Five Questions For Mona Mohagheghi

Mona Mohagheghi è un’artista iraniana. Il suo linguaggio mutevole indaga le possibilità dello spazio e del ragionamento inserendosi in una dimensione concettuale. La ricerca percorre i temi della memoria e dell’identità individuale e collettiva. Riflette sulle questioni socio-politiche in una dimensione locale che si fa globale. Analizza la condizione dell’uomo in viaggio, nel suo definirsi immigrato, straniero, esiliato, lavoratore o semplicemente in cerca di posto dove stare, tra sradicamento e possibilità di piantare radici in un mondo sempre più instabile. Mona Mohagheghi nasce a Teheran (1981) dove si laurea in matematica. L’arte è arrivata durante i percorsi visuali tra i numeri, i nodi e i ragionamenti sullo spazio. Studia arte in Iran, poi all’Accademia di Firenze completando la formazione in Pittura e Nuovi linguaggi espressivi. Seguono esperienze internazionali e al momento è “temporaneamente stabile” a Milano, ma non sappiamo fino a quando.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti tra i tuoi esordi e oggi?

Disegnavo fin dall’infanzia ma è la matematica che mi ha condotto all’arte. È successo durante le lezioni all’università di “Teoria dei nodi” (i curvi chiusi nello spazio), un corso con molti aspetti visivi che richiedeva una grande immaginazione e la capacità di soffermarsi su quello che accadeva fuori delle tre dimensioni. Sono partita da lì. Ho seguito corsi di pittura a Teheran prima di venire in Italia, poi a Firenze. Ero interessata alla pittura figurativa che adoro tutt’ora! Ma dopo alcuni anni e dopo aver vissuto per un periodo a Madrid, ho iniziato ad avere un approccio più concettuale, molto più progettuale, utilizzando diversi linguaggi attraverso i quali riesco ad esprimermi meglio e con maggiore libertà. Tutto questo mi ha permesso di fare esperienza anche in un’arte più relazionale inglobando progetti collaborativi, partecipativi o didattici.

Mona Mohagheghi
Stay, 2017 – assemblaggio di otto cornici, ritagli dal passaporto – courtesy l’artista

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

La memoria, l’identità personale e collettiva e poi i luoghi come giustapposizioni di relazioni sociali, percezioni e riflessi temporali in lavori come Qui è sempre altrove (2012), due mappe della città di Teheran e di Firenze, di una strada divisa da un fiume in un passaggio tra passato e presente. In Tra (2015) un’insegna luminosa al neon con scritte sulle pareti il cui numero è la distanza tra la città che ho lasciato e quella in cui mi ero insediata prima di venire a Milano, distanza e perdita di riferimenti tra memoria, radici e la condizione di immigrata. O ancora nella serie di lavori Untitled (2017) o in Stay (2017) che prendono in considerazione il passaporto, oggetto di riconoscimento, che ci qualifica come cittadini o stranieri.
I temi sociali e geopolitici, la voglia di sfidare la convenzionale conoscenza della società, i criteri dell’appartenenza o dell’esclusione, la costruzione del limite e del controllo sono spesso presenti nei lavori. In This space (2016), Untitled (2013), Una mappatura per i tempi di attesa (2015) o in Wordless (2014) è evidente il riferimento alla mia memoria ed esperienza personale. Il primo e il secondo affrontano la situazione dell’Iran, mentre il terzo riflette più sul conflitto, sul controllo e sulla percezione del tempo in condizioni diverse. L’ultimo è una performance in cui il pubblico è direttamente coinvolto.

Adesso sto lavorando su un progetto, a lungo termine, iniziato qualche mese fa a Lisbona. Il soggetto è la Via della Seta, punto di collegamento e scambi commerciali dei tre continenti ma soprattutto trasmissione di culture, lingue, conoscenze, idee e valori della vita sociale che ha prodotto realtà locali e nuove globalizzazioni. Mi interessa approfondire il tragitto di queste migrazioni e vedere come siano stati in grado di determinare un’identità non statica e definita in rapporto alle radici, ma variabile e oggetto di continui cambiamenti e trasformazioni.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Sono nata e cresciuta a Teheran, una metropoli con tredici milioni di abitanti. Per questo il caos della grande città mi è molto familiare. Il cielo di Milano non è così grigio, dai e alla fine ci sto bene. Trovo ci sia molto movimento e fermento culturale e artistico. Quello che preferisco è passeggiare senza meta, perdermi e veder nascere esperienze inattese e in questo caso Milano non mi delude mai. Sarà che sono abituata agli spostamenti, mi riconosco con un’identità fluttuante e nomade e vivo in un modo da poter sempre lasciare un posto per andare altrove e magari ritornarci.

Mona Mohagheghi
Tra, 2015 – insegna luminosa al neon, scritte sulle pareti dimensione variabile – courtesy l’artista, ph Francesca Catastini

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Dipende di quale livello o aspetto del sistema vogliamo parlare. Le dinamiche possono essere percepite complesse, come del resto per ogni altro settore. C’è sempre un approccio relazionale da considerare che tende a valutare un certo divismo artistico su cui ci sarebbe molto da dire o da criticare, di accessi o retrocessioni all’interno di quella cerchia più o meno piccola. Ma non mi preoccupo tanto di capire questi andamenti piuttosto ritengo importante la volontà personale di fare ricerca e di sperimentare.

Che domanda vorresti che ti facessi?

Non vorrei che mi facessi questa domanda. Sai di solito a un certo punto tutti mi chiedono “Come mai sei venuta in Italia?”. E per la risposta ti dovrei raccontare una lunga storia.

www.monamhrte.tumblr.com

Immagine di copertina: Ritratto Mona Mohagheghi, 2016- courtesy l’artista


Intervista a cura di Elena Solito per FormeUniche

 

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