Gianluca Concialdi. Enrique.

C’è la strada e c’è la taverna. Gianluca Concialdi (Palermo, 1981) crea la situazione, ma senza costruire il luogo. Quello fisico non c’è, solo gli oggetti gli appartengono.
L’ultima esposizione dell’artista siciliano presso Clima Gallery a Milano (03 giugno – 31 luglio 2020) sceglie il rapporto, ancora in voga nonostante tutto, tra oggetto e immaginario. L’immagine che nulla ha a che fare con il magico rimane quella che è, sotto forma di dato e di vissuto. Battenti di porte dipinte, sull’uno e sull’altro verso, con colori e tappi di bottiglie, corrispettivi di un medesimo elemento architettonico che diventa supporto e ospita, come ci fa vedere la Porta Epica Ridotta (2019), la doppia faccia di una strana stampa: un lato con striature arancioni e sfondo verde (naturali o di un qualche ignoto essere) e l’altro con figure spaziali che ammiccano al tutto. Il particolare, nell’arte di Concialdi, sia esso frutto di un creazione pittorica o di un concetto dai risvolti oggettuali, si coinvolge nell’insieme dell’installazione come dato collettivo, mai generico o neutrale, e quasi per certo condiviso. Un posacenere dorato poggiato discretamente a terra riporta il profilo inciso di un volto (Posacenere, 2020), mentre lo spazio, unico luogo preso in considerazione, è scandito da catene appese ad alti pali e coronate da apribottiglie con scritte di pensieri e frammenti di dialoghi (Mandorlo in fuoco, 2020). Sono elementi di strada, magari fissati al terreno di una piazza palermitana; elementi dell’urbe tra il caratteristico folklore e il ritrovo sociale. Si può vedere e si può toccare, oppure si può scegliere di non farlo.



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Concialdi, nonostante riveli spunti rappresentativi che lo inseriscono sulla scia dell’Estetica relazionale, sembra essere in accordo con Andrea Balzola e Paolo Rosa, quando nel 2011 scrivevano che «non è sufficiente» una «semplice attivazione delle relazioni tra le persone attraverso un dispositivo artistico o un progetto architettonico» perché si verifichi una «con-di-visione». Un’esperienza individuale che diventa partecipazione comune, «diventa identità espressiva». Enrique, il nome che dà il titolo alla mostra, non è presente. La sfera solitaria del Mandorlo in fuoco, così come del Posacenere e le bottiglie (Collo lungo, 2019) disseminate qua e là ripristinano gli stilemi di una condizione d’abbandono e istituiscono corrispondenze visive. Senza meccanismi di alcun tipo o pretesti vari, risulta chiaro, tuttavia, il ruolo non secondario nell’installazione contemporanea di chi si muove tra le opere in mostra compiendo delle scelte: una direzione, un’ipotesi di lettura, una prova interpretativa, insomma, il formarsi di un dialogo, il conflitto di un rapporto. «La forma “installazione”», scriveva Corinne Rondeau, «sottopone tutti i media a relazioni spazio-temporali, rendendo l’esposizione una questione di inclusione/esclusione dello spettatore».
Dal vissuto di un ricordo urbano – materiale grezzo e insieme icastico che si ricava dal lavoro di Concialdi – trapela la memoria di una situazione concreta e l’eventuale immedesimazione che ne può derivare, come fenomeno costante. Si può «accettare ancora l’affinità», continuava la Rondeau, «unire ciò che è diviso; dividere ciò che è unito», avendo il presentimento di «essere avvolti da una stranezza che rimane un mistero», frutto di una «coscienza fatta di relazioni». Nel luogo come spazio, mediante l’opera come oggetto.

Luca Maffeo


Gianluca Concialdi. Enrique.

Testo di Pietro Librizzi

03 giugno – 31 luglio 2020

Clima Gallery – Via Alessandro Stradella, 5 – Milano

www.climagallery.com

Instagram: gianlucaconcialdi

Instagram: clima_gallery


Caption

Gianluca Concialdi, Enrique, Clima Gallery, 2020 – Exhibition View – Courtesy Clima Gallery, ph. Marco Davolio.

Gianluca Concialdi, Enrique, Clima Gallery, 2020 – Exhibition View – Courtesy Clima Gallery, ph. Marco Davolio.

Gianluca Concialdi, Posacenere, 2020 – brass, 14,5x4cm – Courtesy Clima Gallery, ph. Marco Davolio.

Gianluca Concialdi, Collo lungo 1, 2019 – cast iron, 7×27,5cm – Courtesy Clima Gallery, ph. Marco Davolio.



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