Five questions for Davide Sgambaro

Se “la ricerca” di Proust si sviluppa a cavallo tra tempo perduto e tempo ritrovato, le opere di Davide Sgambaro fanno del vissuto personale e della sua memoria il pre-testo narrativo necessario a sviluppare concetti astratti e collettivi, dove ognuno di noi diventa partecipe e co-autore del loro significato ultimo. Sono d’esempio i quadri monocromi che omaggiano i grandi pittori del passato che lo hanno ispirato in gioventù o la serie Una cosa divertente che non farò mai più, dove differenti sculture d’ottone e panno lana, si plasmano a forma e colore di un ricordo legato a una prima volta vissuta dall’artista. Originario di Cittadella ma dallo spirito nomade, difficilmente stabilizza a lungo le sue radici su uno stesso progetto o in uno stesso luogo, per ora si divide tra Torino e Milano dove ha appena chiuso la sua ultima personale alla RITAURSO artopiagallery.

«No, se non avessi convinzioni intellettuali, se cercassi soltanto di ricordare il passato e di duplicare con questi ricordi l’esperienza, non mi prenderei, malato come sono, la briga di scrivere.» M.Proust


Da quanto tempo fai l’artista e quali sono le differenze da quando hai cominciato a oggi?

Porto avanti la mia ricerca da circa otto anni, ma lavoro come artista da quattro.

È un percorso in continuo sviluppo e cambiamento, ciò che muta lo lascio accadere naturalmente e con me cresce anche il mio lavoro. Facendo così non rischio di restare ancorato ai progetti passati perché mi annoia molto la ripetizione e quindi la serialità potenzialmente infinita.
Da quando ho raggiunto una continuità mi ritengo fortunato e posso continuare a lavorare serenamente, questi fattori permettono di accettare ogni momento di stallo come necessario per una produzione coerente.

L’unica differenza importante l’ho percepita grazie ai miei continui spostamenti, ho compreso in fretta quanto sia importante distaccarsi dalle proprie origini formative, sezionarle, prendersi quel che c’è di buono e iniziare a lavorare senza quell’impostazione dettata dai mentori.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Le tematiche dei miei lavori sono strettamente legate al momento storico collettivo e personale, principalmente tendo a narrare come in letteratura ma attraverso un metodo di sottrazione totalmente spontaneo. Riprendo tematiche sia personali sia collettive in base alla ricerca che in quel determinato momento sto affrontando analizzando così le mie esperienze.

Ci sono delle costanti che permettono di creare dei sottoinsiemi approfondendo sempre di più alcuni aspetti. Tra queste posso individuare il nomadismo, la precarietà dell’individuo e il gioco. Dalla fusione di tutto questo vissuto poi si dirama la ricerca.

Ora come ora il mio programma prevede un ritorno alla concentrazione dopo un periodo caotico e dispersivo di restituzione massiva. Ho bisogno di focalizzarmi sul silenzio perché sento di essermi esposto così tanto negli ultimi tempi che devo tornare a fare cassa di informazioni e stimoli. Attualmente sto nuotando tra il concetto di protezione e di pentimento, ma a dirla così mi sembra di generalizzare una serie di suggestioni molto più importanti di quanto queste parole possano farle apparire quindi mi limito a lasciarle sospese.



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Come ti rapporti con la cittá in cui vivi?

Non ho un rapporto semplice con il luogo in cui vivo e con quelli in cui ho vissuto, non mi è mai piaciuto fermarmi per più di un certo tempo nella stessa città.

Anche i luoghi che ospitano il mio lavoro li ritengo parte della mia ricerca, solitamente quando concludo un progetto importante lascio lo studio nel quale ho lavorato per realizzarlo.

Sono convinto che gli spazi si imprimano di ricordi e memorie e in questo modo evito di essere influenzato da energie ormai esaurite.
La novità infonde una nuova forza, curiosità, un nuovo coraggio e una nuova situazione alimenta le idee oltre a influenzare i progetti stessi e le loro dimensioni. Fino a poco tempo fa lavoravo in uno studio abbastanza grande, in questa fase di lavoro necessito di uno studio più piccolo che possa contenere meglio le miei distrazioni invernali.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Per me è un argomento abbastanza fresco, ho avuto modo di vedere e conoscere più o meno approfonditamente diverse situazioni fieristiche, dalle più piccole come Verona a quelle più importanti come Basilea e confrontarmi con artisti affermati e non. Credo sia molto importante riuscire a capire alcune dinamiche di mercato per tutelare il proprio lavoro e potersi inserire al meglio. Ho avuto anche la fortuna di conoscere alcuni collezionisti e credo sia molto curioso capire il criterio di ogni collezione al fine di instaurare dei giusti rapporti di dialogo.

Probabilmente nel sistema manca proprio una situazione che instauri questo dialogo, dove potersi confrontare tra artisti, galleristi, collezionisti e curatori, una situazione del genere aiuterebbe nel far risorgere una critica ormai estinta.

Ultimamente ho avuto modo di conoscere diversi teorici e curatori e sono felice dell’alto livello di preparazione, per questo voglio essere ottimista, è impossibile che il nostro mercato non investa su tutte queste figure, non ci trovo alcun motivo sensato.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Mi servirebbe un tendone da circo, anche rotto mi sta bene.

A cura di Marco Tondello


www.davidesgambaro.com

Instagram: davide.sgambaro


Caption

Davide Sgambaro – Self-portrait – Courtesy l’artista

Davide Sgambaro, Una cosa divertente che non farò mai più – Veduta della mostra alla RITAURSO artopiagallery, Milano, 2018 –  Courtesy l’artista e RITAURSO artopiagallery, Milano, ph Natália Trejbalová



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