Five Questions for Claudio Beorchia

Claudio Beorchia è nato a Vercelli, nel 1979, e oggi vive e lavora vicino a Venezia. Dopo aver studiato Design e Arti Visive allo Iuav di Venezia e all’Accademia Brera di Milano, consegue il Dottorato in Scienze del Design allo Iuav.
Come indicato sul sito personale dell’artista, descrivere il suo fare “It’s a bit complicated”, realizza lavori site specific che interagiscono con il pubblico, azioni e operazioni sociali che aprono l’arte partecipata verso le più attuali ricerche artistiche e estetiche uscendo dal fare solito delle mostre per diffondersi nella società.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Quest’anno sono 10 anni tondi tondi da quando ho iniziato seriamente tutto questo. Nel tempo ho fatto esperienza grazie a mostre e residenze, ho conseguito un dottorato che mi ha aiutato a livello progettuale e metodologico, ho conosciuto persone che hanno saputo migliorare e valorizzare il mio lavoro, ma sono contento e quasi sollevato perché mi sembra di non aver imparato il mestiere e di aver conservato ingenuità e leggerezza, cercando di mantenere sempre uno sguardo vergine sul mondo.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Ciò che più mi provoca dipendenza in questo lavoro è avere intuizioni e produrre idee, e la possibilità di alimentarle e configurarle. Non mi pongo limiti e restrizioni, né di media, né di temi. Come unici caratteri generali direi solo che non sono per nulla introspettivo e autoreferenziale: preferisco guardare fuori, fra le complesse pieghe delle realtà che mi/ci circonda. Posso quindi dirti solo quello su cui sto lavorando in questo periodo.
A brevissimo inauguriamo Tra cielo e terra, un progetto di fotografia partecipata che sto realizzando con il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo. Da diversi anni perlustro il territorio alla ricerca delle edicole votive, delle cappellette, delle nicchie religiose che punteggiano e caratterizzano il paesaggio italiano. Quando ne trovo una faccio due foto: l’edicola in primis ma, soprattutto, fotografo cosa guarda il santo raffigurato nell’edicola, mettendo la fotocamera in corrispondenza dei suoi occhi. È un modo per guardare il paesaggio in maniera oggettiva, usando un punto di vista altro, quasi divino, e riflettere così sul suo stato di fatto e le sue trasformazioni.
Grazie al Museo abbiamo portato il progetto a una dimensione partecipata che coinvolge l’intero territorio lombardo. D’altra parte, il processo è facile, può essere fatto un po’ da tutti: basta guardarsi attorno alla ricerca delle edicole e fare un paio di foto. Si tratta di un’iniziativa importante e ambiziosa, sulla quale con Matteo Balduzzi (il curatore del progetto) e lo staff del Museo ragioniamo da oltre un anno. Sta andando davvero bene: abbiamo raccolto più di 2900 “sante visioni”, inviateci da oltre 250 partecipanti fra maggio e agosto di quest’anno. In questi giorni stiamo ragionando sull’allestimento al Museo e stiamo lavorando alla pubblicazione.
Ovviamente si inaugura il 1° Novembre, giorno di Ognissanti! Stiamo organizzando anche i pulmini che porteranno i partecipanti da tutta la Lombardia in gita a Cinisello per l’apertura!



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Come accennavo, preferisco guardare fuori. Per me il contesto in cui opero, qualsiasi esso sia, è essenziale. Non sono un artista da studio.
Spesso mi capita di definirmi, con un po’ di ironia, un artista site-responsive; nel senso che l’adattamento al contesto, la reazione alle condizioni, l’approccio empatico e negoziale sono per me caratteri positivi, vitali. C’è quasi qualcosa di evoluzionistico in tutto questo.
In queste settimane sono in residenza a Villa Greppi, in Brianza; i primi mesi del 2020 sarò in residenza in Olanda, dove avrò una personale a fine periodo, e poi fra maggio e giugno sarò a Berlino, impegnato in un progetto di arte pubblica che coinvolge i richiedenti asilo della città.
Certo, cambiare contesto significa non affezionarsi alle proprie abitudini, rinnovare i comportamenti e le attività, allacciare nuove relazioni: è senza dubbio faticoso ma, in fondo, questo tipo di fatica è il segno che si sta imparando qualcosa di nuovo.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

In realtà non penso molto del sistema dell’arte contemporanea. Non lo dico con snobismo, anzi, professionalmente sarebbe una riflessione importante e strategica, che rimprovero a me stesso di non fare abbastanza. È che mi dimentico di pensarci.
Un po’, a dire il vero, al sistema ci penso attraverso i miei progetti. È forse il “museo”, inteso come istituzione, a interessarmi maggiormente. Mi diverte provare a scardinare – senza però sfociare nella pura provocazione – ruoli e posizioni.
Già in Tra cielo e terra è abbastanza evidente questo approccio. Però, al Museo di Cinisello quasi non vale: da anni, oltre alla programmazione più tradizionale, portano avanti progettualità sperimentali e quasi sovversive, poco istituzionali: ho trovato il complice perfetto per le mie attività.
Questo atteggiamento è evidente anche nell’altro progetto importante di quest’anno, quando nei primi mesi del 2019 sono stato il primo artista in residenza alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Lì è stato bello perché ho coinvolto attivamente tutti gli attori del Museo, dai funzionari ai custodi e, soprattutto, il pubblico. Durante la residenza, per diverse settimane, ho fatto finta di essere un custode delle Gallerie, aggirandomi fra le sale vestito di tutto punto, ascoltando e annotando di nascosto ciò che i visitatori dicevano davanti alle opere. Ho raccolto all’incirca 900 commenti, che ho unito e raccordato seguendo filoni e pattern semantici, dando vita a una sorta di poemetto. Quel testo l’ho registrato in un file audio grazie alle voci dei miei “colleghi” – lo staff del museo – e, alla fine, il file è stato implementato all’interno di alcune audioguide distribuite all’ingresso delle Gallerie, a disposizione del pubblico: i visitatori, girovagando fra le sale, potevano così ascoltare, in una sorta di corto circuito, quello che i precedenti visitatori avevano detto davanti alle opere.
L’opera è stata acquisita dalle Gallerie dell’Accademia ed è divertente pensare che, nella prestigiosa e istituzionale collezione, fra le tele del Tintoretto e le pale del Bellini, i teleri del Carpaccio e i gessi del Canova, c’è un lavoro costituito da audioguide plasticose al cui interno, con le voci dei custodi e dei funzionari del Museo, ci sono i pensieri più toccanti, originali e significativi fatti dai visitatori proprio su quei capolavori.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Beh, a questo punto, visto che me l’avete fatto venire in mente, quasi quasi sarebbe meglio parlare del sistema dell’arte contemporanea. Sono tutto orecchi.

A cura di Marco Roberto Marelli


www.claudiobeorchia.it

Instagram: beorchiaclaudio


Caption

Ritratto di Claudio Beorchia – Ph Claudio Beorchia

Claudio Beorchia, Tra cielo e terra – Madonna del vento, ph Luigi Massone – Courtesy Claudio Beorchia

Claudio Beorchia, Tra cielo e terra – Madonna di Via Carena, ph Marinella Damo – Courtesy Claudio Beorchia

Claudio Beorchia, Aurale, brusii per audioguide – Gallerie dell’Accademia di Venezia, ph Valeria Cozzarini – Courtesy Claudio Beorchia



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