Five questions for ROBOCOOP

ROBOCOOP (acronimo di RomaBolognaCooperazione) è un progetto di ricerca e sperimentazione artistica nato nell’ambito dell’arte urbana. Attivo dal 2012, è oggi composto da due fotografi e architetti. Inaspettato, sviluppa un fare colto e raffinato, materializza e dialoga con l’architettura del presente e del passato, la traduce in chiave utopica all’interno della città variando, di volta in volta, il medium coinvolto. Gioca col paradosso della progettazione non finalizzata alla costruzione, utilizza il disegno e le immagini per porre interrogativi e attivare il distratto abitante dei luoghi. In linea con la più avanzata ricerca in ambito estetico a livello internazionale, supera ogni definizione stilistica per farsi comunicazione pura e coinvolgente, democratizzando un’arte che mai come oggi fugge da volontà elitarie.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

ROBOCOOP è un progetto nato nel 2012, ovvero 7 anni fa.
Possiamo di certo individuare differenze sottili ma rilevanti tra i nostri primi lavori e quelli più recenti.
La prima sta nell’attitudine rispetto alla formulazione dell’idea e della scelta del media con cui essa si traduce in messaggio.
Abbiamo ribaltato la consecutio temporum nella concezione di un progetto, secondo cui la nostra scelta del media precedeva e veicolava il messaggio da trasmettere, passando a una subordinazione del media all’idea originaria: mentre prima il messaggio veniva tradotto sempre mediante le stesse forme (uniche?) ora è l’idea che decide in quale forma di disegno tradursi.
La seconda differenza sta nell’accettare il bozzetto come opera, rinunciando all’idea che il valore dell’opera stia (anche) nel suo tempo esecutivo: non ci preoccupa più ricercare un “bello” oggettivo, ma un “comunicativo” soggettivo, accettando l’atto creativo del bozzetto come opera in sé, in quanto il disegno è archivio e inventario.
Questa differenza nasce dalla presa di coscienza di non essere dei tecnici del disegno, ma dei giovani comunicatori che hanno visto nel disegno la propria opportunità di “dire”: la scelta di come dirlo, tramite quale media (disegno a mano, disegno digitale, modellazione materiale o digitale, video, pittura, poster art) subentra in un secondo periodo e rappresenta il momento che fa da differenziale fra i nostri lavori e, di conseguenza, fra le nostre fasi.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Le tematiche sono innumerevoli e non sono fino a ora, per noi, facilmente catalogabili. Ci piace l’idea di approcciarsi in modo elastico e libero rispetto alle occasioni di lavoro che capitano, cercando di essere resilienti, nel senso di cambiare per l’occasione per riprendere poi la nostra forma e aspetto originale.
Rimanere resilienti resta il nostro programma, proponendo, tramite piccoli interventi diffusi, una serie di interrogativi tradotti in immagini, e non solo degli esclamativi.
Vogliamo continuare a lasciare nelle città e nelle strade i nostri poster, affinché queste domande possano raggiungere un pubblico più vasto ed eterogeneo.
A livello di progetti, abbiamo in mente un lavoro per Roma e uno per Londra, entrambi a lungo termine. Abbiamo da poco completato un piccolo intervento nei dintorni di Parigi.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

A entrambi piace guardare dove gli altri non guardano e passare per strade che gli altri non percorrono.
Siamo degli osservatori e dei rapinatori, estraiamo dallo spazio architettonico urbano che ci circonda dei frame e degli stimoli che poi rimontiamo e riassembliamo in immagini sistema che vanno a immettersi nuovamente nel circuito cittadino, che vanno ad attaccare i suoi muri. Vediamo l’arte come uno strumento di turbamento in grado di comunicare; la volontà di lasciare un segno, per quanto effimero, nelle città in cui viviamo, risiede proprio nel cercare di trasmettere e fissare su carta l’indicibile nel mondo della comunicazione dove niente è tangibile.
Viviamo paradossalmente in una città digitale.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

È un sistema complesso. In generale, siamo felici che la strumentalizzazione dell’arte urbana – o street art – stia pian piano scemando.
Abbiamo cominciato a interfacciarci con più continuità a questo mondo e ci capita di relazionarci con curatori, galleristi e altre figure. Gli attori che partecipano a questo sistema sono vari e diversificati, quindi non ci sentiamo di dare un giudizio univoco.
Banalmente, siamo dell’idea che se una galleria lavora bene, conosce il sistema ma si interfaccia con onestà e professionalità, allora funziona.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Più che un argomento, è un interrogativo.
Vogliamo ricominciare a parlare delle donne nel mondo dell’arte e dell’architettura?

A cura di Marco Roberto Marelli


www.robocoop.net

Instagram: robocoop


Caption

INNESTO#0 – Veduta interna della Basilica di S. Pietro in Vaticano vicino alla Tribuna (Giovanni Battista Piranesi, 1773) – PalaEur (Pierluigi Nervi, 1958-60) – Installazione site specific presso la galleria The Popping Club  – Courtesy ROBOCOOP 2016, ph ZA²

Nuova prospettiva – Prospettiva con portico (Canaletto, 1765) – Centro del Governo (Louis Kahn, 1962-75) – Intervento urbano al Ghetto Ebraico (Roma) – Courtesy ROBOCOOP 2016, image Silvia Pozzati

Landmark rurale – Stampa antica su paesaggio della Maremma Toscana Torre satellite a Montalto di Castro – Intervento su via Aurelia, vicino Montalto di Castro – Courtesy ROBOCOOP 2018, image ZA²



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