Five questions for Alex Urso

Alex Urso nasce nel 1987. Dopo aver compiuto studi triennali in Lettere e Filosofia, nel 2011 inizia a frequentare il corso magistrale di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Nell’anno accademico 2012/2013 riceve una borsa di studio presso l’Accademia di Belle Arti di Varsavia, dove frequenta il corso di Pittura presso lo studio di Leon Tarasewicz. L’anno seguente si diploma con lode con una tesi sull’appropriazionismo nell’arte. Nel 2013/2014 è assistente curatore presso la National Gallery of Art Zachęta di Varsavia.
Attualmente vive nella capitale polacca, dove conduce la sua ricerca estetica e lavora come curatore indipendente collaborando con spazi privati ed istituzioni. Nel 2017 è stato ideatore e co-curatore della Biennale de La Biche. Scrive di arte per Lobodilattice e Artribune.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Sono entrato in accademia più tardi rispetto a gran parte dei miei colleghi. Ho una formazione letteraria e filosofia, e nella vita precedente ho collaborato con riviste di musica. La scrittura dunque è stata sempre una costante forte, mentre l’arte era piuttosto qualcosa di presente ma nascosto, una pratica da cameretta che ho avuto sempre difficoltà a confessare, in primis a me stesso; ho affrontato l’idea di una formazione artistica tardi, quando ho capito che questa passione silenziosa e goffamente dichiarata, occupava una parte consistente del mio tempo e del mio pensiero. Allora mi sono amputato di ogni passione parallela, costringendomi a lavorare per sottrazione: ho smesso di scrivere, di suonare, di fare un sacco di cose in cui credo fossi anche capace, per iscrivermi al corso specialistico di Pittura a Brera (era il 2011).
In accademia ho imparato molto, raramente dai docenti. E tuttavia qui mi sono fatto carico di una consapevolezza importante: quella di uscire dai limiti dell’agire soltanto in una sfera intima per portare le mie opere in quello spazio più neutrale che si chiama mondo. È in accademia che mi sono aperto al confronto, che poi è spesso stato uno scontro. In questo salto credo di essermi definito, più o meno consapevolmente, come artista.
Appena entrato in Accademia ho toccato di tutto: pittura, disegno grezzo, assemblaggio, formati di ogni tipo. Quell’urgenza di sperimentare che solitamente viene spalmata in un triennio, per me è arrivata ed esplosa in un mezzo semestre: ero molto confuso e spaventato nel trovare il mio linguaggio, e soprattutto dal doverlo motivare a parole a docenti ben più intimoriti e frustrati di me. Le accademie solitamente sono bravissime a scoraggiare i ragazzi. Ma ho continuato, e la strada in cui mi sono trovato più completo è risultata quella dei “teatrini”, nati inizialmente come un tentativo di uscire fuori dalla superficie della tela, per poi passare all’assemblaggio di elementi all’interno di cassetti trovati per strada, fino alla costruzione di vere e proprie “scatole magiche” in cui creavo dei micro-mondi, tra il privato e l’universale. Oggi continuo su quella strada. Come necessario le differenze sono tante, ma il filo conduttore che le collega credo sia evidente.

Alex Urso
L’Amour et la Violence, 2015 – serie di collages su foto polaroid, 8,5 x 7 cm – courtesy l’artista

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Non ho un tema di riferimento; pur essendo un artista di pensiero e di mente – nel senso che mi confronto sempre con un’idea – ho un metodo che parte dall’esperienza quotidiana, e che quindi si presta spesso al caso.
Tuttavia in generale, una costante degli ultimi anni, è stata quella di instaurare un rapporto anacronistico con la storia dell’arte. Nelle mie opere (collages, diorami o installazioni) mi relaziono spesso con lavori o artisti del passato, cercando un cortocircuito di significati che facciano rivivere realizzazioni consegnate alla storia dell’arte.
Una delle ultime serie, esposta in questi giorni presso la Fondazione Paolina Brugnatelli di Milano, è lo studio sul Giudizio Universale di Hans Memling, in mostra fino al 12 aprile.

Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Con necessaria empatia. Se non la trovo, cambio città.

Alex Urso
L’Amour et la Violence, 2015 – serie di collages su foto polaroid, 8,5 x 7 cm – courtesy l’artista

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Mah, non c’è molto da pensare. Se lo vedo da fuori, così come si presenta, è ovviamente un meccanismo buffo ma alla lunga noioso, che si trascina avanti senza troppa inventiva e spesso con poco coraggio. Se lo guardo da dentro sento invece di avere la voglia e (in parte) il dovere di tentare strade diverse per approcciarmici, sia in qualità di artista che di curatore.
Ad esempio l’ultimo progetto curatoriale che ho ideato e realizzato, insieme all’artista polacca Maess Anand, è stata la Biennale de La Biche (www.biennaledelabiche.org), una biennale nata su un’isola minuscola nel Pacifico, difficilmente raggiungibile, un tempo abitata e ora abbandonata, gradualmente sommersa dall’innalzamento del livello dei mari: qui abbiamo chiamato quattordici artisti internazionali, ai quali abbiamo chiesto di realizzare dei lavori di piccole e medie dimensioni che potessero morire sul posto, adeguandosi alle dinamiche e ai tempi di questa location fantasma. Non c’era pubblico, non c’erano telecamere, solo dei lavori installati e costretti a morire.
Tutto è nato un po’ per gioco, ma con grande motivazione. I lavori sono stati ficcati in una valigia e portati sul luogo senza alcun tipo di assicurazione. Nessun filtro coi media, nessun supporto economico. Eppure dopo poche settimane eravamo su tutte le riviste di arte più influenti al mondo a rilasciare interviste.
Prendo questa esperienza come esempio: il sistema dell’arte, se esiste, non è detto che sia solo uno: ce ne sono tanti, potenzialmente uno per ogni artista vivente.

Che domanda vorresti ti facessi?

Ma no, va bene così.

www.alexurso.com

Immagine di copertina: Alex Urso – Foto di Giulia Addazi


Intervista a cura di Alberto Pala per FormeUniche

 

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