Five Questions – Kamilia Kard

Kamilia Kard è un’artista, curatrice e docente ungherese/italiana nata a Milano nel 1981. Dopo aver conseguito una laurea in Economia Politica presso l’Università Bocconi di Milano, ottiene un diploma triennale in Pittura e una laurea specialistica in Net Art all’Accademia di Belle Arti di Brera.
La sua ricerca artistica si avvale di differenti media “solari e luminosi”, influenzati e influenzanti l’estetica digitale, attraverso cui indaga i processi di costruzione dell’identità nell’era di Internet sviluppando tematiche fondanti quali la tradizione, l’amore, il corpo femminile, la religione e il sesso.


Cosa significa essere un’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Fare l’artista per me significa mettere a nudo aspetti della mia vita e della mia personalità che difficilmente riuscirei a esprimere se non attraverso le mie opere. Ad esempio, in I’m Thinking of You, uno dei miei ultimi lavori, descrivo la mia solitudine durante un periodo forzato e anticipato di quarantena a Parigi, dopo una breve visita a Milano. Costretta a trascorrere due settimane chiusa in casa da sola, in un minuscolo appartamento asettico affittato su Airbnb, ho scattato con il mio cellulare alcune foto dell’ambiente in cui vivevo e ho iniziato a riempirle con disegni di corpi femminili, sagome dai contorni colorati. Ho trasformato quel piccolo bilocale dai toni freddi in uno scenario in cui un corpo femminile viene proiettato in varie pose riflettendo le fantasie e le aspettative che possono essere innescate da qualsiasi cosa in questo piccolo mondo, persino uno stendino. I’m Thinking of You affronta il tema dell’amore, del sesso e della vicinanza nell’era del distanziamento sociale.
I’m Thinking of You ha molto in comune con un mio lavoro meno recente, I’m a Total Babe (2013). Anche in questa serie, abbino il disegno e la fotografia per dare vita a divertenti e sensuali autoritratti caratterizzati da corpi voluttuosi. Ho disegnato a matita dei corpi su fogli di carta, li ho scansionati, e ho applicato digitalmente il mio viso scontornato, prelevato da alcune fotografie. Lo sguardo è di solito censurato con disegni, pallini colorati, scarabocchi. Un mix formale tra disegno e collage, tra digitale e linguaggi artistici tradizionali. Il titolo è ispirato a un commento che un’amica artista aveva messo a un post che avevo pubblicato su Facebook: “Kamilia, you are a total babe”. Se nel 2013 ero concentrata a esplorare una forma di auto rappresentazione, mediata dalla mia esperienza online, che ibridasse ancora il disegno tradizionale su carta con la fotografia amatoriale; nel 2020 ho provato a raccontare una sensazione, uno stato d’animo legato alla circostanza, al luogo e al momento di particolare solitudine con strumenti totalmente digitali.
La rappresentazione del sé online è un tema su cui sono tornata più volte. Dal progetto Bestwallcover (2012 . 2015), una collezione in progress di “wall cover” di Facebook, ad oggi sono sempre affascinata dalle molteplici possibilità di rappresentazione del sé sulla rete. Attraverso l’utilizzo di avatar, filtri facciali e manipolazioni digitali possiamo cambiare la nostra immagine, reinventarla quotidianamente e abbandonarla il giorno successivo o addirittura l’ora dopo per dare spazio a una nuova immagine di noi stessi. Un sistema accelerato di trasformazione che dura per 24 ore, come una storia di Instagram. Con Performing Filters , lavoro Instagram based cominciato due anni fa, esploro appunto questa continua trasformazione. A volte utilizzo filtri altrui, lasciando che siano gli altri a ridisegnarmi; altre volte mi creo i miei filtri.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Le tematiche dei miei lavori orbitano intorno a tre argomenti: i sentimenti espressi online, l’archeologia futura e la rappresentazione del corpo femminile tra passato e ‘presente digitale’. La sublimazione e la sintesi tra i tre topic è contenuta nella serie di sculture stampate in 3D Woman as a Temple (2017-2020) con le quali reinterpreto in chiave contemporanea e digitale le Veneri paleolitiche – per esempio, la Venere di Willendorf (23.000-19.000 a.C).
Da creatrice e disseminatrice di dati, mi trovo spesso a pensare ai data center, che vedo come gigantesche arche di Noé destinate a preservare i nostri archivi a fronte di una possibile apocalisse digitale. Cosa potrebbe succedere se la nostra civiltà digitale collassasse a livello globale? In caso di riavvio della nostra vita online, quali “reperti digitali” potrebbero essere ritrovati e quali andrebbero persi? Coniugando questa idea di ritrovamento e di archeologia del futuro con la mia ricerca sulla femminilità contemporanea e la sua matrice atemporale, nasce il parallelismo con le Veneri paleolitiche, che si trasformano in veneri digitali realizzate attraverso la modellazione e la stampa 3D.
Queste sculture sono busti femminili giunonici, senza gambe, senza braccia e senza volto. Corpi esaltati nella loro sacralità, ma al contempo tradotti in vivaci colori sintetici e innaturali, dal silk gold al viola. Uso la stampa 3D non per realizzare dei prototipi, come fanno molti altri artisti, ma per il lavoro finale: da qui la mia ricerca sui materiali, sui colori, e sui processi di stampa. Mi piace che la scultura mantenga la sua natura sintetica, non emuli i materiali tradizionali come il gesso, il marmo, il bronzo. Per la stessa ragione, mi piace che il processo di stampa si manifesti nella sua temporalità dilatata (una scultura di 40 cm è frutto di un processo di stampa ininterrotto di circa 50 ore) e nei suoi difetti, o artefatti. La stampa a livelli sovrapposti lascia sul corpo delle donne delle tracce, simili ai cerchi di crescita dei tronchi d’albero o alle stratificazioni della crosta terrestre.
Durante il processo di creazione trasferisco su quei corpi le mie emozioni, andando a manipolare e a modificare la perfezione di una sfera. Recentemente ho cominciato a lavorare a un possibile audio da associare a ciascuna scultura, un suono che fonda rumori ancestrali e vibrazioni dal futuro. Il risultato di sculture e audio derivante da questa installazione catapulterà lo spettatore in un tempio, un portale temporale tra l’antichità e l’ignoto.



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Come ti rapporti con la città e il contesto culturale in cui vivi?

Sono nata e cresciuta a Milano, nella periferia nord di Niguarda. Da qualche anno vivo a Pavia. Vado spesso a Milano per insegnare a Brera, vedere mostre, trovare i parenti, insomma continua a essere il mio polo di riferimento. Negli ultimi anni ho piacevolmente notato come i luoghi espositivi dedicati alle pratiche artistiche più contemporanee e sperimentali abbiano scelto zone periferiche della città per lo sviluppo di centri dell’arte contemporanea. Penso a grandi istituzioni come la Fondazione Prada e l’ormai sedicenne Hangar Bicocca, ma anche a spazi espositivi più piccoli, che catalizzano un fermento artistico più giovane e fresco: come lo spazio Rehearsal di Niguarda, o project space dal percorso più consolidato come Dimora Artica e Current. Tutti e tre portano avanti una ricerca curatoriale molto giovane e dinamica, pescando nel panorama artistico italiano e internazionale quegli artisti che ibridano differenti linguaggi e sperimentano nuovi media nello sviluppo delle loro opere.
Al di fuori del contesto artistico, amo vedere Milano alle 5 del mattino. Ci sono alcuni luoghi che ancora oggi mi tolgono il fiato. Uno di questi è lo stadio di San Siro. Fino a qualche anno fa adoravo allungare i miei tragitti notturni, di rientro a casa, per passarci davanti e vederlo alle prime luci dell’alba. Non è un’alba in montagna, non è un tramonto di Venice Beach ma quanto è bello! Qualche tempo fa avevo letto un articolo sulla possibile “distruzione” dello stadio e mi era venuto un pugno allo stomaco. A proposito di distruzione e ricostruzioni, non ho ancora preso una grande confidenza con il nuovo quartiere di porta Garibaldi. Seppur apprezzi l’architettura modello downtown non riesco a dimenticare che proprio dove ora ci sono dei palazzoni enormi, quando ero piccola quella zona era la preferita di tutti i bambini di Milano perché proprio li c’era il luna park delle Varesine. Un altro luogo che vivo con nostalgia è quello del parco della Triennale. In particolare, quando vedo i Bagni Misteriosi (1934-1973) di Giorgio De Chirico. Mi ricordo quando questi bagni erano attivi, pieni di acqua e di bambini che ci sguazzavano dentro, me inclusa. Quanti di voi possono dire di avere fatto il bagno in uno spazio metafisico? 🙂

Cosa pensi del “sistema dell’arte contemporanea”?

Ho cominciato a lavorare come artista nel 2009, in piena crisi economica mondiale: un momento storico non troppo favorevole all’acquisto. Senza fare valutazioni sul mercato in generale, una cosa positiva che ho visto accadere dalla mia posizione è stata la crescita dell’attenzione sulle opere d’arte realizzate con le nuove tecnologie. Si è creato un bel giro di giovani collezionisti meno interessati all’arte tradizionale e più orientati verso le nuove forme di sperimentazione artistica.
Anche l’introduzione di nuove piattaforme online come Sedition e Artsy ha dato uno spazio importante nel settore artistico in cui opero. È cambiato il modo di acquistare, collezionare e fruire l’arte. Di recente ho esposto su Artsy con la galleria Metronom di Modena la serie I’m Thinking of You nello spazio dedicato alle mostre online. In seguito al periodo di lockdown molte gallerie hanno deciso di aprire la loro attività anche su canali in rete.
In generale, dal sistema dell’arte italiano mi aspetterei che ci fosse maggiore sostegno per gli artisti italiani che risiedono in Italia, sia a livello economico sia culturale. Mi piacerebbe che le istituzioni investissero di più anche nell’arte che utilizza le nuove tecnologie digitali, attraverso acquisizioni in collezione, fondi di ricerca e altro. L’unica soluzione per vivere da artisti non può e non deve essere l’esilio all’estero. Troppe volte ho letto comunicati stampa di eventi, mostre o manifestazioni internazionali importanti sul territorio italiano in cui mancava totalmente la presenza dell’artista italiano – un paradosso. In paesi come la Francia questa cosa non accadrebbe mai – perché deve accadere in Italia? Capisco le dinamiche di finanziamenti privati, le ricerche di curatori che collaborano con artisti sostenuti da istituzioni o fondazioni straniere, ma lo spazio per gli artisti residenti in Italia alla fine si riduce a zero.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

L’amore. Ho sempre pensato che parlare d’amore e di come questo si manifesti fosse un compito centrale del mio ruolo d’artista. Mai come adesso l’amore è di primaria necessità. Troviamo profondi squilibri, e mancanza di amore, verso noi stessi, se consideriamo i danni ambientali che stiamo provocando, e verso il prossimo se invece prendiamo in considerazioni gli innumerevoli episodi di razzismo avvenuti recentemente nei cosi detti “paesi civilizzati”.
Nelle mie opere spesso ho parlato del ruolo dell’amore e delle sue conseguenze – come in My Love Is So Religious (2017-2019) – anche se affronto questa tema prendendo in considerazione sfere sentimentali più piccole. Il più recente Compulsive Love (2019) – installazione video e filtro Instagram – parla di come l’amore venga mediato e veicolato nella società contemporanea in cui viviamo attraverso brand, status, icone e sostanze eccitanti. Il lavoro è formalmente un mash-up di alcuni frame presi da Romeo + Juliet (1996) di Baz Luhrmann. Benché la storia shakespeariana racconti dell’amore puro e impossibile dei due giovani protagonisti, il contesto luhrmaniano pone questo sentimento all’interno di grattacieli sponsorizzati, feste per affermare il proprio status, life style alla moda, armi e uso di stupefacenti. L’amore è contaminato da meccanismi di sorveglianza, è il prodotto di un sistema capitalistico che per necessità consumistica non contempla la possibilità dell’happy end. Nell’era della comunicazione e dell’iperconnettività, le relazioni sentimentali sono precarie, mediate e accelerate.
A complicare le relazioni c’è anche il fatto che grazie ai social network in una situazione di coppia si vivono continue ‘relazioni a quattro’: persone umane e la loro rappresentazione online.
Si moltiplicano i casi di OLD (Obsessive Love Disorder), e si cominciano a tracciare in maniera morbosa le abitudini della persona amata controllando o meglio stalkerando i loro comportamenti online.
Profondi squilibri nella sfera sentimentale e nel privato generano inevitabilmente anche profonde diseguaglianze nella sfera sociale. Il micro influenza il macro.

A cura di Marco Roberto Marelli

www.kamiliakard.org

Instagram: kamiliakard


Caption

Compulsive Love – Glittering, Crying Romeo Still, 2019 – Video loop installation, variable dimensions – Courtesy l’artista

I’m a Total Babe 3-4 , 2013 – Print on fine art paper, 45×66 cm – Courtesy l’artista

Woman as a Temple 2 Silk Gold, 10 Cold White, 12 Silk Purple, 2017-2019 – Installation View Antropotecniche Metronom Gallery, Modena, 30x28x40 – Courtesy l’artista

My Love is so Religious – The Three Graces, 2016 – Print on fine art Paper, 200×124 cm – Installation view La Quadriennale 16, Palazzo delle Esposizioni, Roma – Courtesy l’artista

Performing Filters, 2018 – ongoing – Instagram based performance – Courtesy l’artista