Five Questions for Fabio Roncato

Sondare i confini e le possibilità della materia. Trovare informi dimensioni scultoree che si dispiegano in un’arrestabile definizione di sé, attraverso spaccature e ricomposizioni nello spazio. Uno spazio che agisce e in cui agire, partendo da pensieri e concetti che trovano soluzioni concrete in quell’allontanamento dagli stessi, prendendo sentieri inaspettati. Le sperimentazioni di Fabio Roncato (Rimini, 1982) indagano il luogo della formazione scultorea nella sua autonomia costitutiva, lasciando che si manifesti attraverso immaginari astratti e sconosciuti. Un linguaggio, quello dell’artista, che traccia stadi evolutivi della materia che si collocano in una dimensione suggestiva, in cui la forma non è data e costituita da tecnicismi ma assunta dagli elementi in virtù di una relazione alla pari tra artista e opera.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Ho cominciato come assistente e installatore per molti artisti. Con alcuni di loro ho mantenuto un rapporto di amicizia, con altri, invece, ci siamo persi per strada. Non so definire con esattezza un momento preciso in cui, di fatto, ho cominciato a lavorare solo per me. È stato un processo lento e naturale, non una decisione specifica. Penso di poter far coincidere questo momento con il mio trasferimento a Venezia, in occasione della mia esperienza con la Fondazione Bevilacqua la Masa nel 2014. Fu in quel momento che il mio modo di vivere questo lavoro cambiò profondamente.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

La scultura è il linguaggio che ho scelto. Il mio è un rapporto di collaborazione e dialogo con la materia. Solitamente inizio da una suggestione e su quella costruisco un’intera narrazione, cercando di capire quali potrebbero essere i comportamenti del materiale che utilizzo. Il più delle volte lascio la scultura nella posizione di potersi esprimere autonomamente, la guido in questo processo e me ne prendo cura durante tutta la sua durata. Una volta raggiunto uno stato di stabilità, il lavoro può ritenersi concluso. Certe volte ci impiego moltissimo, altre invece poche ore.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Il paesaggio e “le cose” della città hanno un impatto centrale nella mia produzione. Ho un rapporto diretto e fisico con la forma tangibile della scultura, spesso, per stabilire una sua forma, pongo il materiale in uno stato critico. Anche il luogo in cui lavoro è determinante. Alcune soluzioni, per esempio, vanno improvvisate e mi vengono suggerite dal contesto in cui mi trovo. Ora mi sono trasferito a Milano e ho uno studio stabile. Per molti motivi questa nuova dimensione del lavoro prevede un approccio progettuale con la scultura che non avevo e che sto ancora sperimentando. Ho molto meno spazio per muovermi e sbagliare. La materia su cui lavorare non è più un fiume o una montagna ma delle cose trasportabili che ho la possibilità di trattenere fra le mani.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Lavorando come assistente per artisti più affermati e poi cominciando a lavorare indipendentemente ho sempre visto il sistema dell’arte come un’opportunità per sviluppare i propri progetti.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Del profumo della pasticceria di Scutari da dove ti sto scrivendo questa mattina, è qualcosa che ti fa innamorare.

A cura di Elena Solito


www.fabioroncato.eu

Instagram: fabio_roncato


Caption

Fabio Roncato – Courtesy Fabio Roncato, ph Marco Furio Magliani

Fabio Roncato – Il tempo che passa lento – Draft paper, paraffin, motor oil
different dimensions, 2019 – Courtesy e photo Fabio Roncato

Fabio Roncato – Momentum – Beeswax / aluminium
different dimensions, 2017/2019 – Courtesy e photo Fabio Roncato



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