Vera Portatadino nasce il 7 marzo 1984 a Varese. Dopo aver sviluppato il suo percorso di studi, prima a Milano e poi nella capitale inglese, oggi vive e lavora fra la sua città natale e il capoluogo lombardo. Artista e direttore di Yellow, innovativo artist-run space con sede a Varese, dedica la sua ricerca artistica a un fare pittura intimo e delicato, dove soggetti, pennellate fluide e atmosfere luminose penetrano all’interno della natura che ci circonda indagandone i suoi aspetti di precarietà e le sue contraddizioni.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Se vogliamo intendere “dal giorno dopo che ho finito il college” e non prima, diciamo da otto anni. Ho qui davanti agli occhi il “primo” grande dipinto che ha sancito la mia totale adesione alla pittura. Era forse l’ultimo anno di college, a dire il vero. La mia pittura era sicuramente più magra, il soggetto decisamente più astratto, sebbene partisse da riferimenti reali, ma la tematica è in qualche modo rimasta la stessa. Negli anni si è fatta più chiara, scoprendo punti di vista e modalità differenti. Ho acquisito maggiore consapevolezza ed esperienza e, probabilmente, meno paura di sbagliare. Senza dubbio, è cresciuta una grande determinazione.

Vera Portatadino

Witnesses, 2017 – oil on linen – 120 x 100 cm – courtesy l’artista

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Il mio lavoro si manifesta come indagine ed evocazione di alcune caratteristiche proprie dell’esistenza: precarietà, trasformazione e contraddizione. Esse sono alcune delle esperienze condivisibili, che fanno della realtà un oggetto per me costantemente interessante. A tal scopo, mi addentro nella natura. È interessante riflettere sul nostro rapporto con essa, in un’epoca che accelera inevitabilmente nel mondo virtuale. La natura rappresenta ancora, per eccellenza, il tangibile e l’alterità. Lo “slow-media” della pittura forse è la forma più radicale di resistenza, oggi. Ha a che fare con una pratica di contemplazione, concentrazione, studio, lentezza, tangibilità e solitudine.
La mia pittura diventa strumento e soggetto che esplora e si costituisce in uno spazio che continua a mutare, dove pennellate e colore si materializzano oscillando tra astrazione e figurazione, quasi a voler enfatizzare una condizione di costante trasformazione della materia, per mano del tempo. La natura è per me la forma di una bellezza, minacciata dalla propria sparizione. La pittura ne è mistica contemplazione.
E così, foreste che sembrano prendere vita o disfarsi sotto lo sguardo vigile di un uccello, foreste che fioriscono quando tutti se ne sono andati. Polline e petali viaggiano nell’aria alla ricerca di nuove possibili forme di vita. Animali, colti in un momento di quiete, prima di un’incombente minaccia. Nel cosmo la materia si espande. Nel microcosmo, continua la sua trasformazione.
La Terra. Mi interessa la Terra senza dubbio, ma a dire il vero mi interessa l’Universo. L’esistenza delle cose. I grandi temi: bellezza e violenza, promessa e morte. L’ambiente e l’astrofisica. Le trasformazioni.
Tra qualche anno saremo su Marte. Oppure, seduti in qualche altra stanza a esplorare realtà virtuali attraverso protesi digitali. Fuori, il vento continuerà a sospingere fronde, fiori, rami. Le radici scaveranno ancora. Da lassù ricorderemo la Terra. Quaggiù, forse, intelligenze artificiali se ne prenderanno cura.
Di questo parlano i progetti a cui sto lavorando in questo momento.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Non vivo più in una città da quando sono andata via da Londra, ormai sette anni fa. Vivo in un bellissimo paese di 2700 abitanti, nel Varesotto. Dalle finestre vedo il lago e il bosco. La mattina cammino un’ora tra gli alberi. Di notte si contemplano le stelle.

Il mio rapporto con la città!? Londra l’ho amata tantissimo, Varese offre un’ottima qualità di vita, ma meno stimoli culturali sul contemporaneo, tra cui, certo, c’è Yellow (www.yellowspace.jimdo.com) e tanto da costruire, in un certo senso, un potenziale. Milano è per me attualmente la città di riferimento, dal punto di vista lavorativo. In un’ora sono lì. La vivo da pendolare. Mi piace arrivare alle cinque del pomeriggio, visitare qualche mostra, incontrare qualcuno, fermarmi a cena e poi tornare in un luogo immerso nella natura. Ogni tanto sono tentata di trasferirmi, ma poi… tu mi capisci, hai la montagna nel cuore. Di recente sono stata a New York, è stato elettrizzante. A New York mi trasferirei domani, a condizione di potermi concentrare esclusivamente sul lavoro.

Vera Portatadino

Tomorrow is Nothing, 2017 – acrilic and oil on canvas, 18 x 24 cm – courtesy l’artista


Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?


C’è il sistema dell’arte contemporanea e c’è l’arte. A volte le due cose coincidono ed è una grande occasione per tutti, un momento di grazia. Penso che occorra essere consapevoli di entrambi e agire di conseguenza.

Che domanda vorresti ti facessi?

Vuoi un pied-à-terre in comodato d’uso a New York?

www.veraportatadino.com

Immagine di copertina: Vera Portatadino – courtesy l’artista


Intervista a cura di Alberto Pala per FormeUniche

 

Alberto Pala

Nato a Domodossola nel 1982, si avvicina all’arte contemporanea come collezionista. All’attività di organizzatore di mostre in spazi pubblici affianca quella di assistente di galleria prima, e responsabile poi, per importanti realtà italiane. Attualmente lavora per la galleria Luca Tommasi Arte Contemporanea di Milano pur continuando a collaborare attivamente in progetti per la diffusione dell’arte dei nostri giorni.