Giovanni Kronenberg // Suscitare meraviglia

È visitabile fino al sei aprile la seconda mostra personale di Giovanni Kronenberg (Milano, 1974) realizzata presso gli spazi della Z2O Sara Zanin Gallery di Roma; l’artista milanese – protagonista sempre in questi mesi con Mono3 alla galleria LOCALE DUE di Bologna – presenta in questa occasione gli esiti più recenti della sua ricerca artistica. Si tratta di opere di varia natura, prodotte in quest’ultimo anno e disposte nello spazio così come sono, libere da piedistalli o strutture di contorno, nella loro essenziale purezza.

Spesso, visitando le mostre di questo artista, si ha l’impressione di trovarsi all’interno di una wunderkammer; queste ultime, come si sa, contenevano naturalia e artificialia, ossia elementi di vario tipo che – prelevati dalla natura o frutto della maestranza tecnica dell’uomo – erano capaci di destare meraviglia per il loro essere rari, eccezionali e dunque preziosi. È proprio l’inaspettato il soggetto preferito di Giovanni Kronenberg. Con i suoi lavorisi riscopre un’arte che è metafora, simbolo; la teoria non vuole sovrapporsi sfacciatamente alla presenza oggettuale di un’opera che sta lì per incuriosire, destare domande, suscitare meraviglia.

Entrando nella prima sala troviamo dei disegni che – pur essendo forse meno conosciuti rispetto alla produzione scultorea dell’artista – da sempre affiancano la sua ricerca. Sono forme sinuose, sospese, libere da connotazioni spaziali, nelle quali il colore è utilizzato per raggiungere effetti ricercati che movimentano la superficie. Figure misteriose che fanno pensare a una materialità leggera, sospesa in uno spazio astratto; esattamente come le sculture di Kronenberg, incuriosiscono per il loro indicare qualcosa di invisibile senza però rivelare molto sulla loro identità.



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Nell’opera di Kronenberg appare subito chiaro che anche l’elemento naturale è traslato nella dimensione artificiale proprio grazie all’intervento – a volte anche effimero – dell’artista. Siamo di fronte a un universo di artificialia, costituito da manufatti singolari che sfuggono ogni categorizzazione temporale e ci guidano entro i confini labili di uno spazio-tempo surreale. Sopraffatti dalla materialità bizzarra di questi oggetti impossibili, dimentichiamo come questa grammatica combinatoria rimandi in realtà a qualcosa di invisibile, intangibile, che possiamo ipotizzare ma che non ci viene mai dato nella sua interezza.

Nell’ambiente di passaggio tra l’ingresso e l’ultima sala, troviamo due piccoli elementi scultorei dai quali siamo subito attratti per la familiarità istintiva che ritroviamo nei materiali: cioccolato e zucchero di canna sono gli elementi costitutivi di queste due opere che si presentano con questa bizzarra materialità che appare e scompare davanti ai nostri occhi, traendo lo spettatore in inganno sulla sua effettiva natura. Nella forma di cioccolato – quella forse più semplice da decifrare – l’artista opera un intervento minimo con una grattugia: questo ci porta a scoprire un altro aspetto della materia, un’ altra texture che a sua volta rimanda ad altri materiali e che porta a interrogarci sulle implicazioni che stanno dietro al gesto dell’artista.

Nell’ultima sala troviamo una serie di lavori molto affascinanti, allestiti con il solito gusto estetico scarno di Kronenberg e arricchiti da luci che sottolineano teatralmente la presenza dell’opera nello spazio. Colpisce immediatamente l’attenzione un oggetto di difficile decifrazione – un attrezzo agricolo? Pellame? Un oggetto metallico? – che si rivela essere un enorme fagiolo proveniente dal Sud America e lavorato dall’artista con una parziale applicazione di foglia d’oro.

Sempre in questa sala troviamo un altro oggetto particolarmente interessante: è una valigetta a uso medico risalente forse alla fine dell’Ottocento con all’interno una serie di recipienti nei quali ancora si legge la presenza/assenza del contenuto. Unico intervento dell’artista quello di inserire dei residui di argento all’interno di uno di questi contenitori in vetro; ancora una volta siamo di fronte a un accostamento tanto minimo quanto denso di mistero e fascino con il quale l’artista forza i limiti della metafora, combinando elementi distanti sia per origine sia per consistenza (in tal senso, si pensi anche all’uovo di struzzo riempito con il cemento).

Il modo in cui l’artista interviene su questi oggetti carichi di memoria sposta l’attenzione su qualcosa che possiamo conoscere solo parzialmente, la ragione che muove il desiderio di collezionare e poi manipolare questi oggetti come se fossero unità di un insieme complesso e articolato, elementi di una storia che va oltre l’essere umano e che nel procedere deposita nuovi fossili dal misterioso significato. Kronenberg, artista ma anche collezionista, ci porta con le sue opere nella dimensione della rarità, facendoci sentire spettatori fuori dal tempo di una wunderkammer che attraversa varie stagioni dell’umanità e lo spazio vastissimo del cosmo.

Alessandra Cecchini


Giovanni Kronenberg

12 febbraio – 06 aprile 2019

Z2O Sara Zanin Gallery – Via della Vetrina, 21 – Roma

www.z2ogalleria.it

Instagram: z2osarazaningallery


Caption

Giovanni Kronenberg – Senza Titolo, 2017-2018 – Uovo di Struzzo, Cemento – cm11,5x14x12 – Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Giovanni Kronenberg, Senza Titolo, 2017 – Farmacia Portatile Dell’Ottocento, Argento, cm22x100x65 ca – Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Giovanni Kronenberg, 2019 – InstallationView Room3 z2o Sara Zanin Gallery Roma



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