Five Questions for Reverie

Il corpo come “casa” in cui abitare, esile come un giunco e dalla pelle diafana, è quello di Eloisa Reverie Vezzosi, in arte Reverie, giovanissima artista visiva e performer toscana che vive a Milano.
Reverie è un nome di battesimo francese, sogno e fantasticheria, ma è soprattutto una predisposizione alla “ricezione di stimoli e proiezioni dall’oggetto amato” secondo il concetto elaborato dallo psicanalista Wilfred Bion1.
Ed è con questa modalità di ascolto e generoso scambio relazionale che si compone la sua opera attraverso un corpo che diventa segno di uguaglianza con l’altro piuttosto che limite che individua differenze fisiche, biologiche e sociali. Corpo come luogo rituale e spazio della narrazione, in cui azioni e parole costituiscono il suo complesso e profondo organismo estetico.
L’artista si dona completamente all’arte e poeticamente al pubblico, consapevole che quell’atto puro e incontrovertibile, quel concedersi senza riserve, è in grado di creare legami indissolubili con la memoria, l’affermazione di radici e le storie.

 

Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti tra i tuoi esordi e oggi?

Arte e io ci siamo incontrate ventiquattro anni fa e la nostra relazione, da allora, è andata avanti seguendo il nostro sentire. Viviamo libere e unite. È la donna della mia vita a cui ho deciso di donare ogni rosa, pensiero e azione della mia fragile esistenza. Prima era un dialogo, con il tempo il nostro rapporto è diventato un’appartenenza viscerale, inscindibile. Credo che l’intensità di questa unione sia proporzionalmente legata a quanto io abbia dovuto lottare per riaffermarmi in un campo che era mio sin dalla nascita.

Reverie
Reverie, prove d’Incendiario – Vinci, febbraio 2018 – Courtesy l’artista, ph L.Mugri

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Parola chiave che ogni cosa di me racconta e della mia arte riassume è “purezza”. La purezza sta nel mantenere il proprio sé al di là di ogni contaminazione possibile. Per ogni mia performance realizzo e costruisco ogni singolo elemento, dall’abito alla musica, per esempio. Dopo l’incontro e la condivisione col pubblico solo alcuni elementi diventano opere fisiche, sintetizzando così i miei materiali e il risultato dello sguardo degli spettatori attivi. L’azione performativa non è dunque qualcosa di effimero ma diventa traccia e memoria. Questa è la ciclicità del mio procedere. Adesso sono all’inizio di una nuova serie di lavori, dopo aver recentemente concluso due anni di progetti, produzioni e opere che vanno dal video alla scultura, passando per la poesia e la fotografia senza limitarsi alla fisicità del corpo o alla velocità della rete.

Mentre sto ancora studiando il “mettere in mostra” il mio primo ciclo e prima di un importante lavoro che vedrà la luce a novembre a Londra, ho deciso di ripartire dalle mie radici e di donare il mio tempo ai “vinciaresi”. C.U.M. Confessione Unica Memoria (performance realizzata l’11 luglio a Vinci, sul colle di Ceoli) è stato il mio ultimo progetto ed è nato proprio per questo: raccogliere le testimonianze e piantare nuovi ricordi nella e per la terra che mi ha visto nascere e ridisegnare coralmente, con libertà e sincerità, un punto fermo tra passato, presente e futuro, in una mappa ideale che appartiene a tutti.
Si è trattato di un dialogo estemporaneo tra me e il pubblico, che ho sollecitato con domande su madre natura, Vinci, il senso della civitas, etc. da una postazione speciale, un confessionale originale del Settecento, collocato sotto a un pino in cima a una collina. Sedici ore, dall’alba al tramonto. Pochi minuti di dialogo per ciascuna persona che è stata accolta con una lettera e congedata con un piccolo dono. L’invito agli abitanti è avvenuto attraverso una cartolina. Alcuni l’hanno buttata ma in tanti si sono presentati, anche da altre città: un centinaio di persone e non tutti sono riusciti a parlare con me. Il luogo, il colle di Ceoli, da raggiungere a piedi (qualcuno, come me, lo ha fatto scalzo), importante già a livello storico in età romana è oggi una strada interrotta. Una frattura in sintonia con la ferita che volevo ricucire con la mia terra attraverso queste voci. Anche di questo lavoro ci saranno una serie di opere, il confessionale, la traccia sonora delle conversazioni, una tiratura di foto e un video.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Ho accettato la mia identità in tutti i suoi aspetti, a partire dalle mie radici che amo ricordare. Sono originaria di Vinci, il paese natale del celebre Leonardo, a quaranta chilometri circa dal cuore toscano di Firenze. Dopo essermi allontanata, l’ho riscoperta e lei mi ha accolto come figlia prodiga. Potrei raccontare i motivi per i quali ho deciso di lasciare la mia città natale e le zone limitrofe, soprattutto città come Empoli. Basti sapere che sono grata a Vinci per ogni alba che mi regala anche se delle sue dinamiche oscure sono sempre rimasta spiacevolmente colpita e ferita.

Alla città di Milano devo il fatto di essermi trovata e capita davvero. Amo la nebbia, quella che ti nasconde se non vuoi essere visto e che si apre solo quando sei pronto a lasciarti colpire dai raggi del sole e quella ti permette di muoverti ovunque e di vedere tutto ciò che vuoi. A Milano devo la libertà, a Vinci devo la bellezza di una prigione dorata, preziossima e di grande ispirazione. Nel capolouogo laziale ho invece scoperto il mio “altrove” e quando mi manca l’aria so che quello è il segnale per ritornarci. Per il momento le mie opere, la mia base di studio e i miei collaboratori sono in Toscana mentre il mio rifugio creativo a Milano (in Via Clusone) presto si trasformerà in un luminosissimo studio a cinque minuti di distanza dal civico precedente e lì porterò in braccio la mia sposa (arte).

Reverie
Reverie a Ceoli, aspettando C.U.M. – Vinci, giugno 2018 – courtesy l’artista, ph L.Mugri

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Il sistema dell’arte è un orologio complesso e Arte viaggia al di fuori del Tempo.

Che domanda vorresti che ti facessi?

Come ti chiami? E io ti risponderei semplicemente Reverie. Aggiungendo una richiesta, echeggiando il titolo di un celebre e recente film di scalpore: per favore, chiamatemi col mio nome.

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1 Wilfred BION, Apprendere dall’esperienza, Armando Editore, Roma, 1972.

 

www.reverieinarte.com

Instagram: reverie

Immagine di copertina: Reverie tra i salici vinciani – Vinci, luglio 2017 – Courtesy l’artista, ph L. Mugri

 

Intervista a cura di Elena Solito

 

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