Five Questions for Hyun Cho

Hyun Cho, born in 1982, lives and works between New York and South Korea, his homeland. Last spring she had the opportunity to exhibit in the spaces of the newly formed Galleria Ramo based in Como. The exhibition entitled Does fluxus still exist? has magnificently investigated the artist’s poetry, always interested in experimenting ideas of representation and re-appropriation using found objects and creating sculptural assemblies that form minimalist gestures.


How long have you been an artist and what are the differences between when you started your career and today?

I’ve dreamed of making great art since I was a kid, and I’ve been pursuing that dream ever since.
When I moved to New York I enrolled in an MFA program at The Parsons School of Design and got a studio space in Brooklyn. I loved going there every day and making art, but I felt isolated and didn’t know how to contribute to the dialogue of contemporary art in New York.
A great opportunity came in 2018 when I was given a residency in Italy. That gave me the freedom to experiment, and after the residency I was able to do installations in public spaces and galleries in Italy in early 2019. That experience was a turning point and allowed me to integrate various new discoveries into my process and production practices.

What topics do you deal with your projects and what plans do you have?

One of my ongoing obsessions is creating LED text sculptures, often coupled with disassembled kinetic and mechanical components like reflective safety tape, aluminum pipes, and skateboard parts. I use these tactile objects to explore and augment language, poetry and lyricism itself.
I‘ve written a variety of poems that I integrate into my installations, with titles such as Hunky Funky Junky, Crucial Babe No.1 and “Hardcore Conceptual Lover. My poems are not autobiographical, or emotional, but rather phraseological statements functioning as self-contained syntactic sculptures; a counterpart to the rephrased physicality of my found objects. Though they are intentionally impersonal, they often contain potentially sexual insinuations.
I plan to continue experimenting with found objects, and reframe them from the bounds of convention, urban cultural context, and their assumed purpose. 

How do you relate to the city you live in?

I am a South Korean native, born and raised. As such, the opportunities I’ve had to travel internationally have provided me a great deal of artistic stimulation. I earned my BVA (Honours) from the Sydney College of the Art in Australia, and then earned my MFA at Parsons. In 2016 and 2017 I lived and worked in Turkey. After my trips in Europe, I returned to South Korea and now stay with my family. Every city I’ve lived has given me massive inspiration and stimulation in different ways. They’ve all had different political, social and economic issues and those experiences and environments have allowed me to be both a stranger and an explorer. I carry these experiences as an artist with me, and wherever I try to use art as a universal language.

What do you think of the contemporary art system?

My experience in the contemporary art world has been varied to say the least, but I appreciate that there are people who want to communicate with and through artists and their communities and support interesting projects even in the face of an increasingly horrifying world.

What topic would you like to talk about today?

I think a lot about the context of everyday objects, and how to reframe their assumed purpose, and about the visual stimulation caused by technology. By combining these elements I hope to form an endless feedback loop of exploration and inspiration. Also, for this winter I hope to go back to Italy. Italy has so many unique spaces. I’ve wanted to install my moving sculptures with LEDs and collaborate with others in Italy.



Hyun Cho
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Hyun Cho, classe 1982, vive e lavora tra New York e la Sud Corea, sua terra d’origine. La scorsa primavera ha avuto l’occasione di esporre in Italia, negli spazi della comasca Galleria Ramo. La mostra Does fluxus still exist? ha indagato la poetica dell’artista, da sempre interessata a sperimentare idee di rappresentazione e riappropriazione usando oggetti trovati e creando assemblaggi scultorei che formano gesti minimalisti.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti tra i tuoi esordi e oggi?

Ho sognato di progettare grandi opere d’arte sin da quando ero una bambina, e da allora inseguo quel sogno. Quando mi sono trasferita a New York mi sono iscritta a un programma MFA presso la Parsons School of Design e ho ottenuto uno studio a Brooklyn. Mi piaceva andarci ogni giorno e lavorare ma mi sentivo isolata e non sapevo come contribuire al dialogo dell’arte contemporanea a New York.
Una grande opportunità è arrivata nel 2018 quando mi è stata assegnata una residenza in Italia. Questa situazione mi ha concesso la libertà di sperimentare e l’occasione di fare installazioni in spazi pubblici e gallerie dall’inizio del 2019. Quell’esperienza è stata una svolta e mi ha dato la possibilità di integrare diverse nuove scoperte nel mio processo e nelle mie pratiche di produzione.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Una delle mie continue ossessioni è la creazione di sculture di testo a LED, spesso abbinate a componenti cinetici e meccanici disassemblati come nastro riflettente di sicurezza, tubi in alluminio e parti di skateboard. Uso questi oggetti tattili per esplorare e dilatare il linguaggio, la poesia e il lirismo stesso.
Ho scritto una varietà di poesie da integrare nelle mie installazioni, con titoli come Hunky Funky Junky, Crucial Babe No.1 e Hardcore Conceptual Lover. Le mie poesie non sono autobiografiche o emotive ma dichiarazioni piuttosto fraseologiche che funzionano come sculture sintattiche autonome: una controparte della fisicità riformulata dei miei oggetti trovati. Sebbene siano intenzionalmente impersonali, spesso contengono insinuazioni potenzialmente sessuali.
Ho intenzione di continuare a sperimentare oggetti trovati e di riformularli dai limiti della convenzione, del contesto culturale urbano e del loro scopo presunto.

Come ti rapporto con la città in cui vivi?

Sono nata e cresciuta in Corea del Sud; le opportunità che ho avuto di viaggiare a livello internazionale mi hanno dato una grande stimolazione artistica. Ho conseguito il mio BVA (Honours) presso il Sydney College of the Art in Australia, e poi ho conseguito l’MFA presso Parsons. Nel 2016 e 2017 ho vissuto e lavorato in Turchia. Dopo i miei viaggi in Europa, sono tornata in Corea del Sud e, ora, sto con la mia famiglia. Ogni città che ho vissuto mi ha dato grande ispirazione e stimolata in diversi modi. Tutte le città hanno avuto diversi problemi politici, sociali ed economici e quelle situazioni e quei luoghi mi hanno permesso di essere sia una sconosciuta che un’esploratrice. Porto con me queste esperienze come artista e ovunque provo a usare l’arte come linguaggio universale.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

La mia esperienza nel mondo dell’arte contemporanea è stata a dir poco variegata ma apprezzo il fatto che ci siano persone che vogliono comunicare con e attraverso gli artisti, con le loro comunità e che sostenere progetti interessanti anche di fronte a un mondo sempre più terrificante.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Penso molto al contesto degli oggetti di uso quotidiano, a come riformulare il loro scopo presunto e alla stimolazione visiva causata dalla tecnologia. Combinando questi elementi spero di formare un ciclo infinito di feedback di esplorazione e ispirazione. Inoltre, per questo inverno, spero di tornare in Italia. L’Italia ha così tanti luoghi unici. Vorrei portare nuovamente le mie sculture mobili con LED e collaborare con altri spazi.

A cura di Federica Fiumelli


www.hyuncho.info

Instagram: hyun5555


Caption

Hyun Cho, Portrait – Courtesy l’artista, ph Leonardo Vandal

Hyun Cho, Sampling Inspection, 2018 – Skateboard part and LED signage on powder-coated aluminum pipe 183 x 20 x 12 cm – Courtesy l’artista, ph Dasha Murashka

Hyun Cho, Kilometers Red Stripe, 2019 – Aluminum pipe, reflective safety tape, skateboard part, LED strip light 15 x 69.5 x 15.5cm – Courtesy l’artista, ph Hyun Cho

Hyun Cho, Informal Mode, 2018 – Aluminum, skateboard part, LED bulb, spring, wire, metal, shoes, artificial grass, cement, spray paint 273 x 35 x 51cm – Courtesy l’artista, ph Dasha Murashka

Hyun Cho, Fury Moon X, 2019 – Aluminum pipe, reflective safety tape, LED signage 47.5 x 55 x 10cm – Courtesy l’artista, ph Hyun Cho



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