Romina Bassu nasce a Roma nel 1982. Sviluppa il suo percorso di studi nell’Accademia di Belle Arti della capitale e presso la Facultad de Bellas Artes de Sevilla. Dopo aver collaborato, come assistente, nello studio di Alberto di Fabio e in quello di Cristiano Pintaldi, soggiorna a Londra e Berlino prima di trasferirsi in Spagna per dare vita al progetto Archivio anonimo, esposto nel 2013 presso la Galleria Manuel Alés, nella Sala Rafaél Argelés de la Fundación de Cultura José Luis Cano e presso la Sala Rivadavia, Diputación de Cádiz. Il suo fare pittorico utilizza immagini e impostazioni grafiche di un recente passato per raccontare e comprendere in maniera profonda il mondo di oggi. Personaggi eleganti e sorridenti, provenienti dagli anni Cinquanta, dominano tenui campiture monocrome perdendo la perfezione da copertina di rotocalco e cedendo spazio alla tattilità del pigmento.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Non saprei indicare con precisione il momento in cui ho cominciato a definirmi artista, a considerarlo non solo una passione ma il mio lavoro, è stato un percorso graduale cominciato dopo l’Accademia. Sicuramente il 2013 è stato un anno importante: dopo essere tornata in Italia, dopo qualche anno vissuto tra Londra, Berlino e Siviglia, ho cercato di riservare le mie giornate interamente alla pittura. Correre il rischio di dedicarmi all’arte in maniera esclusiva mi ha portato ad affrontare la mia ricerca in maniera più efficace rispetto alla fase precedente, in cui mi occupavo di attività parallele e spesso sentivo di non essere soddisfatta dei risultati che riuscivo a ottenere. Credo che la differenza sostanziale tra gli approcci precedenti e oggi sia proprio nella gestione del tempo.

Romina Bassu

Male Gaze – Installation view, 2017 – Courtesy Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma 2017

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Il mio ultimo progetto, presentato nello Studio SALES di Norberto Ruggeri a cura di Manrica Rotili, riflette sullo stereotipo femminile generato dai mass media. Questa specifica rappresentazione della donna che alberga nell’immaginario collettivo è stato, nella storia, il risultato di uno sguardo esclusivamente maschile dietro la cinepresa: il cosiddetto male gaze. L’ultima serie di lavori esamina proprio quello sguardo, mostrando in modo sarcastico il peso e la difficoltà di un certo ruolo sociale. A partire dalle prime pubblicità, dall’avvento della televisione e prima ancora del cinema, questo filtro sotteso alle immagini ha finito per costituire un modello di riferimento per le generazioni successive e una profonda oggettivazione della donna nella cultura di massa, abituando lo stesso universo femminile a osservarsi con occhi maschili.
Le figure femminili che popolano i miei dipinti appaiono intrappolate in una realtà distopica che evoca gli anni Cinquanta: la scelta di congelare il tempo in quella decade vuole sottolineare le troppe situazioni del presente che assomigliano ancora a quelle del passato. Cerco di percorrere un viaggio a ritroso, come se sottoponessi la società a un’analisi freudiana, per risalire al “trauma collettivo” sepolto nel nostro recente passato.
Le donne che ritraggo sono immerse in campiture dai colori confortanti o seducenti, come il rosa, il verde chiaro o il carta da zucchero: cromie attraenti come quelle di un prodotto che deve essere scelto nello scaffale di un super mercato, o che distendono la mente generando una sensazione di calma. Con il colore rielaboro l’intenzione banale, quasi anestetizzante, tipica delle pubblicità commerciali che mirano a rassicurare il telespettatore. Mi piace creare un effetto gradevole, ma ingannevole, perché approfondendo lo sguardo si avverte il contrasto con contenuti scomodi, inquietanti.
Dipingo casalinghe devote, madri accoglienti, pin-up ammiccanti e sorridenti, ma ognuna di loro tradisce quell’atmosfera di perfezione, con un dettaglio dissonante o un’espressione che svela una tensione psicologica. Quello spazio tra nevrosi e apparente serenità è la dimensione che più mi interessa.
In altri lavori scelgo i dettagli del corpo per raccontare l’identità femminile, come un capezzolo decontestualizzato dal resto del corpo, che con la sua timida presenza vuole far riflettere su come possa suscitare scandalo e censura oppure la più totale indifferenza, nel caso in cui appartenga a un uomo. Isolato dal nostro immaginario e dai nostri costrutti sociali è un semplice residuo anatomico.
Per quanto riguarda impegni futuri, al momento sono coinvolta nella produzione di un nuovo progetto che sarà accolto dalla Burning Giraffe Art Gallery di Torino, ma essendo ancora in fase embrionale è difficile anticipare quale sarà la forma definitiva.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Attualmente vivo alla periferia di Roma. Ho un rapporto conflittuale con un contesto urbano che spesso sembra determinato ad assorbire ogni energia di chi lo attraversa, tra le difficoltà negli spostamenti, le criticità nei servizi, il suo carattere complicato e caotico. Eppure, rimango sempre affascinata dalla bellezza di questa città, in cui sono nata e cresciuta ma alla quale non ci si abitua mai davvero. Credo che lo stesso conflitto valga per la scena dell’arte contemporanea a Roma, nel suo confrontarsi con il tessuto archeologico e con le stratificazioni di un passato imponente: può essere una relazione difficile, ma quando il binomio funziona dà luogo a soluzioni estremamente interessanti.

Romina Bassu

Sei piu’ bella quando sorridi, 2017 – Acrilico su tela, cm 40×30. Collezione privata – Courtesy Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Credo ci sia una grande carenza del sistema pubblico nazionale, anche a livello di sensibilità politica rispetto all’esigenza di investire negli artisti di domani. Faccio riferimento alla fascia degli emergenti, alla quale appartengo, che è quella che risente maggiormente di questo vuoto. Avendo vissuto in altre realtà europee salta agli occhi quanto il sostegno all’arte, nel nostro paese, sia stato delegato nella maggior parte dei casi ai privati, che non sempre hanno gli strumenti per un percorso più graduale degli artisti, incentrato anche sulla ricerca e sulla sperimentazione.
A livello più personale, nella fase della mia formazione ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno avuto la pazienza di guidarmi in un ambiente che all’inizio può risultare inaccessibile. Ma al di là delle regole e delle strategie possibili sopravvive in me una romantica convinzione, secondo la quale tutto inizia in studio: la cosa più importante rimane l’opera che nasce nel proprio silenzio creativo.

Che domanda vorresti ti facessi?

Cosa faresti oggi, se non avessi scelto di fare l’artista?

 

Instagram: romina_bassu

Immagine di copertina: Romina Bassu – Courtesy l’artista, ph Bruno Cerasi


Intervista a cura di Marco Roberto Marelli

 

Marco Roberto Marelli

Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.

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