Five Questions for Nicola Lorini

Nicola Lorini è nato, nel 1990, a Como. Artista e ricercatore, vive e lavora fra Milano e Londra. Dopo aver completato il suo percorso di formazione in Product Design a Milano e Utrecth (NL), giunge a Londra dove frequenta il Central Saint Martins College of Art and Design, indirizzo Fine Art.
Attraverso il suo lavoro, il fare plastico si scompone ed entra in relazione con una concezione ambigua di spazio dove attesa e immobilità si confondono in un esserci elegante, pulito, delicato e affettuoso. Come gli artisti più interessanti della sua generazione, propone realizzazioni in bilico fra presenza e significato, un fare che, ritrovandosi immerso in un’epoca orizzontale, ricca di tool friendly, ne sviluppa le caratteristiche più interessanti mostrando come il concetto pratico di arte sia ben lontano dal diluirsi in quello di design.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Credo sia difficile identificare ciò che sto facendo in un arco temporale definito; ho l’impressione che il tutto si fondi su una continua alimentazione della tensione tra me e uno stato che sto ricercando: una volta raggiunta una certa prossimità con un ideale immaginato, quest’ultimo prende un’altra forma e il tutto si rigenera. La mia condizione attuale potrebbe essere definita come la certezza dell’incertezza, un’incertezza profondamente accogliente, potenzialmente proficua e disastrosa.

Un paradosso necessario e gratificante.

Parlando in termini più pratici, direi che riconosco la mia posizione rispetto al mondo come quella di “artista” da pochi anni e cerco comunque di metterla costantemente in discussione.

Di sicuro oggi, rispetto ad anni passati, mi sento parte di un più denso flusso di relazioni, parte di qualcosa, sento in qualche modo di potermi lasciar trasportare dagli eventi in quanto ho incanalato una serie di direzioni più o meno definite. Mi sento più forte, o meglio, più consapevole della mia debolezza; sento di potermi esporre maggiormente, di poter essere giudicato e di poter giudicare di più e che questo reciproco giudicare sia al fine di una crescita collettiva e non un esercizio di potere.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

La mia pratica quotidiana consiste in una continua negoziazione tra una ricerca sullo spazio e sulla sperimentazione con materiali e sostanze, e progetti più a lungo termine, sviluppati in contesti specifici, che implicano una componente di ricerca più “teorica”.
Credo che il punto di incontro tra questi due approcci sia la parte più interessante del mio lavoro.
Questo compromesso si sviluppa principalmente in un dialogo tra contesti, sistemi e immaginari culturalmente sovraccaricati e stati emotivi interiori. Nutro un’ossessione per come gli artefatti, le immagini e gli immaginari, si spostano attraverso il tempo e lo spazio, per ciò che accumulano e perdono lungo la via, in quanto portatori di umane aspettative, incubi e infatuazioni.
Credo che Internet, in questo senso, nella sua condizione più espansa, abbia un ruolo fondamentale nel mio lavoro, soprattutto rispetto alla problematizzazione della nostra percezione del tempo, della storia e della cultura materiale.

In questo momento sto lavorando a un progetto con il Pera Museum di Istanbul. Invitato a rispondere alla collezione di Pesi e strumenti e misure dell’Anatolia, sto sviluppando una mostra che includerà immagini in movimento, scultura e suono. Partendo da un testo scritto in diverse fasi, il progetto si sviluppa in un viaggio sentimentale, piuttosto astratto, soggettivo e disperato, attraverso la necessità umana per la classificazione, codificazione e dematerializzazione.



previous arrow
next arrow
Slider


Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Il rapporto con la città in cui vivo in questo momento è piuttosto conflittuale. Dopo diversi anni a Londra mi sono trasferito a Milano ma cerco di mantenere un rapporto costante con entrambe le realtà. Anche in questo caso, la tensione per i luoghi e le situazione ha un’influenza enorme sul mio lavoro. Sento il quotidiano bisogno di desiderare e di essere desiderato e quando mi fermo in un posto per troppo tempo, inizio a sentire la necessità di rimettere tutto in discussione, di immaginare un infinito altrove.

Quando in città come Londra o Istanbul ti trovi nella condizione di essere nessuno automaticamente si apre la meravigliosa possibilità di essere chiunque: l’assoluto. Milano è molto più rigida, è meno disposta allo sconosciuto e all’imprevisto, molto spesso vuole sentirsi dire ciò che già sa.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Non credo di avere una visione completamente lucida del sistema dell’arte contemporanea. Cerco sempre di relazionarmi con delle persone, delle comunità e dei flussi, quindi di interagire col sistema in modo iper parcellizzato. Il solo fatto che “il sistema” esista è però cosa sorprendente, in quanto capace di un’inclusività che collega in modo estremamente complesso e paradossale, più che in altri contesti, tantissime sfaccettature dell’esperienza umana.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Della necessità di superare la paura della morte.

A cura di Marco Roberto Marelli


www.nicolalorini.com

Instagram: nicolalorini


Caption

Portrait, 2019 – Ph Federico Floriani

Alley – Tuff sand, wood, silicone, 2019 – Courtesy l’artista

And of tar will be our gowns (detail) – Glass, perspex, cinder, 2019 – Courtesy l’artista

Bonis Bona, Malis Mala – Aluminium, tuff sand, mdf, ceramic, graphite, polypropylene, 2018 – Courtesy l’artista



Please follow and like us: