Five Questions for Roberto Coda Zabetta

Roberto Coda Zabetta è nato a Biella, nel 1975, ed è stato assistente di Aldo Mondino dal 1995 al 2005. La sua è una pittura organica che invade il mondo, che travalica i confini di genere artistico per farsi spazio e geografia. Dalla tela alle grandi aree architettoniche, le dinamiche del colore e di una forza ritmica della forma affascinano e invadono, procedono degli occhi all’istinto, dall’epidermide ai sentimenti rendendo lo spettatore partecipe di un accadere più grande di lui.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Artista è un aggettivo davvero troppo impegnativo. Penso molto di più alla parola pittore, ma anche questa rientra in un’area alquanto complessa. Quella che ho stampato sulla carta d’identità, invece, mi identifica e mi piace molto: domatore.
Sono sempre stato uno studente senza infamia e senza lode, la teoria lontana dalla pratica, solo del fare mi sono sempre appassionato. A diciotto anni, senza sapere bene cosa ‘fare da grande’, parto per il servizio militare e vengo spedito a Vercelli dove conosco, per caso, un collezionista come Gigi Chiesa che, sentendomi parlare della mia iscrizione per l’anno successivo all’Accademia di Brera, decide di presentarmi un suo amico pittore che viveva nelle campagne piemontesi: Aldo Mondino.
Siamo nel 1995, il 6 di settembre finisco a casa di Mondino, dove senza più partire, rimango per quattro mesi dimenticandomi di Brera, Biella, amici e fratelli. Mondino, che aveva quasi sessant’anni, è generoso ma severo, mi adotta come assistente e io capisco che ho bisogno del lato pratico del lavoro, del fare, appunto. Per lui faccio tutto anche se non mi avvicino ai suoi quadri, lo studio è sacro. Io avevo sempre disegnato, anzi scarabocchiato, ma trovarmi, poco più che maggiorenne, a contatto con il ‘gotha’ del mondo dell’arte italiana era come vivere perennemente ebbri di cultura, idee, dibattito. Venivano in studio da Mondino curatori come Achille Bonito Oliva o Germano Celant; artisti come Luigi Ontani, Maurizio Cattelan, Not Vital; Giancarlo Politi, che dirigeva Flash Art, oppure Gian Enzo Sperone da New York. Un mondo meraviglioso e a me sconosciuto. Ascoltavo.

Oggi tento di ascoltare la pittura, capire quali sono i limiti della relazione e della recitazione.

Ora sta avvenendo ancora una volta un cambiamento, nuovamente nato in maniera inconsapevole dalle cose che ho intorno. Non molto tempo fa, mi piaceva l’idea di aggiungere, per distruggere. Oggi, tolgo per costruire. Nel mentre, cerco di non dire troppo e di ascoltare ancora tanto.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Ibridando immagini, corrompendo segni con altri segni, sogni con altri sogni, lottando a favore dell’irriconoscibilità, manomettendo, deviando, dando strenuamente segni contraddittori, si potrebbe dire che la mia prima aspirazione sia liberarsi della forma. Quindi, la non espressione, la non forma. È una lunga storia, quella dell’offesa alla forma, ma qui la fisicità pura (se è mai esistita) cede totalmente alla ‘psichicità’: un’esigenza dell’artista, forse il riscatto di una spinta interna che si proietta, poi, senza remore all’esterno. Una ricchezza dissipativa di segni, linee, colori, vedo all’orizzonte. C’è una natura che vuole farsi sentire.
Oggi mi piace pensare a queste parole ripetute.
In questo momento c’è la mia personale alla galleria Kuenzler Weder a Zurigo. Una versione intima del grande progetto di Napoli realizzato in collaborazione con il Museo Madre nel 2017. In occasione di Artissima a Torino, la galleria olandese Annet Gelink presenterà 15 lavori inediti insieme a quelli all’artista inglese Ryan Gander. Nel 2020 una grande installazione permanente inaugurerà nel nuovo Museo Arte Moderna e Contemporanea di Rimini. Subito dopo, il terzo capitolo dei Cantieri, in Finlandia nella città di Kokkola – in collaborazione con il Drake Art Center – dove, in linea con l’approccio dei precedenti episodi, sulla storica piazza della città ci sarà il mio intervento.



Roberto Coda Zabetta
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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Vivo in due luoghi. Quasi da sempre.
Milano, che ho sempre amato e che mi ha dato davvero tanto. Non una città di passaggio, ma se ci rimani abbastanza a lungo, un luogo che entra totalmente dentro alla tua vita.
Poi c’è Loretello, microscopico paesino nell’entroterra Marchigiano tra Urbino e Fabriano.
Mi piace pensare che siano una sola casa e un solo studio.
Tutto insieme.
Alla fine, ciò che desidero di più al mondo sono: rapporti umani ed estetica.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

In generale, meravigliosamente geniale.
In Italia, maltrattato.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

L’arte è investigazione, domanda, complicazione.
Il giorno in cui non mi porrò più questa domanda, forse sarò pronto per andare in pensione.

A cura di Marco Roberto Marelli


www.robertocodazabetta.com

Instagram: robertocodazabetta


Caption

Roberto Coda Zabetta, Cantiere 1 / Terrazzo – Ph. Henrik Blomqvist

Roberto Coda Zabetta, TERRAZZO – Installation view KW/ Kuenzler Weder, Zurich, 2019 – Courtesy the artist and Kuenzler Weder, ph. Henrik Blomqvist



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