Five questions for Dario Agrimi

Dario Agrimi (Atri, 1980) utilizza una vasta gamma di mezzi espressivi (come pittura, scultura, performance, video e installazione) per esprimere le sue idee: ogni azione è diretta a un fine ben preciso e la coerenza risiede in una cifra intellettuale piuttosto che stilistica. L’ironia verbale e visiva, come strumento per guardare senza remore la realtà e restituirne gli aspetti più caustici, è uno dei fondamenti della sua poetica, che indaga le molteplici possibilità relazionali tra l’opera e lo spettatore. Fino al 26 agosto un’ampia personale a Palazzo Beltrani a Trani, città in cui l’artista ha stabilito il proprio studio, ripercorre gli ultimi 10 anni della sua vicenda creativa.

 

Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti tra i tuoi esordi e oggi?

Da tutta la vita. L’inizio di ogni cosa rappresenta una fase embrionale. Ogni passo va fatto con cautele per acquisire sicurezza, per iniziare a far parte di un habitat. Cominciare una qualsiasi attività implica sbagliare e farlo tanto. Una differenza tra ieri e oggi è meno errori. C’è comunque un’idea comune da sempre: “Lavorare per il domani”.

Dario Agrimi,
Dario Agrimi, Ascesa – Silicone e materiali vari, dimensioni variabili, 2012 – Courtesy l’artista

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

La tematica è una. Il tutto. L’arte è come un sogno. Nei sogni non abbiamo limiti. Possiamo volare e fare cose incredibili. In arte non ho limitazioni, quindi posso ogni cosa. L’ispirazione viene da tutto ciò che i miei sensi catturano quindi le tematiche sono in continua evoluzione e diversificazione. In programma ho diversi progetti. Portare avanti quelli già iniziati e iniziare a proporre le opere del 2019. Una buona parte del mio lavoro si basa sulla scienza comportamentale e implica l’interazione dello spettatore con l’opera. Spesso quest’ultima è mimetizzata o non istantaneamente fruibile per mirare a suscitare reazioni emotive molto forti in chi guarda. Quindi, se mi si dovesse chiedere quali progetti ho per il futuro, l’unica riposta possibile è: “provare ad essere il futuro”.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

La città, qualsiasi essa sia, è solo il luogo dove si trova lo studio. Il posto in cui vivo è adorabile e mi trovo benissimo. Vi risiedono i miei amici e la mia famiglia quindi lo si può vedere come un’ area protetta, ma il lavoro di ogni artista non dovrebbe avere casa. L’opera è zingara. Deve girare il mondo, essere vista, amata e criticata. Quindi con la mia cittàho un rapporto di convivenza, ma non di dipendenza, che rappresenterebbe un limite.

Dario Agrimi
Dario Agrimi, Limbo – Silicone, 50 litri di petrolio e materiali vari, 5x200x100cm, 2015 – Courtesy l’artista

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

È come qualsiasi sistema, basato sul business. Mera economia. È così da quando è diventato un sistema quindi non credo cambierà mai. È importante entrarci, prima o poi. Solo se ne fai parte puoi definirti artista contemporaneo a tutti gli effetti. Altrimenti lo fai per hobby e la differenza tra te e il pittore della domenica, che dipinge nature morte a tempera, viene meno.

Che domanda vorresti che ti facessi?

Potrei donarti 10 milioni di euro per farti realizzare una parte delle tue prossime opere?
Certo che puoi.

 

www.agrimidario.com

Instagram: darioagrimi

Immagine di copertina: Dario Agrimi – Courtesy l’artista

 

Intervista a cura di Emanuela Zanon

 

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