Silvia Giambrone (Agrigento, 1981) vive e lavora tra Roma e Londra. Utilizzando diversi linguaggi – performance, installazione, scultura, suono, video – il suo lavoro esplora le politiche e le pratiche del corpo con particolare attenzione alle forme più sotterranee di assoggettamento. La sua ricerca scandaglia l’intimità dell’essere umano attraverso il filtro del suo rapporto con gli oggetti, intesi come simulacri e sintomi degli aspetti più reconditi delle dinamiche relazionali in cui sono quotidianamente coinvolti.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti tra i tuoi esordi e oggi?

Ho cominciato a lavorare nel 2007, subito dopo aver finito l’accademia e da allora tanto è cambiato, le differenze sono molte, diffuse e a tutti i livelli. È cambiato il mio lavoro, sono cambiata io, è cambiata l’Italia e tanto anche Roma. In pochi anni niente è più come prima. Il mio lavoro, nel tempo, si è strutturato, ha preso direzioni abbastanza diverse da quel che immaginavo eppure, malgrado io non abbia fatto nessuno sforzo in questa direzione, ha sempre mantenuto una certa intima coerenza. Forse perché le ossessioni sono sempre le stesse mentre il linguaggio si è arricchito e articolato gradualmente.
Quando ho cominciato a lavorare la disponibilità economica per gli artisti era nettamente superiore rispetto a oggi e a quanto pare molta meno (dicono) che per gli artisti delle generazioni precedenti che hanno avuto molte più opportunità soprattutto nel dialogo con le istituzioni. Adesso tutto il sistema culturale italiano arranca ma questo non mi scoraggia perché ho un rapporto di grande privilegio con la bellezza che, padrona della storia di questo paese, non vuol sentire ragioni sindacali.

Silvia Giambrone

Baby dull, 2018 – performance, ciglia finte in ferro, catene ancorate al muro – courtesy l’artista

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Il mio lavoro tratta dell’intimo legame tra il soggetto e l’addomesticamento, soprattutto l’addomesticamento alla violenza. Mi sono trovata a lavorare su un taboo, ovvero la tendenza che abbiamo a rimuovere il bisogno di ricorrere alla violenza, imputandola sempre all’altro. Credo che la violenza sia un linguaggio che si impara e si articola e da cui, come inevitabilmente accade con il linguaggio, si viene abitati. Auspico che chi incontri il mio lavoro rimetta in discussione il proprio alfabeto emotivo e si domandi di quanta violenza è capace, non solo di quanta ne abbia subita. In questo senso ho lavorato molto sull’ambiente domestico come luogo d’elezione delle forti ambiguità che animano l’addomesticamento del soggetto. I prossimi progetti sono decisamente in linea con la mia ricerca, e alcuni tra questi sono: una mostra a Roma dal titolo Notturno Domestico con Davide Dormino a Spazio Y curata da Fabrizio Pizzuto, una mostra collettiva alla Galleria Marcolini di Forlì dal titolo Mottenwelt, e poi una mostra con la Fondazione Rossini curata da Francesca Guerisoli. Altri sono in via di definizione.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

In questo momento vivo tra Roma e Londra e per quanto riguarda Roma, direi proprio come in un rapporto di coppia: con fatica, spirito costruttivo, narcisismo e grande amore. Del resto la città stessa non lascia molte altre alternative, benché malaticcia Roma è sempre seduttiva.
Con Londra le cose sono molto diverse, benché la frequenti da sempre è come se ora fossimo solo ai primi appuntamenti. Vediamo come va la relazione.

Silvia Giambrone

Senza titolo con spine, 2017 – sedie in legno, rami di acacia spinosa, polivinilcloruro, bitume, vernice per vetro, 150x85x85 cm – courtesy l’artista

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Tendo a non dedicarmi troppo all’analisi e alle logiche del sistema dell’arte, l’artista dovrebbe essere imprenditore, dicono i libri scritti dagli artisti superstar. Non sono sicura che sia vero, è stato vero per loro ma credo anche che il divino labirinto degli effetti e delle cause, come lo chiamerebbe Borges, lasci spazio anche a chi non privilegi innanzitutto le tattiche alle poetiche.
Io privilegio gli aspetti poetici del mio lavoro di artista che è innanzitutto una vocazione e poi, con mia grande gioia, è diventato un lavoro. Come tanti altri sistemi, quello dell’arte ha una sua complessità fatta di epica e di noia profonda. Trionfano nel sistema dell’arte, come in tutti gli altri sistemi, gli investimenti e le opere dalle qualità più rassicuranti ma esistono sempre anche sacche di resistenza. Credo che malgrado tutto il sistema dell’arte sia fatto da esseri umani quindi offre anche molte occasioni di divertimento. Auspico un po’ meno finanza e un po’ più di erotismo, così si scriverebbero più poesie.

Che domanda vorresti che ti facessi?

Quella di cui ti vergogni di più.

www.silviagiambrone.com

Immagine di copertina: Ritratto, ph Göran Gnaudschun


Intervista a cura di Marco Roberto Marelli

 

Emanuela Zanon

Laureata al DAMS di Bologna, città dove vive e lavora, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.