Five Questions – Vincenzo Zancana

Vincenzo Zancana nasce a Salemi (1991), studia all’Accademia di Belle Arti di Palermo e all’Accademia di Belle Arti di Brera. Attualmente è residente presso VIR Viafarini-in-residence a Milano.
La memoria e le dinamiche del ricordo umano, la relazione con gli oggetti, l’interesse per le tracce lasciate nel tempo, sono all’origine della ricerca di Zancana. Una ricerca quasi antropologica, che ruota intorno alle relazioni che l’uomo instaura con la “cultura materiale”, uno degli aspetti indagati proprio dalla disciplina. Se concettualmente identifica il suo lavoro in aree di indagine che chiama Frammentazione, Mutazione e Archiviazione, formalmente utilizza un linguaggio visivo multidisciplinare realizzando opere fotografiche, installazioni, sculture e video. Oggetti che attraverso la manipolazione dell’artista mutano, si stratificano e si arrendono alle forme o all’oblio, contribuendo alla generazione di nuovi elementi che vanno a comporre il suo immaginario.


Cosa significa essere un artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Ho sempre saputo di voler fare l‘artista, quando ero piccolo alla domanda: “cosa vuoi fare da grande?” rispondevo sempre in maniera sicura: “il pittore.” Oggi questa cosa mi fa sorridere, se fossi davanti a me stesso piccolo gli direi sicuramente: “beh, in bocca al lupo, ma credici sempre! Non mi sento un’artista “arrivato”, per nulla direi, ogni giorno mi metto in discussione e cerco sempre di imparare qualcosa di nuovo. Ogni artista, secondo me, dovrebbe avere questa attitudine, il famoso tormento dell’artista! Quello, a mio parere, è alla base della nostra formazione.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Più che tematiche i miei lavori parlano di relazioni, rapporti o interazioni. Tutte le mie opere analizzano il legame che c’è tra uomo-ambiente-oggetto, in tutte le possibili accezioni del termine. Sono molto affascinato dagli studi che ha svolto Jean Baudrillard, specialmente in Il sistema degli oggetti; da Georges Perec in Le Cose. Una storia degli anni 60. Posso dire con certezza che hanno dato una svolta decisiva alla mia ricerca artistica, permettendomi di analizzare le cose, nel loro sistema naturale, in maniera più analitica. Se dovessi associare delle tematiche che raggruppano i miei lavori sarebbero tre macro gruppi: Frammentazione, Mutazione e Archiviazione. Ogni approccio che ho all’inizio della formazione di un’opera alla fine può essere suddivisa in una di queste sotto-categorie. Al momento sono molto concentrato sulla residenza che sto svolgendo presso VIR – via Farini in Residence a Milano. Il 29 ottobre avrei dovuto partecipare alla fiera indipendente REA! e a fine novembre abbiamo presentato una rivisitazione del site-specif project Chàrōn, già esposto in Spazio Serra nel 2018, presso lo spazio Kunstschau di Lecce.



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Come ti rapporti con la città e il contesto culturale in cui vivi?

Milano è una città che mi ha dato tanto e che mi da tutt’ora; ma certe volte ho l’impressione che potrebbe sputarti fuori come una chewing-gum da un momento all’altro! Forse è diventata una città satura per certi aspetti, siamo convinti che essendo una metropoli sia il centro del mondo dove tutto deve necessariamente passare, ma credo che si possono trovare situazioni altrettanto interessanti anche in provincia. Ho volutamente scelto di vivere qui, per ampliare i miei orizzonti, ma non vi nascondo che un giorno spero di poter tornare nella mia terra natia, la Sicilia.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Il primo pensiero che mi viene in mente associato al sistema dell’arte contemporanea è un piccolo acquario, con tanti tipi di pesci (anche squali!), dove molto spesso il padrone si dimentica di dargli da mangiare. Di conseguenza scatta la legge della natura, dove il pesce grosso mangia quello piccolo. Certe volte però succede che il pesce piccolo è più intelligente e veloce di quello grosso!

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Della mancanza di collettività. Viviamo in un’epoca troppo individualista. Siamo focalizzati al 90% su noi stessi, il che non è una cosa del tutto negativa, ma bisognerebbe trovare un compromesso verso l’interesse comune. Questa mancanza di gruppo, a mio parere, non è una buona cosa per il sistema dell’arte. Sappiamo dai libri di storia che molti dei più grandi movimenti artistici sono nati attorno ad un tavolo. Oggi succede ancora ma è difficile mantenere la stabilità per più di un anno. Ho avuto tre collettivi e in tutti i casi è stata una fatica immensa riuscire a mantenere un rapporto lavorativo duraturo. É anche vero che ogni nuovo progetto ha il suo tempo prefissato, ma credo che siamo giunti in un secolo all’uncinetto davvero troppo fitto.

A cura di Elena Solito


www.vinzancana.com

Instagram: vinza_ca


Caption

Vincenzo Zancana, ritratto – Courtesy l’artista

To strip (strato zero) – Installation view VIR- Via Farini In residence, Milano – Courtesy artista

To strip (layers) – UV printing, digital print on polyester, montype on plexiglass, silver pigment, 40×60 Installation view VIR- Via Farini In residence, Milano – Courtesy artista

To strip – Installation view VIR- Via Farini In residence, Milano – Courtesy artista