Five questions for Lulù Nuti

Le sue opere sono forme in equilibrio precario. Installazioni, sculture e disegni che colmano il vuoto lasciato dalle parole. Un’assenza, quella del linguaggio testuale, secondo Lulù Nuti (1988), artista italo-francese con studi all’Ecole Nationale Supérieure des Beaux Arts di Parigi, che limita le possibilità comunicative. È nell’energia della materia, nel suo trasformarsi per divenire altro che trova le parole mancanti. Espressioni che si fanno solidi informi di cemento e metalli, corpi di gesso, fragili fogli di momenti di natura, azioni performative (con LU.PA il duo con Pamela Pintus), tutte “immagini” che costituiscono i suoi codici estetici. Una dimensione intellegibile che sovverte la normale osservazione e impone l’obbligatorietà di decodificazioni alternative. Convergenze e collisioni di esperimenti e visioni, avventure degli elementi che si realizzano nelle sue opere, intenti e vocazioni colte in quella loro esecuzione nello spazio.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Sono cresciuta con molti segreti e molti non detti. Là dove la parola ha un limite, inizia il mondo della materia, dei simboli, delle forme. L’immagine raggiunge ciò che la parola non può comunicare. In qualche modo non ho avuto scelta, essendo circondata da quest’alone di non-parola. Ho colmato questo vuoto (che poi più che un vuoto è una sorta di nebbia trasparente e pesante) scegliendo l’intelligenza della materia per confrontarmi con il mondo. Questo linguaggio è andato ad affinarsi e arricchirsi con il tempo e l’incontro con artisti o filosofi, tra questi Elsa Cayo, Alain Bonfand, Jean-Loup Rivière e Nicolas Bourriaud, conosciuti durante i miei studi all’Ecole Nazionale Supérieure dei Beaux Arts de Paris. In questo l’Accademia è stata una sorta di formazione propiziatoria, a volte è bastata una sola frase di questi “vecchi saggi” per rivoluzionare la mia ricerca. Il 2017 è stato un anno importante grazie all’incontro con Alessandra Bonomo (e gli artisti e il pubblico che la circonda) e quello con Pamela Pintus, con cui ho creato il duo LU.PA, attraverso il quale sperimentiamo un linguaggio completamente estraneo alle nostre pratiche. Quello che cerco di dire è che la ricerca e la vita, fatta di esperienze e di incontri, diventano dei vasi comunicanti. Ho iniziato a essere artista perché questo sistema si è imposto come un metodo di sopravvivenza durante l’infanzia e continuerò a esserlo, finché non si ostruiranno questi canali e ne nasceranno di nuovi. Questo necessita molta cura, studio e con il passare del tempo, la diffidenza verso la comfort zone che per me si manifesta come una scomoda noia.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

La mia ricerca si fonda su un sentimento di responsabilità e impotenza che provo in quanto “essere al mondo al XXIesimo secolo”. I miei lavori presentano un dualismo tra potenza e assenza, spesso pongono chi li osserva di fronte a una scelta, a una decisione, sono opere o mostre binarie. Dei bivi. Ripensando alla domanda precedente, posso dire che c’è sempre stato questo filo rosso nel mio percorso, quello che è cambiato sono le espressioni, i media e le metafore visive utilizzate. Sono stata a lungo affascinata dall’equilibrio, per me è la metafora visiva del momento storico in cui viviamo. Un lavoro in equilibrio pone immediatamente l’osservatore di fronte all’importanza del gesto, in un attimo la mostra può essere irreversibilmente cambiata e la scelta è nelle sue mani. In questo periodo mi concentro su lavori in cui l’equilibrio non si manifesta in quanto precarietà fisica ma nello statuto dell’opera, in bilico tra due o più nature. Mi piace pensare al rapporto che avrà l’opera con il suo custode, essendo nomade (come la maggior parte della mia generazione) concepisco molti dei miei lavori come delle entità “elastiche” e mutevoli, che si adattano allo spazio che li viene concesso.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Vivo tra Roma e Parigi da quando sono nata e in ognuna delle due città ho dei rituali ben precisi. A Roma, quando arrivo, vado alla Basilica di Sant’ Agostino a vedere la Madonna dei Pellegrini; l’anno scorso non l’ho trovata (credo fosse stata prestata per una mostra) e tutto il periodo passato a Roma mi è sembrato incompleto. A Parigi vado al Musée Rodin. Quando visito una città per la prima volta, la prima cosa che faccio è andare al mercato della frutta e al mercato delle pulci. Poi mi perdo, in realtà succede perché non ho il senso dell’orientamento ma mi piace pensare che sia una mia scelta. Sono anni che cambio case e non sento nessuna di queste come “mia”, nelle città mi sento a casa più per strada che dove dormo. Questa è al contempo una ferita e una ricchezza. L’anno scorso sono stata in viaggio per un mese su una nave Cargo, invitata dalla residenza The Owner’s Cabin. Soffro di vertigini e non sono un’avventuriera. Eppure, per la prima volta mi sono sentita a Casa (mamma perdonami!). Rispondendo a questa domanda, capisco perché, improvvisamente, la casa e la città, il letto e la strada sono fusi. Forse dovrei costruirmi un letto a rotelle!

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Lo vedo come una sorta di grande teatro, dove sono messi in scena diversi spettacoli contemporaneamente. A volte gli attori si scambiano, le scene si fondono per poi separarsi di nuovo mentre altri rimangono nell’ombra. Quando cala il sipario e scende la notte, il ronzio di parole si affievolisce e rimangono solo le opere degli artisti. Nel percorso che fanno i vari protagonisti, non c’è predestinazione ma una sequenza di cause-effetto, visioni ma anche fortuna, che portano i personaggi a emergere o scomparire oppure, a volte, a cambiare natura. In questo sistema siamo tutti al contempo attori e registi. Diciamo che quando sono di cattivo umore mi sento più attrice, mentre quando sono di buonumore mi ricordo che posso anche essere regista.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Preferirei disegnarlo.

a cura di Elena Solito


www.lulunuti.com

instagram: lulunuti


Caption

Ritratto nello studio temporaneo della Villa Belleville con il work in progress di Orme, 2018 – Courtesy l’artista, ph Ludovica Anzaldi

Calcare il Mondo – exhibition view, 2018 – Courtesy Lulù Nuti e GALERIE CHLOE SALGADO, ph Benoît Soler

Calcare il Mondo – exhibition view, 2018 – Courtesy Lulù Nuti e GALERIE CHLOE SALGADO, ph Benoît Soler



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