Le “apparenti” opere teorizzate dal pensiero sono reali configurazioni spaziali e temporali. Elaborazioni concettuali che diventano rappresentazioni sceniche e teatrali in un gioco continuo di rivelazioni tra palco e retroscena, tra l’opera e il suo spettatore.

Architetture che si montano come tessere perfette di un mosaico tra dispositivi complessi e dinamiche citazioniste, migrazioni iconografiche tra ambienti e territori dell’arte, della letteratura e della storia suggerendo letture stratificate. Contenuti che si fanno contenitori essi stessi tra dissimulazioni e mascheramenti, tradimenti delle immagini e riconoscimenti.

Teorie dell’apparenza. Opere 1969-2015, di Giulio Paolini, presenta una selezione di lavori in una libera composizione all’interno della Galleria Fumagalli, visitabile fino al 14 aprile, curata da Angela Madesani e Annamaria Maggi. È consultabile un volume ragionato, realizzato da Maddalena Disch, edito da Skira, che racchiude buona parte dei suoi lavori, descritti attraverso schede. Sarà presentato a Marzo il catalogo ideato in occasione della mostra milanese, con un testo inedito tratto da un incontro con Giulio Paolini, a cura di Angela Madesani.

Riflessioni sul linguaggio e sulle opere, quelle di Paolini, che mettono in discussione l’intero sistema dell’arte, a partire dalla sua essenza, l’oggetto che assume forme prelevate dal quotidiano, ragionando più sui processi di esecuzione e sul suo statuto piuttosto che sulla sua forma. È un tappa non ingessata in percorsi cronologici e didascalici che consente di muoversi tra le “cose” 1,nell’accezione del filosofo Remo Bodei, depositari di significati e di memoria, diversamente dagli oggetti.

Giulio Paolini

Studio per “Villa dei misteri” – Inchiostro e collage su carta nera 50×50 cm, 2013 – Ph Luciano Romano

Sono custodi di senso stratificato proprio le “cose” di Paolini tra mimesi, annullamenti e rivelazioni, visioni riprodotte o ricomposte, frammenti che si inseriscono in strutture che si palesano o si nascondono dietro o dentro oggetti, vetri o altri materiali. Enigmi da sciogliere o complesse composizioni elaborate con un codice che si fa denso e ricco, carico di suggestioni e di valori simbolici e cognitivi.

I suoi lavori trovano affinità con i riferimenti colti della storia, con le proiezioni temporali e spaziali della geometria e della prospettiva in una possibile quarta dimensione, rappresentata in uno spazio bidimensionale che si dilata, per contenere tutto come in Teoria delle apparenze (1972) che dialoga simmetricamente con Equivalenza (1975) o ancora in Studio per “disegno geometrico” (1971).

Ragionamenti, quelli sullo spazio, che trovano luogo di elezione in opere come Studio per “Villa dei Misteri (2013) e Studio per “Da lontano” (2015) dove gli elementi della tradizione classica si inseriscono nella narrazione che scorre tra sovrapposizioni di impalcature, scenografie surreali e misteriose o riposizionamenti continui di punti di vista.

Se il lessico dell’arte si fa pensiero nell’ottica concettuale, l’illeggibilità della scrittura diventa opera in Quam Raptim ad sublimia (1969). Una frase in latino, ripresa dal pavimento dei musei vaticani, che se fosse esposta all’esterno, si leggerebbe come nelle migliori rappresentazioni di scrittura d’apparato, stesa come uno stendardo o uno striscione visibile da lontano. Qui è occultata come lo sono le parole ne L’arte e lo spazio. Quattro illustrazioni per uno scritto di Martin Heidegger (4), (1983), un libro sorretto da una mano in gesso, in cui il contenuto si fa scultura con le pagine bianche in cui si inseriscono delle presenze fisiche, resti e residui, come testi che si fanno corpo.

Affermazione e negazione delle immagini in Senza titolo (1973), dove la carta sovrapposta nasconde la fotografia delle mani o Grandezza naturale (1986-87), un plinto su cui troviamo un disegno di Canova, riprodotto con due grandezze e due supporti, la prima in un classico quadro l’altra su un grande rotolo strappato. Ma il richiamo alla storia torna anche con Watteau nella Comédie italienne (1984), una fotografia realizzata durante un lavoro teatrale di Quartucci. Scomposta e riassemblata, attraverso un camuffamento che copre il soggetto e modifica la normale posizione quadrata della sua fruizione, agendo, ancora una volta, sull’osservatore e sulle possibilità della sua interpretazione.

Giulio Paolini

Equivalenza – matita e chiodi su tela preparata 100×150 cm, 1975

Il quadro concettuale di Paolini appare come presenza evanescente sorretto da un cavalletto in Terra di nessuno (2013-14), un vetro vuoto con della carta bianca e dei pezzi strappati di un disegno o nell’armatura dell’Indifférent (1992), in cui è ancora Watteau a far capolino tra vuoti deliberati dell’autore, eccessi di cornici, tra le trasparenze dei vetri e l’apparenza di ciò che appare.

Conformazioni che partono dalla tela, l’origine di tutto (Disegno geometrico) e diventano matrici spaziali da leggere e da tradurre inserite in quel filone concettuale che ha scardinato la tradizione eleggendo materia della propria ricerca l’idea e il pensiero. Tradizione che, nel caso di Paolini, trova forme nuove di collocazione per essere riadattata in ambienti altri in cui (riprendendo un suo lavoro del 1967, costituito dalle otto lettere del titolo collocate al suo interno e dipinte di bianco come le pareti della stanza) “Lo spazio” diventa l’opera stessa2.

Elena Solito

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1  Remo Bodei, La vita delle cose, Edizione Laterza, 2011.
2 Francesco Poli, Francesco Bernardelli, Mettere in scena l’arte contemporanea. Dallo spazio all’opera allo spazio intorno all’opera, Johan & Levi editore, 2016.

GIULIO PAOLINI

TEORIA DELLE APPARENZE. OPERE 1969 – 2015

A cura di Angela Madesani e Annamaria Maggi

15 gennaio– 14 aprile 2018

GALLERIA FUMAGALLI – via Bonaventura Cavalieri, 6 – Milano

www.galleriafumagalli.com

Immagine di copertina: Giulio Paolini – Ph Luciano Romano, Napoli

 

Elena Solito

Ha studiato moda e fotografia. Ha collaborato come contributor con alcune riviste. Studia Beni Culturali all’Università degli Studi di Milano, si occupa di storytelling e collezionismo privato. È interessata alle nuove istanze artistiche che si sviluppano in quelli che sono i “non luoghi” dell’arte.

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