Holobiont Rhapsody – Installation view, Milano, 2020 – Courtesy of eastcontemporary and the artist,