Five Questions for Davide Mancini Zanchi

Davide Mancini Zanchi nasce a Urbino nel 1986 e oggi vive e lavora nella vicina Acqualagna. Dopo essersi diplomato, nel 2013, presso l’Accademia delle Belle Arti di Urbino è ospite, tra il 2014 e il 2015, di Dena Foundation for Contemporary Art per una residenza di cinque mesi a Parigi.
La sua ricerca lo conduce a esplorare le possibilità del medium pittorico fino a portarlo letteralmente in un antico cielo (Finching Masaccio, 2019), fino a indagarne i limiti che lo aprono alla scultura, giungendo a un discorso corale dove l’opera d’arte, nel suo essere significante e significato, è il tema che occupa l’intera scena.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Da ragazzino, dopo un anno di scuole tecniche, decisi di cambiare e mi iscrissi all’Istituto d’Arte; non posso dire di aver iniziato lì perché i miei interessi erano diametralmente opposti rispetto all’Arte, però è lì che ho scoperto Burri e compagnia bella. Così iniziai a dipingere nel garage di casa dei miei genitori; l’unica differenza tra qualche anno fa e oggi è solo che invece di stare sottoterra ho trovato lo studio dei miei sogni.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

La questione della tematica è un affare complesso; devo essere sincero, mi piacerebbe che il mio lavoro avesse la forza di essere tematica e non trattare di questo o quello; non sono in grado di parlare di sport piuttosto che di geografia spazio-temporale con il mio lavoro; costretto a rispondere, davanti a una minaccia, direi che la cosa che mi potrebbe interessare di più è analizzare l’oggetto che l’Opera d’Arte rappresenta.

I progetti a cui sto lavorando non li dico, perché sono vagamente scaramantico, e tutte le volte in cui dico “sai, farò una mostra lì” quella finisce per saltare; dunque, preferisco citare le mostre che ho in corso, sono due: a Torino, da Sociétè Interludio c’è una collettiva, con Andrea Barzaghi e Sebastiano Impellizzeri, dove ho esposto dei quadri fuori dalle finestre dello spazio espositivo. A Bologna, invece, alla Otto Gallery, c’è una mostra per la quale ho dato tutto: sono tre stanze, nella prima ci sono dei grandi quadri dipinti con delle pistole ad acqua, nella seconda ho ricreato una sorta di palestra, in cui un boxer si può allenare usando due quadri e una scultura; nella terza ho ricreato un cielo stellato, in cui le stelle sono fatte masticando un pezzetto di carta che ho poi sputato tramite il tubo vuoto di una penna bic (cerbottana).



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Sono nato a Urbino, da adolescente mi son trasferito in un piccolo paese lì vicino, ora ho lo studio in un terzo paese, manco paese, una strada con qualche casa a destra e sinistra, vicino ad Acqualagna; di questi luoghi non mi interessa molto, chiaro che Urbino è stupenda, ma più che alle città, se così si possono chiamare, ho un legame forte, fortissimo, con il paesaggio, ne sono dipendente, ho la montagna a venti minuti, il mare a venticinque e dalle colline riesco a vederli entrambi girando lo sguardo dal Monte Catira verso il Mar Adriatico. Quando giro per lavoro mi manca il “mio” paesaggio.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Ideologicamente non penso niente del sistema dell’arte, non sono sicuro della sua reale esistenza, o per meglio dire, della sua reale funzione.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Non saprei, oggi sono a Napoli, mi piacerebbe andare a vedere il Cristo velato, ancora non son riuscito ad andarci e la cosa mi infastidisce un po’.

A cura di Marco Roberto Marelli


Instagram: davidemancinizanchi


Caption

Davide Mancini Zanchi, autoscatto – Courtesy Davide Mancini Zanchi

Quadri per finestre, 2019 – Tecnica mista su tela di juta, dimensione delle finestre dello spazio espositivo, Société Interludio, Torino, 2019 – Courtesy Davide Mancini Zanchi

Palestra – Installazione ambientale composta da opere singole e tatami, dimensioni variabili – Exhibition view, da che mani vidi Zan Cin, OTTO Gallery, Bologna, 2019 – Courtesy OTTO Gallery e l’artista, ph Dario Lasagni



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