Five Questions for Scerbo (Giuseppe Solinas)

Se il pensiero binario straussiano contrappone il vuoto al pieno, alienando il primo a qualsivoglia forma, le teorie quantistiche e le discipline orientali concordano nelle sue potenzialità espressive, in quel principio di indeterminatezza che si fa corpo carico di senso e di sostanza. Nell’ambiguità di questo luogo, si sviluppa l’indagine di Scerbo, alias Giuseppe Solinas (Biella, 1984). Una ricerca che, partendo da ragionamenti filosofici, matrice dei suoi studi, si concretizza in una dimensione estetica precisa ma profondamente sfaccetta nella sua comprensione, tra sforzi e contrappesi (reali), tensioni e formalismi. Il disegno e la pittura sperimentata nei primi periodi, lasciano il posto alla scultura e al gesto performativo, alternandoli alle prospettive del linguaggio digitale e del video. Opere-pensiero che mettono alla prova il sapere e l’ignoto, contingenze articolate in architetture primarie, dalla natura essenziale (cemento, vetro, rete, metalli, legno, carta, neon) che si combinano in strutture minimali colte in imprevedibili acrobazie fisiche e mentali.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Non credo nel tempo oggettivo, forse nemmeno a quello soggettivo. Posso dire che il mio spazio di ricerca si estende dal momento in cui è stata lanciata la sonda Kepler per lo studio dei pianeti extrasolari. Da quel punto a questo, la consapevolezza intellettuale si è estesa fino a rivelarsi nella materia di confine tra realtà digitale e biofisica, esplodendo nella possibilità di coniugarne una semantica artistica cosciente.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Le tematiche intellegibili hanno lasciato spazio alla vibrazione significante per amore di una conoscenza espressiva che vorrebbe schiudersi, nel senso assorbito dalla coscienza, e che partecipa attivamente alla verità ontologica del mio lavoro. Insieme all’artista maceratese Clarissa Baldassarri, è nato il gruppoB e con esso GENESI. Si tratta di un progetto che si sviluppa in una vecchia abitazione, in cui resteremo per il tempo di una settimana, rivalutando il presente e partendo da ciò che troveremo all’interno. Attraverso un divenire di rielaborazioni performative, sviluppate nel rapporto fra videoinstallazione e proiezione digitale estesa allo streaming online, si cercherà di aprire il presente nella portata della memoria che i mezzi digitali consentono di legare alla realtà empirica.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Non ho grandi rapporti con il paese in cui vivo, è troppo piccolo per contenere l’espansione mentale che vorrei raggiungere.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Rifletto sul concetto di sistema come forma cerebrale perché credo che la questione si edifichi proprio sul fatto che la nostra specie è arrivata a doversi riferire a quest’idea per accedere alla conoscenza dell’espressività, convinto che sia una condizione necessaria per decretare un’oggettività di giudizio. Penso che non esista un sistema vero e proprio ma che ci siano solo delle opinioni vaghe in merito.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Oggi vorrei riuscire a non parlare. Oggi desidero che il significato delle cose venga respirato dalle narici e trasportato nei polmoni, che ossigenando il cervello lo colmano di senso, senza doverlo giustificare per capirlo.

a cura di Elena Solito


www.scerbo.it

Instagram: _scerbo_


Caption

STRETCHED PORTRAIT – Courtesy SCERBO, ph Valeria Zannoni

ACCOCCOLATI NEL SUO CERCHIO, 2018 – Pannello e neon – Courtesy SCERBO, ph SCERBO

PRINCIPIALE – White murble blocks, metal dustpans 68x53x21 – Courtesy SCERBO, ph SCERBO



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