Hannes Egger, classe 1981, vive e lavora a Bolzano. Potreste aver visto o partecipato a uno dei suoi ultimi lavori, Das Fest, in occasione della sesta edizione di SetUp Contemporary Art Fair nella nuova sede di Palazzo Pallavicini. Si, perché alcune opere di Egger sono fruibili camminando per le sale di una galleria, inchinandosi su un tappeto o parlando con uno sconosciuto; sempre guidati da una voce narrante in cuffia. Altre si assaggiano, come la zuppa cucinata con le patate cresciute in quelli che furono i campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale (Project Terra, 2017). Hannes Egger è uno scienziato al tavolo della performance e dell’installazione che ha a disposizione strumenti complessi quali la storia, la filosofia e la letteratura ma anche apparecchi rudimentali, spesso inaffidabili, come l’esperienza personale e la memoria.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti tra i tuoi esordi e oggi?

Disegnare è un’attività che ha accompagnato tutta la mia vita, non ho mai smesso. A un certo punto, i disegni si sono trasformati e sono diventati un sistema di segni, come una lingua, con una propria sintassi che si poteva leggere solo conoscendo o intuendo i significati di ciascun simbolo; è stato in quel momento che ho capito che i miei disegni davano espressione a un’esperienza artistica. Dopo poco decisi di mostrare i lavori a due galleristi, uno dei quali ne rimase affascinato proponendomi di allestire quella che fu la mia prima mostra nella sua galleria; era il 2004.

Nonostante, a oggi, la mia ricerca si occupi di installazioni e performances, il mio approccio rimane espressamente concettuale e il disegno fedele compagno nella fase preparatoria di un nuovo lavoro.

Hannes Egger

Museum Performance, 2017 – Isolo 17 Gallery – ph. Isolo 17 Gallery

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Solitamente il mio lavoro parla dell’essere umano: delle sue relazioni con sé stesso, con l’altro, con la natura e con la metafisica. In molti miei interventi il visitatore è protagonista assoluto; lo spettatore viene analizzato, messo in discussione e/o posto su un piedistallo in molti modi differenti.

Per quanto riguarda i miei progetti in cantiere ne ho sempre svariati: alcuni rimangono delle bozze, altri si concretizzano e qualche volta prendono una vera e propria forma. Al momento sto preparando un’installazione/performance-audio per la Kunsthalle Memmingen che verrà inaugurata a maggio 2018.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

La mia città è in realtà un paese – Lana in provincia di Bolzano- e ci vivo volentieri.

È stata una scelta fortemente meditata e desiderata quella di tornare nel paese delle mie origini in mezzo alle montagne. È a Lana che ho la mia base: i miei libri, il mio studio, la mia famiglia, il mio cane e le mie galline. È un luogo da cui posso allontanarmi serenamente e ritornarvi con altrettanta tranquillità.

Hannes Egger

Memory, 2016 – House of Arts – ph. Martin Polak

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Quando si parla del sistema dell’arte contemporanea, la mente va subito al grande mercato con le sue aste e i suoi prezzi stellari, un sistema neocapitalista e globalizzato che ha i suoi pregi e i suoi difetti; ma non c’è solo quello. Ci sono sistemi nazionali, locali, sistemi politici, sistemi amministrativi. Esiste, ad esempio, il sistema dei Kunstvereine che si basa sulla ricerca e, ancora, quello delle accademie, delle fondazioni, dei musei, dei fondi pubblici etc. Queste sono le strutture che rendono vario e multiforme il mondo dell’arte contemporanea, facendo del suo pluralismo una delle forze più potenti.

Che domanda vorresti ti facessi?

Potresti chiedermi cosa farò dopo questa intervista! A essere sincero non loso, potrei mettermi di nuovo al computer oppure prendere in mano una matita per lavorare al prossimo progetto.

www.hannesegger.com

Immagine di copertina: Hannes Egger – Singolare & Plurale, 2017, performance – Museion, Bolzano, ph.Claudia Corrent


Intervista a cura di Martina Aiazzi Mancini

 

Martina Aiazzi Mancini

Martina Aiazzi Mancini nasce a Firenze nel 1991. Dopo essersi diplomata in Fotografia arriva a Bologna nel 2015 per studiare all’Accademia di Belle Arti. Si destreggia tra inaugurazioni, gallerie, mostre in casa e un po’ di prosecco. Ha un debole per Bruce Springsteen e per il thé nero.

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