Five Questions for Irene Coppola

Irene Coppola è nata a Palermo nel 1991 e oggi vive e lavora a Milano. Dopo aver sviluppato il suo percorso di studi in Pittura e Arti Visive frequentando la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano ottiene una laurea magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali presso la medesima accademia. Attraverso un fare multi mediale, la sua ricerca estetica indaga l’universo che la circonda generando sensi ampi e profondi, a partire da gesti minimi che recuperano e risemantizzano soggetti all’apparenza secondari. Interventi delicati ed eleganti mostrano nuove prospettive attivando un contatto concettuale e intimamente tattile con il fruitore.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Durante gli studi in accademia ho iniziato a incuriosirmi di pratiche e processi in maniera inattesa. È stato un tempo di profondo ascolto, durante il quale ho avuto la fortuna di abbracciare il fight-specific del caro maestro Bert Theis, e di vivere forti esperienze internazionali, tra cui AndAndAnd per dOCUMENTA(13) a Kassel ed il festival di arti performative Do Disturb al Palais De Tokyo di Parigi.
Dopo l’accademia ho iniziato a (dis)imparare, tuttora cerco di seguire l’istinto verso territori che suscitano la mia curiosità.
Ti accorgi che diventa un mestiere, quello dell’artista, quando l’esercizio dello sguardo è continuo, è parte concreta della tua vita: attivi delle antenne per qualcosa di molto specifico e lo metti in relazione all’universale, poco utile nel senso funzionale; una libertà divertente questo divenire animale! Ricordo ancora quando, da bambina, assaggiavo il pongo. Era un timido segreto, oggi lo rivelo e comprendo: esploro liberamente con quello che ho e il primo strumento è il corpo.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Difficile definire delle tematiche, penso siano utili all’esercizio di stile e drammaticamente esaustive.
Direi, meglio, che mi lascio trasportare da una ricerca in continuo movimento. Mi interessa il fare waburghiano che connette elementi apparentemente distanti fra loro con l’intento di provocare uno spostamento semantico e/o percettivo. La mia pratica si nutre di interessi interdisciplinari ed esplorazioni territoriali che pongono lo sguardo sull’impercettibile sorprendente del quotidiano. Uso i linguaggi visivi con fare scultoreo-installativo, lavorando con materiali “affettivi” (risonanti di significati) di derivazione industriale e organica. Uso spesso la tecnica del calco per registrare il tempo e le forme della sua caducità, carnali ma allo stesso tempo inusuali allo sguardo, definendone lo spazio di fruizione con effimere architetture. Mi interessa l’immaginario sensibile “negativo” che trattiene una memoria, da forma e materia al vuoto, lo spazio subito dopo le cose.
Oggi sto lavorando a un progetto inedito in collaborazione con L’Orto Botanico di Palermo che sviscera un curioso legame tra le palme e la città. Fino a settembre sarà ancora visibile la mostra Hanging Garden presso Office Project Room a Milano, dove il tempo dilatato in un anno espositivo, e lo spazio esterno, hanno trasformato la materia stessa dell’opera. L’autunno 2019 sarà un periodo di evasione e intensa ricerca in America Latina: vincitrice della residenza artistica La Wayaka Current-Tropic 08°N lavorerò con la comunità indigena autonoma di Guna Yala (Panama).
Per il resto, tanti schizzi e note di progetti non ancora maturi.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Di Milano mi annoia la struttura aziendale e fieristica, quel suo essere “di moda”, ma col tempo ho trovato alcuni luoghi del cuore, spazi pubblici a privati, spiragli di resistenza ai processi di gentrificazione imperanti. Cerco le fertili “zone opache” dove si attivano sane collaborazioni, accesi confronti, autentici momenti conviviali. Isolaè un esempio straordinario di quartiere che accanto agli artisti lotta da anni per la costruzione di spazi comuni e pubblici a dispetto dei vertiginosi edifici finanziari, figli di speculazione e capitalismo, che tanti millantano. Poi c’è un’altra Isola, quella terra-casa che dopo anni di silente osservazione ho iniziato a toccare con mano. Palermo adesso è sulla bocca di tutti, anche se chi ci vive la soffre parecchio. Ne subisco il fascino perché non è riducibile a una mappa, a un’unica lettura che la identifichi in toto. Una città nascosta i cui segreti sono tanti quanti gli spazi di margine che giacciono in attesa di essere attivati (spesso drammaticamente ammutoliti o sepolti).

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Un Luna Park in cui ognuno decide che postura assumere: c’è la confortante Ruota Panoramica, l’irrequieta Montagna Russa, l’ambizioso Blue Tornado, il bramoso Calcinculo, l’arrendevole Casa degli Orrori, lo sfacciato Ranger-Kamikaze, i companeros delle Cocrodile Rapids e così via.
Il sistema dell’arte contemporanea è fatto di produzione artistica, mercato, relazioni, ora sinergiche ora contrastanti, tra gli attori di questa grande bellezza: “un teatrino confuso e annoiato di amici intimi e compagni di sventure”.
Penso che sia innanzitutto necessario lavorare, in maniera autentica, approfondire i contenuti delle proprie intuizioni e veicolarli con consapevole capacità critica tramite questo e altri sistemi che inevitabilmente intessiamo ogni giorno.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

L’universo nel granchio

A cura di Marco Roberto Marelli


www.irenecoppola.com

Instagram: irecoppola


Caption

Autoritratto, 2019 – Orto Botanico Palermo, Courtesy Irene Coppola

Herbarium_B , 1/4, 2017 – Colla pigmentata, tracce organiche, piedistallo legno – Courtesy l’artista e Office Project Room (Milano)

Breath(un ritratto)II, 2017 – Ferro smaltato, Cercle Cité, Lussemburgo, ©Sven Becker – Courtesy l’artista



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