Five Questions – Valeria Secchi

Valeria Secchi nasce nel 1990 in Sardegna e si laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Sassari. Ideatrice del visual di LINEA festival 2020, dal 2018 concentra la sua indagine artistica, attraverso l’autoritratto, sulle immagini che affollano i social, la pubblicità e i diversi media. In bilico fra successo e disastro, l’universo proposto racconta il popolo del web evidenziando, grazie alla potenza del grottesco, ciò che si cela dietro la luce abbagliante.


Cosa significa essere un artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Mi piace pensare che essere un artista sia una pratica di partecipazione al mondo. Voglio specificarlo: l’uso che faccio di questo termine, partecipazione, non si traduce necessariamente con un atto di adesione a qualcosa; partecipare può anche voler dire rifiutare. Lo specifico, in quanto credo che la pratica di un artista non possa prescindere dall’osservazione e dall’analisi critica di ciò che lo circonda. Di questo processo di lettura della realtà mi interessa particolarmente la reazione all’interazione, l’eredità, desiderata o meno, di una relazione con il mondo. In altre parole: il mondo mi ha toccato e mi ha lasciato un segno, ed è su questo segno che io lavoro.
Le modalità della mia pratica sono state diverse durante gli anni, sia per linguaggio sia per impronta stilistica. Quando ho iniziato, ad esempio, utilizzavo esclusivamente il bianco e il nero, sentivo la necessità di partire da ciò che ritenevo l’essenziale e comprenderlo. Il mio approccio era timido, i miei lavori quasi sussurrati: non volevo che l’osservatore mi scoprisse nelle immagini che realizzavo. Adottavo dunque un linguaggio ermetico, riflesso che oggi riconosco nelle pagine dei filosofi che studiavo in quegli anni. Col tempo e la pratica è subentrato un operare più diretto, suggeritomi dallo studio sulla realtà virtuale; credo che il lavoro degli ultimi anni sia stato orientato dall’esigenza di comprendere la struttura del web e di conseguenza fare miei i suoi strumenti visivi e comunicativi.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Negli ultimi due anni la mia ricerca si è concentrata sullo studio della relazione tra identità e realtà virtuale. Utilizzo l’autoritratto come medium e declinazione del selfie: di quest’ultimo penso sia innegabile il ruolo nella determinazione e presentazione dell’utente nel web. Partendo da questa premessa, i miei lavori reinterpretano, attraverso personaggi iper-caratterizzati e grotteschi, gli usi e i costumi del popolo del web. Le figure che presento vivono in un mondo-pubblicità di cui sono prodotti e acquirenti; il loro agire si fonda sulla base di tutorial che consigliano loro come raggiungere un certo obbiettivo, dal lifting perfetto e a basso costo alla popolarità online in cambio di preghiere e like. Quello che mi interessa mostrare attraverso questo progetto sono le contraddizioni e le conseguenze di una società dove tutto sembra essere alla portata di tutti ma non lo è. I soggetti che interpreto manifestano, attraverso le loro apparenze radicali, un senso di distacco da un certo modello imposto ma anche la consapevolezza di non poter rinunciare a se stessi. In questo senso, il mio lavoro celebra il fallimento come espressione di una certa individualità, senza tuttavia nascondere il conflitto che la anima: i miei soggetti non smettono mai di rincorrere e di rincorrersi.
Il progetto futuro di cui voglio parlare è quello in collaborazione con Linea Festival. La mostra inaugurerà l’otto agosto a Ruvo di Puglia ed è il frutto di un lavoro di squadra tra me, Giuseppe Magrone (Art director del Festival) e Laura Tota (curatrice dell’esposizione). La mostra si articola in un percorso la cui modalità è completamente nuova per me ma non voglio svelare troppo: spero di vedervi tutti in Puglia!



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Come ti rapporti con la città e il contesto culturale in cui vivi?

Vivo a Berlino da gennaio. L’emergenza corona virus ha senza dubbio limitato la mia esperienza della città per cui l’opinione che posso darne è parziale. Ho avuto modo di approcciarmi alla scena artistica berlinese frequentando il Berlin Art Institute, una scuola d’arte internazionale che organizza workshop e studio visits, situazioni che permettono di conoscere più da vicino gli operatori del settore. In generale, Berlino mi pare una città estremamente variegata, credo occorra tempo e curiosità per andare oltre la sua superficie.

Cosa pensi del “sistema dell’arte contemporanea”?

Penso sia un sistema difficilmente descrivibile in questa sede in quanto le realtà coinvolte sono molte e diverse tra loro; tuttavia ammetto sia forte la tentazione di parlare di vizi del sistema dell’arte contemporanea, pur riconoscendo in una parte di esso e nei suoi esponenti una cura sincera nei confronti dell’artista e della sua opera. Vorrei allora si discutessero alcune modalità d’essere del mondo dell’arte (tra cui, concedetemelo, un certo esoterismo dell’ambiente) e alcune modalità pratiche che, a mio avviso, diventano sempre più insostenibili per l’artista, soprattutto per quello emergente. Mi riferisco, in particolare, a quelle norme di accesso al mondo dell’arte che richiedono all’artista di essere un factotum, e di saper dunque dimostrare abilità da letterato, grafico, manager ed esperto di comunicazione. Qualità senz’altro lodevoli e utili ma che non sempre hanno un diretto rapporto con il lavoro dell’artista.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

C’è un romanzo che mi è venuto spesso in mente mentre scrivevo questa intervista. Si tratta de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, libro che lessi per la prima volta una decina di anni fa e di cui sento la mancanza nella mia casa di Berlino. Presenze-assenti di un tempo sospeso, i Tartari di Buzzati spiegano, a mio avviso, con una straordinaria forza espressiva, attesa e aspettativa, concetti che ritengo estremamente attuali ma difficilmente definibili. Saper definire, questo mi sta particolarmente a cuore perché la tortura a cui spesso io sottopongo la parola per comprenderne il significato si rivela inefficace.
Giovanni Drogo aspetta ogni giorno, dalle mura della Fortezza Bastiani, l’arrivo dei Tartari.

A cura di Marco Roberto Marelli


Instagram: valeria_secchi


Caption

LIDL ICH LIEBE DICH!, 2020 – Fotografia digitale, dimensioni variabili – Courtesy l’artista

La prima della classe, 2020 – Fotografia digitale, dimensioni variabili – Courtesy l’artista

Homemade Lifting, 2019 – Fotografia digitale, dimensioni variabili – Courtesy l’artista

Don’t trust the imitations, 2019 – Fotografia digitale, dimensioni variabili – Courtesy l’artista