Five Questions for Martina Brugnara

Martina Brugnara è nata, nel 1993, ad Alzano Lombardo, città dove oggi vive. Dopo aver completato il suo percorso formativo presso la Libera Accademia di Belle Arti di Brescia, frequentando il corso di Arti Visive coordinato da Alberto Zanchetta, sviluppa un fare che ben si inserisce in un filone storico dove la macchina e le dissipazioni energetiche onanistiche generano poetica e senso. Il suo fare si differenzia da analoghi lavori di artisti di una ventina d’anni più grandi di lei grazie a un’eleganza tattile e affettuosa che la inserisce nel cuore delle necessità estetiche di questi nostri giorni.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Non riesco a definire un momento in cui sono diventata artista, forse la prima mostra? probabilmente la creazione del primo lavoro?

Credo questa vocazione – trovo molto difficile definirlo un mestiere – sia insita in ogni persona, ognuno è potenzialmente un artista. Da ciò deriva il fatto che ogni giorno, come tutti, vado incontro a cambiamenti, la persona che ero ieri è in buona parte diversa da quella di oggi, perché non ha avuto accesso alle stesse sollecitazioni, suggestioni o fascinazioni. Tutto questo è ingigantito dall’esperienza artistica, dare alla luce un progetto, con tutte le complicazioni che comporta, nottate perse e continui ripensamenti, è un atto che ti svuota. Proprio per questo motivo ho la necessità di lasciarlo crescere nel mondo, dove sarà soggetto a encomi e critiche. Dalla rilettura degli spettatori si ricava un numero incalcolabile di spunti nuovi che ti riempiono di una nuova energia, necessaria alla creazione del prossimo lavoro.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

La tematica prima è la ricerca sull’identità volta a indagare l’oggetto che nel tempo sta espandendo il suo focus nello e sullo spazio. Nel suo periodo embrionale, il mio lavoro si concentrava su un gestualità invasiva, volta unicamente alla distruzione dell’oggetto. Il risultato veniva quindi messo in secondo piano, era solo la conseguenza delle mie azioni, un ricordo di ciò che la mia volontà aveva imposto. Con il passare del tempo mi sono accorta della necessità di andare oltre il mero atto passivo. Attraverso lo studio della poetica attiva del nichilismo ho preso coscienza dell’esigenza di dare nuova vita ai soggetti protagonisti delle mie analisi. Da questo nuovo corso prende vita la serie dei Karl, in cui l’oggetto che maggiormente rappresenta il concetto stesso di Utilità, diviene tramite per un nuovo utilizzo, veicolo per una riflessione sul nostro rapporto con gli attrezzi, figura in grado di colmare, attraverso i suoi vuoti e pieni, lo spazio, artefice di un atmosfera in cui si respira un velato senso di pericolo.

Proprio questa serie verrà esposta in una mostra itinerante legata al premio VAF che farà tappa al MART di Rovereto e alla Stadtgalerie di Kiel.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Il rapporto con la città in cui si vive prende una connotazione ambivalente per chi come me, un po’ per scelta, un po’ per necessità, ha una vita da pendolare. Svegliarsi in un piccolo comune posto a ridosso delle valli bergamasche da la possibilità di mantenere un certo contatto con la quotidianità : studenti che prendono il tram, persone che escono per andare al mercato o i vicini che portano a passeggio il cane. Tutto questo si scontra con Milano, città in cui lavoro e dove passo la maggior parte del mio tempo tra mille problemi, ritmi folli e imprevisti, città che regala la possibilità di incontri imprescindibili, legami che aiutano a crescere e permettono di creare una rete di contatti che aumenta la conoscenza del sistema che si snoda intorno all’arte.

Avere questa possibilità è certamente un forte stimolo che attrae e che spinge molte persone ad abbandonare le proprie abitudini per immergersi completamente in questa nuova realtà. Detto ciò, credo che per un artista un ambiente più piccolo possa meglio aiutare lo sviluppo di una ricerca personale, che non costretta in ritmi imposti, si può permette ampie digressioni, toccando ogni punto di interesse per arrivare a definire precisamente il proprio campo d’azione.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Come dicevo prima, ciò che permette di capire a pieno questo sistema è il costruirsi una rete di contatti, persone tra le più svariate, artisti, curatori, galleristi, giornalisti, collezionisti, fondazioni o archivi. Ogni persona, all’interno di questo cosmo, si lega in modo indissolubile agli altri, in un rapporto purtroppo che molto spesso non è volto alla crescita degli individui. Proprio per questo, nonostante siano vitali questi legami, non va mai dimenticata la propria unicità, è fondamentale prendersi il proprio tempo, curare nei minimi dettagli la propria ricerca, avere sempre come obiettivo il crescere come persona e come artista, per essere in grado di veicolare nel modo più giusto le proprie idee. Se c’è qualcosa che vorrei vedere, in questo sistema, è un maggiore coraggio da parte di chi detiene maggiori possibilità. Rischiare, portare qualcosa di innovativo, riuscire a realizzare un progetto curatoriale in cui tutti i soggetti sono chiamati davvero a una collaborazione che porti a un reale miglioramento e non a una lotta di potere.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Della difficoltà di realizzare, con un tornio, da pezzi diversi di legno, coni di cilindro decrescenti, per costruire una stecca da biliardo.

a cura di Marco Roberto Marelli


www.martinabrugnara.com

Instagram: brugnaramartina


Caption

Martina Brugnara – Courtesy l’artista

Veronika, 2016 – Tecnica Mista cm 70x120x59 – Courtesy l’artista

Fred, 2016/2015 – Tecnica mista dimensioni ambientali – Courtesy l’artista

Carl I, 2014 – Tecnica Mista cm 21x12x5,5 – Courtesy l’artista



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