Nessuna storia esiste finché non viene raccontata. Nell’immaginario di Giuliana Barbano

In una lettera del 1935 indirizzata ad Adolfo Casais Monteiro, Fernando Pessoa scriveva: Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier De Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia. Ora, il termine eteronimo indica una personalità fittizia che possiede un proprio carattere e profilo biografico, che coesiste con l’identità di chi la crea – il proprio ortonimo – e ne forma una sorta di estensione caratteriale. Solitamente la volontà di dare vita ad alter ego o personalità immaginarie si esaurisce nell’infanzia, ma se alimentata e razionalizzata questa forza creativa è capace di dare sfogo alle diverse sfaccettature della complessità umana.

Su questa scia, la prassi artistica di Giuliana Barbano (Catania, 1992) si delinea attraverso la configurazione di una moltitudine di eteronimi suggeriti da ritrovamenti di vecchie foto, pellicole o video di famiglia: l’immaginario fittizio di Barbano è così popolato da soggetti che prendono vita proprio a partire dagli archivi domestici. Se comunemente gli archivi acquisiscono autorevolezza nella loro totalità e si affermano nell’esattezza della catalogazione, qui l’archivio è da intendersi come una materia prima grezza che viene riletta in maniera del tutto casuale attraverso approssimazioni e accostamenti insoliti e casuali. Le testimonianze della quotidianità di genitori, nonni, zie, cugini lontani, cognate, amici di famiglia o parenti mai conosciuti, non rimandano a nessuna ricostruzione storica o approfondimento genealogico ma diventano il punto di partenza del processo artistico dell’artista. Con assoluto distacco Barbano riesce ad analizzare le singole parti dei ricordi di famiglia ed estrapolarne dettagli specifici, che suggeriscono visioni, installazioni e storie completamente inedite. In parallelo, la sua poetica si modula a partire dalle innumerevoli ispirazioni che scaturiscono non solo dai ritrovamenti familiari, ma anche dalla stretta relazione con i luoghi, dalle memorie personali, dagli elementi del quotidiano e dalle riflessioni sull’attualità. Quali mezzi prediletti per restituire le suscitazioni e le osservazioni del reale, la pratica dell’artista abbraccia il collage, la scultura e il video e si configura attraverso quelle associazioni istintive che descrive come frutto del legame con una visione comune del racconto e della memoria. Si tratta di un doppio assemblaggio, tanto mentale quanto visivo, inteso come una riformulazione, costruzione di analogie che si sviluppa incessantemente. Accanto a questi due filoni concettuali, al centro delle opere di Barbano vi è anche una morbosa attenzione verso due particolari dispositivi, intesi in senso foucaultiano, da una parte quello del corpo – sia umano che animale e guardato nella sua pura forma strutturale – dall’altra quello medico – attrazione estetica insita in una predisposizione dell’artista mai compresa. Attraverso questi due dispositivi la produzione di Barbano, specialmente nei lavori più recenti, si delinea mediante immagini o installazioni permeate da un forte distacco emotivo e compositivo e da una freddezza formale a tratti ansiogena. Opere come Finchè morte non ci separi (2019), Metafore (2019), Stigma (2019), Del tuo sangue (esterno) (2019), Scopia (2019), Eteronimo #1 (2020) e [] si compongono interamente sotto i miei occhi/si eseguono interamente sotto i miei occhi (2020), scandiscono le tappe del percorso evolutivo dell’artista, fino all’opera più recente Eteronimo #2 (2021) sintesi generale di questi ultimi tre anni di produzione.

La prima riflessione sui corpi si traduce nei due collage che compongono Finchè morte non ci separi(2019). Associazioni visive assolutamente randomiche si allacciano tra carcasse di maiali e disegni studio di articolazioni e muscoli umani, da radiografie ad architetture, da ritratti di bambini piangenti a quelli di coppie di sposi. È la pura sovrapposizione di forme e colori a dominare una scena che si connota tra il perturbante e il no sense.

La stessa riflessione sul corpo, questa volta unicamente umano, caratterizza invece Metafore, installazione del 2019 data da quattro radiografie a raggi X poste su dei pannelli retroilluminati che dialogano con una struttura mobile in ferro bianco. Le radiografie non hanno una storia, non appartengono a nessuno ma sono state ritrovate dall’artista che ha sfruttato bacini e casse toraciche come contenitori di oggetto estranei e in qualche modo simbolici. Ne è un esempio l’inserimento di un corpetto di ferro, elemento di soffocamento che si ricollega a un’altra modalità di costrizione fisica pienamente rappresentata da Stigma (2019). Un video in loop riprende tre maiali forzati a convivere in una manciata di metri quadrati, ma al di là della loro condizione di vita l’opera suggerisce anche una costrizione più estrema, quella degli animali in gabbia e destinati al macello. Ecco che il video è proiettato su una pergamena sorretta da una struttura in ferro che assume proprio le fattezze di una gabbia. È importante però sottolineare che qualsiasi evento o accostamento che guida l’operato dell’artista deriva da una volontà di alimentare le traiettorie del proprio pensiero: non vi è alcuna critica sociale o denuncia politica quanto la necessità di rendere tangibili le proprie associazioni mentali spesso inintelligibili.



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Del tuo sangue (esterno) del 2019 costituisce un momento importante per Barbano, il punto esatto in cui si delineano con precisione due traiettorie, spesso convergenti, all’interno della propria produzione: da una parte quella che potremmo definire la pura riscrittura mnemonica e dall’altra le analogie inusuali. L’opera è data da due lastre di ferro antracite sulle quali sono stampati dei collage con la tecnica della serigrafia e addizionati degli oggetti in metallo. A partire da una fotografia ritrovata nell’archivio di famiglia, la lastra sinistra raffigura, in maniera speculare, il volto di un bambino immortalato in un istante di vita lontano e sconosciuto: inconsapevolmente ogni pensiero che ha guidato l’artista al concetto di eteronomia è nato qui. La lastra destra, invece, è popolata da una grande accozzaglia di oggetti entro cui possono identificarsi una sedia a rotelle e un televisore. Questa rappresentazione si afferma come un momento esemplificativo della relazione dell’artista con gli elementi del quotidiano, analizzati nella loro forma strutturale e intesi come dispositivi e/o macchine mai sterili ma capaci di ri-produrre immagini e immaginari nuovi.

Proseguendo questo viaggio tra la produzione di Barbano, Scopia (2019) rappresenta uno dei tanti punti d’incontro tra i due atteggiamenti coincidenti dell’artista. Un’altra sedia a rotelle, ripescata da un ricovero delle suore, viene qui completamente trasformata diventando la struttura portante di un’installazione dai toni freddi. L’opera esprime al meglio quel distacco emotivo caratteristico della produzione di Barbano, che crea qui una visione angosciante e ospedaliera.

Immaginare un ricordo, indagare lo scarto tra verità tramandate e ipotesi suggerite è invece la volontà di Eteronimo #1 (2020). L’esposizione site-specific – all’interno di una casa semi-abbandonata del comune di Valguarnera Caropepe (EN) – sintetizza una relazione necessaria tra le sensazioni dettate dai ricordi e quelle indicate dello spazio fisico, che ha determinato la scelta dei singoli scatti che compongono l’opera. Tre fotografie dell’archivio di famiglia rappresentano altrettanti bambini immortalati in momenti quotidiani, e sono state stampate su comuni fogli A4. Eteronimo #1 prende vita a partire da una storia ipotizzata dall’artista e metafora della propria processualità: durante una caccia al tesoro immaginaria, un ragazzino d’altri tempi trova una scatola di fotografie sotto al proprio letto scoprendo così un tesoro inaspettato composto non tanto dalle immagini in sé quanto dalle vite che possono nascondersi dietro i protagonisti degli scatti. La consapevolezza di costruire e pensare le proprie opere come delle storie, creando narrazioni immaginarie complesse fatte di continui richiami e rimandi formali, si è sviluppata insieme all’artista e docente dell’Accademia di Belle Arti di Palermo Francesco Albano (Oppido Mamertina, 1976), relatore di tesi di laurea magistrale e punto di riferimento essenziale per Barbano.

È sempre la ricerca e la rielaborazione di immagini preesistenti – date dal proprio bagaglio culturale, dagli album di famiglia, dalla contemporaneità e/o da ricordi personali – il fil rouge della produzione di Barbano. Ne è un esempio il lavoro [] si compongono interamente sotto i miei occhi/si eseguono interamente sotto i miei occhi del 2020. Trattasi di un rimaneggiamento digitale del testo Clinique photographique de l’Hôpital Saint-Louis di H.Hardy e A. De Montméja del 1868, dove l’addizione di sagome di colore, scritte irriverenti e intagli di corpi umani e animali, connotano una rilettura totale di un tomo clinico attraverso interventi quasi accidentali, nati inseguendo il proprio flusso di coscienza.

Infine, Eteronimo #2(2021) si afferma come una sinergia generale tra tutte le riflessioni indagate dell’artista e punto di approdo della ricerca di un incontro formale tra la valenza degli elementi strutturali di sostegno e l’analogia con la struttura corporea. Intervento site-specific allestito nella sede dell’Associazione Culturale Église a Palermo, l’opera/ambiente è data da sei stampe e un video tratti dall’archivio di famiglia. Qui le immagini fotografiche sono rette da dei tubi in ferro che si pongono in una condizione di continuità rispetto all’impalcatura autoportante presente all’interno dello spazio di una chiesa sconsacrata. Dilatate fino all’estremo, queste sono stampate su decine di metraggi di carta, tra accavallamenti, distensioni ed estensioni che sconvolgono completamente la fisicità dei soggetti raffigurati. Ecco che il bambino su un seggiolone o i due nonni con i nipoti, si allungano e si deformano a tal punto da diventare una componente costitutiva del luogo. D’altra parte la composizione in metallo supera la sua funzione di ausilio per divenire elemento integrante dell’opera, attraverso i continui rimandi tra le sue parti e quelle dei corpi rappresentati. Eteronimo #2 è capace di trasportare i fruitori in una dimensione estraniante fuori dallo spazio e dal tempo corrente, che invita a immedesimarsi nei personaggi che popolano l’ambiente e scoprirne le vicende personali o semplicemente a immaginarle, in un’assoluta sintesi del lavoro dell’artista dato da approssimazioni mnemoniche inusuali.

Ecco che bisogna perdersi per orientarsi tra le storie che compongono l’immaginario di Giuliana Barbano. Ma se in questo spazio dell’inconscio, nel più totale abbandono, viene da chiedersi: è così importante che queste persone e queste vicende non siano reali? La risposta è chiara e si è palesata per tutta la durata di questo diario di bordo: nessuna storia esiste finché non viene raccontata.

Angela La Rosa


Instagram: giulianabarbano


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Eteronimo #2 (2021) – Ferro, giunture, stampa plotter su rotolo di carta e videoproiezione 6.00 min, dimensioni variabili. Site specific per Église – Courtesy Église

Eteronimo #1 (2020) – Stampe in bianco e nero, dimensioni variabili. Site Specific per Door Academy workshop tenuto da Adam Broomberg – Courtesy dell’artista

Del tuo sangue (esterno) (2019) – Serigrafia su lastra di ferro e oggetto 40 x 47 x 5 cm. Courtesy dell’artista

Stigma (2019) – Ferro, carta pergamena e videoproiezione 212 x 216 x 90 cm – Courtesy dell’artista

Finchè morte non ci separi (2019) – Serie di collage 20 x 40 cm – Courtesy dell’artista

Metafore (2019) – Raggi X, PVC, ferro e led, dimensioni variabili – Courtesy dell’artista

Scopia (2019) – Mixed media e video 2.37 min. loop 147 x 70 x 210cm – Courtesy dell’artista

[…] si compongono interamente sotto i miei occhi/si eseguono interamente sotto i miei occhi (2020) – Riscrittura digitale del testo Clinique photographique de l’Hopital Saint-Louis di H.Hardy e A. De Montméja (1868) – Courtesy dell’artista.