Five questions for Anna Raimondo

Anna Raimondo è nata nel 1981 a Napoli e oggi vive a Bruxelles; la sua pratica artistica si sviluppa nel panorama internazionale.
Dopo aver conseguito una laurea magistrale in Sound Arts presso il London College of Communication sviluppa, oggi, un dottorato di ricerca sulla geografia urbana e le prospettive di genere tra l’Arba (Ecole des Beaux Arts) e la ULB University di Bruxelles.
Il suo percorso artistico si sviluppa attorno al medium sonoro, “strumento” centrale nell’odierno universo culturale. Dalla radio alla performance, la produzione estetica di Anna Raimondo si fa personale per aprirsi alla collettività, pone al centro le tematiche di genere e i processi percettivi senza ancorarsi o riproporre vecchie pratiche ormai superate. La consapevolezza dell’esserci nello spazio, la concezione del proprio se in cammino si arricchiscono attraverso una presa di coscienza sulla “questione femminile” che si fa elegantemente politica, discussa in pubblico, nelle piazze, lungo le strade.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

È difficile dire quando “sono diventata artista”, soprattutto per il mio percorso atipico; mi piace pensare di essermi auto-battezzata tale davanti al Tamigi di fronte al Tate Modern con la performance Untitled (a stranger, the water and what I am) in cui ho chiesto a una sconosciuta di gettarmi secchiate d’acqua a ogni definizione sociale che declamavo a voce alta, tra cui, quella di essere artista.

Era il 2013, l’epoca in cui facevo un master in sound art alla LCC di Londra, il tempo in cui dalla creazione radiofonica sono esplosa nello spazio urbano con proposte più performative.

Dagli esordi a oggi molti aspetti della mia ricerca sono ancora gli stessi: il problematizzare il fatto di essere donna e, in generale, il costante questionare l’identità di genere e ogni forma di categorizzazione sociale fissa; il riferimento al mare come elemento comune, utopia e distopia; l’aspetto relazionale del linguaggio e dei miei progetti; la centralità dell’ascolto per creare spazi partecipativi e di negoziazione di senso.

Una cosa importante è cambiata, rifletto diversamente sulla formalizzazione: cerco di trovare oggi delle forme plastiche alle mie proposte, che in genere hanno una natura più effimera. Come formalizzare un incontro, l’interpretazione di un paesaggio sonoro, la visione o l’ascolto di un territorio raccontato da una comunità?

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Ho iniziato un dottorato basato sulla mia pratica artistica all’Accademia delle belle arti e alla ULB a Bruxelles. Sviluppo un progetto in corso Nuove frontiere del benessere dell’ecosistema vaginale, attraverso il quale metto in dialogo componenti centrali della mia ricerca, coniugando il racconto di geografie e territori diversi con un ascolto di genere. Chiedendomi quanto anche l’ascolto sia condizionato da un’educazione di genere, uso questa pratica come strumento politico ed estetico per creare spazi di narrazione di territori diversi, a partire dai luoghi significativi delle donne che li abitano. Così facendo, attivo una mappatura collettiva delle città in questione, mettendo in dialogo voci, territori e corpi diversi: tra derive individuali e collettive, alla dimensione puramente di intervista/incontro orale, si unisce la componente del corpo che deambula e che registra impressioni, percezioni, ascolti e visioni riflettendo sulla posizione che il corpo di chi si sente donna può avere nello spazio urbano.

La forma cambia ogni volta secondo il contesto e la geografia specifica: negli spazi di Ex Elettrofonica, nella mostra personale curata da Lucrezia Cippitelli nel 2017, il lavoro era un intervento di luce in situ per accogliere un’installazione sonora multicanale in cui mettevo in dialogo le voci delle donne incontrate con i paesaggi sonori dei luoghi raccontati; durante il festival di arte sonora Tsonami a Valparaiso nel 2017, invece, la forma finale è stata una camminata sonora nella quale il pubblico (munito di mp3 e cuffie) era invitato ad ascoltare, vedere dei posti specifici raccontati dalle donne che avevo intervistato, per analizzarne comportamenti e dettagli e mettersi così nei panni di una persona che si definisce donna in città. A Santa Cruz di Tenerife, per una commissione al Museo TEA curato da Juan Matos Capote, l’idea è stata quella di unire a un lavoro sonoro una serie di ritratti delle donne incontrate nei loro luoghi significativi.

Ora preparo la tappa di Cordoba, in Spagna, per il festival Sensexperiment, dove vorrei lavorare a una parata collettiva per tracciare questi luoghi attraverso non solo le voci delle donne che incontrerò, ma anche i loro corpi e gesti. E poi Marrakech dove, nella residenza curata da Francesca Masoero a LE18, sperimenterò questo formato seguendo i canali d’acqua sotterranei nella città per riflettere sulla presenza/assenza delle donne nella Medina della città.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Bruxelles è la città che mi sta adottando da ormai 5 anni. Per me è un porto senza mare: un crocevia di persone, di orizzonti culturali e linguistici diversi in cui poter viaggiare da un marciapiede all’altro, ed è questa la ragione principale per la quale mi ci trovo ancora. Ma, appunto, senza mare, anzi senza acqua. E cito questo dettaglio perché il mare e l’acqua sono elementi vitali per me. Allo stesso tempo la loro mancanza ha attivato delle “reazioni poetiche” che si sono trasformate in progetti: Mi porti al mare? è una performance nella quale, vestita da sirena, chiedevo ai passanti di portarmi al mare attivandolo in qualche modo intorno a me; oppure la parata sonora L’Eau en Senne nella quale, con la rumorista Céline Bernard ed alcuni abitanti del centro città, abbiamo riattivato la memoria sonora del fiume che è stato coperto a fine Ottocento e la cui memoria, in qualche modo, è stata rimossa.

Bruxelles, per me, è la porta d’Europa ma anche una specie di porta d’Africa, perché è al centro d’Europa ma è ben collegata con il Nord Africa, offre un panorama culturale non solo eurocentrico.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Dipende da cosa intendiamo per “arte contemporanea”.

Per me è uno spazio d’espressione, sperimentazione, ricerca estetica, politica. Uno spazio d’ispirazione e scambio, ma anche di giochi di potere.

Credo che per essere franchi, leali, visionari; essere portatrici della propria verità senza paura e senza retorica (e qui mi ispiro alla pratica della parrhêsia di Michel Foucault) bisogna posizionarsi alla giusta distanza dal mondo dell’arte contemporanea per poter continuare a vederne anche distopie e ipocrisie. Parafrasando Giorgio Gaber, personalmente adotto la strategia del “far finta di essere sana” anche in questo mondo!

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Del fatto che una donna, indipendentemente dal dichiararsi femminista o meno, dovunque si trovi, non può non avere coscienza del fatto di essere tale nella società contemporanea. Per tante ragioni che ci ricordano, ogni giorno, non abbiamo gli stessi diritti degli uomini. E gli uomini dovrebbero avere la stessa coscienza, sul fatto di avere più potere e poteri.

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. In Belgio e in Italia più di trenta donne sono morte quest’anno e mi sembra veramente importante continuare a riflettere sul fatto che, nel 2018, si può ancora morire per il fatto di essere donne. E non sto menzionando la violenza alle persone gay, trans e queer perché non dispongo di cifre. Ecco, per me la lotta culturale all’omofobia e alla violenza di genere dovrebbero essere una priorità nelle agende politiche e nel comportamento sociale di ciascuno.

a cura di Marco Roberto Marelli


www.annaraimondo.com

Instagram: anna__raimondo


Caption

Mi porti al mare?, Anna Raimondo, 2016 – Courtesy l’artista

Untitled (a stranger, the water and what I am), Anna Raimondo, 2014 – Courtesy l’artista

Nuove frontiere del benessere dell’ecosistema vaginale, Anna Raimondo, 2017 – Courtesy l’artista



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