Jessica Ferro, classe 1992, nasce a Dolo, e fin da bambina comincia a disegnare sapendo già con fermezza e con urgenza che l’arte sarebbe stata la strada per la vita. La fascinazione verso il mondo dell’entomologia e della malacologia la elegge come una rara osservatrice del dettaglio naturale, dell’infinitesimale, della nervatura, del macroscopico indispensabile che, attraverso varie tecniche e sperimentazione, diviene traccia pittorica evanescente e altra.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

La mia personalità è sempre stata caratterizzata da una forte inclinazione artistica: fin dalla più tenera età ho cominciato a disegnare, dipingere e muovermi in ambito creativo con disinvoltura. Di conseguenza, l’interesse per i linguaggi dell’arte ha delineato la mia formazione: il Liceo Artistico (Rovigo) e l’Accademia di Belle Arti (Bologna). La mia attività espositiva è cominciata molto presto e, col passare del tempo si è notevolmente intensificata, sia in Italia che all’estero. Ho partecipato a diversi concorsi, premi e residenze artistiche perché trovo molto stimolante il confronto costruttivo con altri artisti e quando, in più occasioni, ho ottenuto il riscontro positivo delle giurie, poi, inevitabilmente, ho cominciato a prendere molto più sul serio il mio lavoro e la mia ricerca, anche da un punto di vista professionale. La differenza principale che ho notato fra gli esordi e oggi è probabilmente il fatto che il “fare artistico” è man mano diventato per me molto più di una semplice passione: una priorità rispetto a ogni altra cosa, un’urgenza, proprio come se quello fosse l’unica, irrinunciabile modalità, con cui mi è concesso di esprimermi.

Jessica Ferro

IL RITO, 2017 – Installation view – polittico site specific, xilografia, monotipo, pigmenti naturali e olio su carta – Villa Sottocas – courtesy l’artista

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

I soggetti delle mie opere sono perlopiù dettagli del mondo naturale: insetti e molluschi, materie organiche e fossili, appartenenti sia alla terra che al mare. In linea generale la zoologia mi affascina particolarmente, nello specifico l’entomologia e la malacologia sono fonti d’ispirazione e mi danno la possibilità di raccogliere quelle suggestioni che poi si riflettono inevitabilmente sulla poetica delle opere. Il processo artistico mi porta a indagare con accanimento i particolari di ogni soggetto raffigurato e de-figurato, inducendolo a mutazione. Lo specifico dettaglio rimanda a una visione più ampia, dilatata, vibratile, non meno astratta del dettaglio stesso. Le tematiche delle opere sono inerenti alle apparizioni e alle sparizioni di enigmatiche figure, dense di evocazioni.
In generale amo molto sperimentare ed entrare in contatto con le tecniche e i materiali più diversi, quindi i miei progetti futuri riguardano anche la possibilità di ricercare e collaudare nuove soluzioni in questo ambito; le mie opere sono spesso il frutto dell’unione di più procedimenti che mettono in relazione la pittura e alcune tecniche incavo-rilievografiche sperimentali.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Il contesto ambientale in cui vivo sicuramente, in un certo modo, ha influito nel rapporto che ho con il mondo della natura e i suoi dettagli.
Abito a Rosolina, un paese della provincia di Rovigo che si affaccia sul mare.
I paesaggi del basso Polesine sono ricchi di suggestioni e talvolta ho cercato spunti visivi nelle zone naturalistiche più isolate e silenziose che caratterizzano il parco del Delta del Po, attivando un personale percorso d’indagine della realtà. Per quanto riguarda la mia ricerca artistica infatti ritengo che sia estremamente importante l’osservazione della natura e delle sue forme, soprattutto di quegli aspetti che solitamente vengono ignorati.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Il sistema dell’arte contemporanea è una questione complessa. In linea generale penso che dovrebbe aprirsi molto di più alle nuove proposte e ai giovani artisti piuttosto che atrofizzarsi sul mercato di artisti storicizzati che non portano più ulteriori novità e sviluppi alla scena artistica contemporanea. Sono molto poche le gallerie che si occupano seriamente e in modo professionale di artisti emergenti e questo è un peccato.

Jessica Ferro

Metamorphosis, 2017 – trittico, xilo, monotipo su carta giapponese intelaiata, 150 x 150 cm – courtesy l’artista

Che domanda vorresti ti facessi?

Mi piacerebbe raccontarti qualche cosa in merito al mio processo di lavoro, quindi vorrei che la tua ultima domanda riguardasse appunto questo.
L’approccio di lavoro, che nel mio caso possiamo definire indiretto, pone un’interferenza e una debita distanza tra me e l’opera finita in quanto introduce ulteriori ingredienti rispetto a quei segni che imposto direttamente sul supporto, ossia permette l’inserimento di tracce, impronte, indizi, elementi che in qualche modo provengono dal mondo esterno e lasciano spazio ad una certa quantità di variabili possibili.
Qualche volta mi è capitato di parlare del processo di creazione delle opere come di un “Rituale” che procede per gradi, partendo dall’osservazione diretta di piccoli elementi naturali, e va dal momento dell’ideazione dell’immagine alla scalfittura della stessa sul supporto, dalla preparazione del colore (spesso ottenuto dall’impasto di pigmenti naturali) alla volontà di trasmettere una pressione fisica, corporea. Si tratta della rivisitazione di una modalità di stampa, questo mezzo viene infatti sovvertito e usato impropriamente, negando la produzione in serie di uno stesso soggetto ma piuttosto accentuandola possibilità di trasfigurazione e di differenziazione che l’immagine della matrice può subire attraverso diverse impressioni, fino a giungere al punto in cui il riferimento ad essa non è più visivamente riconoscibile. Il segno indiretto, quindi, restituisce qualcosa di superiore rispetto alla tradizionale dimensione espressiva della pennellata diretta, suggerendo tutto un complesso portato del vissuto inconscio dell’immagine e dei suoi significati.

www.jessicaferroarte.weebly.com


Intervista a cura di Federica Fiumelli per FormeUniche

 

Federica Fiumelli

(1990) Laureata al DAMS di Bologna in Arti Visive con una tesi sul rapporto e i paradossi che intercorrono tra fotografia e moda, da Cecil Beaton a Cindy Sherman, si specializza all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel biennio in didattica dell’arte, comunicazione e mediazione culturale del patrimonio artistico con un tesi sul percorso storico-critico di Francesca Alinovi, una critica postmoderna. Dal 2012 inizia a collaborare con spazi espositivi svolgendo varie attività, dall’allestimento, alla redazione di testi critici o comunicati stampa, a laboratori didattici con bambini ; fino al 2015 con Spazio San Giorgio di Bologna, ora Whitelight Art Gallery di Milano, dal 2015 ad oggi si occupa di comunicazione e social alla P420 Arte Contemporanea di Bologna. Collabora dal 2011 con varie testate: Vogue online, The Artship, Frattura Scomposta, Wall Street International Magazine, Juliet Art Magazine e raccoglie tutti gli scritti pubblicati sul suo blog.