Il bazar interculturale di Hangama Amiri

L’ampliamento dei diritti e la maggior eguaglianza sociale che la donna ha progressivamente raggiunto dagli anni Sessanta in poi sono frequentemente, ed erroneamente, considerati prerogativa quasi esclusiva del mondo occidentale. Stimolata da ciò, Hangama Amiri, nella sua ultima mostra romana, fruibile fino al 29 gennaio presso T293, getta nuova luce sull’emancipazione femminile che, seppur in minor misura, ha riguardato anche il Medio Oriente e, nel caso specifico, l’Afghanistan, suo paese d’origine. Intenzione dell’artista è proporre un punto di vista differente e una celebrazione dell’odierno stile di vita delle donne afghane; il tutto, come segnalato dal titolo Bazaar a Recollection of Home, attraverso il riallestimento di una sorta di bazar fatto di ricordi personali ed elementi storici.

Le opere sono composte da una serie di stoffe e tessuti che Hangama Amiri fa appositamente giungere da diverse parti del mondo, in primis da Afghanistan, Pakistan, India e Tagikistan. Tra questi ci sono cotone, chiffon, mussola, seta, camoscio, poliestere, finta pelle, tessuti afghani e tovaglie; un aggregato di materiali su cui l’artista interviene con stampa a getto d’inchiostro, pittura acrilica, evidenziatore, ma soprattutto con la cucitura a mano. È per questo che i lavori esposti sono vere e proprie installazioni tessili monumentali.

A occupare interamente una parete della prima sala c’è un’imponente opera composta da vari tessuti giustapposti: qui Amiri ha inserito, a destra, fotografie in cui donne arabe si mostrano in pose e abbigliamenti di stampo occidentale; nella zona centrale, una serie di stoffe colorate disposte orizzontalmente a creare una texture allineata. Sul lato sinistro di questo ‘tappeto’ composito l’artista cuce la vetrina di un salone di bellezza con insegna e numero telefonico, mentre gli esterni di una gioielleria e di un negozio di abbigliamento femminile, riprodotti nelle due opere seguenti, riportano scritte in arabo alternate a parole in alfabeto latino. Si tratta della rappresentazione di spazi generalmente riservati alle donne, mista a un’ibridazione culturale in linea col vissuto di Amiri che, dopo aver lasciato l’Afghanistan a sei anni ed essersi rifugiata in Pakistan, Tagikistan e Iran, ha risieduto in Nuova Scozia e in New Haven, dove ha potuto confrontarsi con certi costumi occidentali.



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Nella sala seguente, insieme a interni e insegne di centri estetici, l’artista inserisce oggetti vietati dalla cultura talebana: smalti per unghie, rossetti e altri cosmetici sono riprodotti tra le poltrone di un salone di bellezza nella tela più grande, con al fianco immagini di icone americane tra cui la copertina del film Titanic. L’allusione ad attività di cura del corpo femminile è evidente anche nell’opera Madam Mariam Beauty Salon, in cui Amiri cuce una vetrina con un volto vistosamente truccato, e in Sahar Nail Salon and Eyelash Extensions, due teli trasparenti con la pubblicità di un centro per ricostruzione unghie ed extension. Le figure di un generale afghano e di un calciatore, nei due lavori che completano la sala, esprimono bene una certa commistione di culture.

Le attività commerciali evocate in mostra sono l’indice ideale per esprimere il progressivo cambiamento socio-culturale che ha coinvolto le donne afghane negli ultimi due decenni. Già durante l’infanzia l’artista era solita passeggiare con la famiglia tra i negozi di Kabul, molti di questi offrivano servizi e prodotti dedicati a un pubblico femminile, pur essendo gestiti quasi esclusivamente da uomini. Dalla fine del regime talebano nel 2001, molte attività come centri estetici, negozi di abbigliamento, boutique di moda e gioiellerie sono diventate di proprietà di donne d’affari che ora, in modo impensabile precedentemente, dominano questo tipo di mercato.
Un’idea di emancipazione che Amiri incrementa con dichiarati riferimenti a paesi diversi dal proprio: oltre a rievocare il “ricordo di casa”, le memorie d’infanzia e l’odierna situazione afghana, le immagini cucite nel suo atipico bazar mostrano anche un insieme di identità provenienti da molte aree geografiche del mondo. Come un flaneur benjaminiano il visitatore si imbatte in un rapido susseguirsi di culture differenti da quella afghana, in un mercato ideale dove, attraverso l’assemblaggio dei tessuti, l’artista sviluppa un discorso socio-politico riguardante temi come il commercio tra Oriente e Occidente, la globalizzazione e le norme di genere. Ciò che rappresenta Hangama Amiri è il nuovo bazar a cui le donne afghane sentono di appartenere, ossia un ‘mercato’ internazionale di cittadini del mondo e di libertà femminile: un modello che fortunatamente, e non così utopicamente, si sta concretamente formando anche nel vero bazar di Kabul.

Mario Gatti


Hangama Amiri

Bazaar, A Recollection of Home

21 novembre 2020 – 29 gennaio 2021

T293 – Via Ripense, 6 – Roma

www.t293.it

Instagram: 293_gallery


Caption

Hangama Amiri, Bazaar, 2020 – Cotton, chiffon, muslin, silk, suede, digitally woven textile, camouflage fabric, sari textile, inkjet prints on paper and canvaspaper, plastic, acrylic paint, marker, polyester, table cloth, faux leather and found fabrics, 427 × 793 cm – Courtesy T293 Roma, ph. Roberto Apa

Hangama Amiri, Bazaar, a Recollection of Home, 2020 – Installation view at T293 – Courtesy T293 Roma, ph. Roberto Apa

Hangama Amiri, Sahar, Nail Salon #1, 2020 – Cotton, chiffon, muslin, silk, suede, paper, clear plastic, inkjet prints on paper, marker, polyester, and found fabrics, 282 × 387 cm – Courtesy T293 Roma, ph. Roberto Apa

Hangama Amiri, Bazaar, a Recollection of Home, 2020 – Installation view at T293 – Courtesy T293 Roma, ph. Roberto Apa