Five Questions for Flavia Tritto

Flavia Tritto è nata a Bari nel 1994 e sarà presto in residenza in Canada presso il Banff Center. Dopo essersi laureata in Politica, Filosofia ed Economia presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha sviluppato il suo percorso di studi attraverso un master in diritto internazionale presso il Graduate Institute (IHEID) di Ginevra e uno in Fine Art, recentemente concluso, presso il Central Saint Martins (UAL) a Londra.
La sua ricerca si muove tra i piani dimensionali fino a coinvolgere la sfera personale del fruitore. Lenti e delicati gesti poetici sviluppano tematiche identitarie e personali, portano l’attenzione sugli oggetti comuni del quotidiano costruendo con loro un rapporto tattile e affettuoso, instaurando dialoghi che dal corpo illuminano i sentimenti.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

All’età di quindici anni ho intagliato le lettere della parola “AZIONE” in un pannello di compensato, le ho dipinte di rosso e le ho appese sul muro della mia camera. Quel gesto, come altri, scaturiva da un bisogno istintivo di tirar fuori le cose e di metterle nel mondo, e non mi sfiorava neanche la mente la possibilità che potesse trattarsi di arte.

Questa consapevolezza è emersa solo due anni fa, quando, decisa a dare a me stessa e all’arte una possibilità, ho guardato indietro nel tentativo di assemblare un portfolio per candidarmi a un corso di studio in belle arti. Così facendo, ho scoperto di potermi appropriare della parola “arte” e, terminato il percorso accademico che stavo seguendo, mi sono trasferita a Londra per partecipare al master in fine art della Central Saint Martins.

In quest’ottica, la differenza più grande che riscontro tra gli albori e il presente (pur ritenendomi a oggi un’esordiente) ha sicuramente a che fare con il mio rapporto con la nozione di arte: prima di “ufficializzare” questa mia inclinazione, vedevo l’arte e i suoi protagonisti come qualcosa di alto e quasi inarrivabile, un olimpo sacro accessibile solo a pochi eletti. Il mio percorso mi ha insegnato che la realtà è diversa, e ora considero l’arte un linguaggio e una pratica terrena, che tutti, se lo desiderano, dovrebbero poter sperimentare in prima persona.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Con l’intensificarsi della mia sperimentazione artistica, la mia pratica si focalizza sulla questione dell’identità, intesa in senso lato come la condizione specifica di ciascun individuo, inerente sia il suo mondo interiore sia la sua esperienza mondana, nonché, ovviamente, la loro interdipendenza. Tutto nasce da domande come: chi sono io? Perché? Potrei essere un’altra?. I miei lavori sorgono da questi punti interrogativi – senza necessariamente cercare di rispondervi – ed esplorano diverse possibilità, in un tentativo di scardinare le strutture e i meccanismi che determinano l’essere e aprire la porta a possibili molteplicità. I miei lavori, spesso partecipati, mirano a porre le stesse questioni al pubblico, invitandolo a mettere in dubbio quanto normalmente viene dato per scontato. Le mie opere interpellano il singolo, sperando di toccarlo a livello cognitivo ed emotivo per stimolarlo a pensare a sé stesso e agli altri diversamente.

Il mio lavoro parte sempre dalla mia esperienza individuale e si arricchisce poi attraverso letture multidisciplinari tra filosofia e scienze sociali. Ultimamente, la mia pratica si sta sviluppando a cavallo tra performance, video e installazione; il mio lavoro sta assumendo una forma sempre più sperimentale che enfatizza il processo sul prodotto finito. Ad esempio, il materiale video che ho utilizzato per la mostra di fine anno alla Saint Martins è stato il punto di partenza di un’installazione di proiezioni video nella mostra I am my body I am my memory (Officine Forte Marghera, Venezia, 20-23 giugno), per poi tramutarsi in una performance a Campobase a Torino il 28 giugno.

È con lo stesso spirito di flessibilità, apertura, e curiosità che partirò alla volta del Canada ad agosto, dove passerò un mese in residenza al Banff Art Center. Al momento credo che userò questa opportunità per lavorare a un’installazione multimediale ed immersiva sul tema della presenza e del passaggio degli individui nello spazio, ma spero che la ricerca pratica e gli incontri che farò mi spingano a creare qualcosa che vada oltre quanto posso a oggi immaginare.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Mi sono trasferita a Londra per l’arte, ed è quindi questa la dimensione della città che vivo. Sotto questa luce è una città piena di possibilità e ricca di fermento, ma anche un luogo in cui scontrarsi costantemente con i suoi grandi numeri e la ferocia della sua competitività. All’infuori dell’arte è una città infinita, in costante movimento, la cui frenesia non sempre ben si sposa con le necessità delle pratiche creative.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Credo sia un sistema intriso di paradossi e di “non detti” che, purtroppo o per fortuna, si articola in maniera estremamente stratificata. Temo che, nonostante le battaglie delle avanguardie, sia ancora un sistema che ruota attorno al denaro, conseguentemente di nicchia e nelle mani di pochi. A praticare arte contemporanea però sono in molti, e in maniere eterogenee, e possono farlo per anni, realizzando opere di grande valore, restando fuori dal sistema dell’arte contemporanea ufficiale.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Di flussi invisibili e della porosità dei corpi.

A cura di Marco Roberto Marelli


www.flaviatritto.com

Instagram: flaviatritto


Caption

Flavia Tritto, Epoché (between us) – Courtesy l’artista, ph Renata Bocco

Two ways erasure – Performance in three acts, Window Gallery, London, 2018 – Courtesy l’artista, ph Monika Kühne Jørgensen

Hold me gently – Metal bars, sweater, yearn, 35 x 32,5 x 31 in – Courtesy l’artista



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