Five questions for Alessio Barchitta

Alessio Barchitta nasce in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto, il 21 giugno 1991. Attualmente vive e lavora tra la sua città d’origine e Milano, metropoli dove ha conseguito, preso l’Accademia di Belle Arti di Brera, un diploma accademico di secondo livello in Arti Visive, indirizzo Pittura. In bilico fra il gesto e la sua negazione, la produzione estetica dell’artista, partendo da una profonda e coinvolgente analisi concettuale, sfocia in una elegante e inaspettata resa pittorica e fisica. Recupero e ricostruzione, materiale e semantica, pongono le opere in un’attualissimo contesto dove l’arte del nuovo millennio è compresa e aggiornata attraverso sensibilità attuali, ricche di futuro e consapevoli del recente passato.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Quando mi chiedono “fai l’artista?” non so mai cosa rispondere, in Sicilia mi chiamavano “artista” già a quattordici anni! (molti per l’abbigliamento). Se in questo momento fossi ancora lì, nella mia casa d’origine, ti direi in coro con il quartiere: “da sempre”. Perché, probabilmente, là viene chiamato artista chi tramite il bello (o l’estro) coinvolge attivamente la collettività. Da Milano, dove si canta da solisti, dopo svariate intuizioni, la mia coscienza crede di affiancare l’arte al manufatto, a un’opera del 2014: Ricordo II. Al sud, un senso del dovere incondizionato, qui, una coscienza più anaffettiva che mi ha portato a riconsiderare molte posizioni di parte.
Annichilito da uno studio approfondito sul confronto caso/controllo, mi sembrava che l’unica soluzione per produrre ulteriori manufatti potesse sfociare in un’azione dove l’intenzione era tutto e la mano nulla (o quasi). Mi limitai a far decomporre dei frutti all’interno di alcuni sacchetti, che
dopo il processo, imbevevo di sciroppo di zucchero e appendevo a un chiodo. L’opera continuava a mutare fino a quando non ero costretto a buttarla via.
“L’artista” non decideva né colori né forme, l’artista non rappresentava ma presentava.
Questo lavoro, dal quale mi sembrava non poter più uscire, mi diede modo, nel tempo, di prendere con le pinze una certa attitudine passata e regolarla a un’esigenza più matura.
È divertente dire “oggi” rispetto a “l’altro ieri”, però credo che le differenze siano state abbastanza graduali: ogni progetto ha posto l’accento su qualcos’altro e la mia doppia residenza, nei suoi pro e nei suoi contro, mi ha dato modo di svezzarmi dall’ordinario e sorridere a contesti altrimenti
alienanti.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Nel mio caso parlerei di “argomenti” più che tematiche. Treccani ci suggerisce: argoménto s. m. [dal lat. argumentum, der. di arguĕre «dimostrare»]. – 1. Ciò che si adduce a sostegno di quanto si afferma; ragione, prova: allegare, recare, addurre, confutare, ribattere un a.; questo è un a. persuasivo; l’alibi presentato è un forte a. in suo favore; non avere argomenti, essere a corto di argomenti, non avere elementi per convalidare quanto si afferma o per confutare le ragioni dell’avversario, e più  genericam. non saper spiegare, giustificare o replicare.
Ogni lavoro porta con se un elemento concreto legato alla scelta dei materiali e al loro consueto utilizzo. Proprio per questo preferisco “argomento” a “tematica”, l’opera ha sempre un aspetto legato alla “prova”, è insita in essa. Certamente, in ogni lavoro, persistono due aspetti contrastanti, uno afferma, l’altro nega. Credo sia una questione da considerare, una modalità che torna a ogni lavoro e che probabilmente non mi abbandonerà a breve. A tale vizio, momentaneamente, si abbina la curiosità di capire cos’è “casa” sotto svariati punti di vista, probabilmente arriverà il momento in cui qualcos’altro mi farà distrarre dalla questione (oppure no). Diciamo che sto frequentando tale argomento e fino a oggi sono stato sincero nel mostrargli affetto e lealtà, ma non so se il nostro amore durerà: l’importante è essere sinceri, no?!
Ci siamo conosciuti per caso, o meglio, lui ha trovato me.
Mi piace riconsiderare il passato, subisco il fascino del frammento, l’impossibilità di decifrarne a pieno i codici e dal reale ricostruire ipotesi. Ecco allora la mia passione, che mi porta a dedicare interi pomeriggi ai torrenti vicino casa, vere e proprie discariche e cielo aperto che, nella loro disgrazia, mi elettrizzano assai e non mi lasciano mai tornare a mani vuote. Riguardando il bottino affiorano molte questioni attuali, come intenderebbe Duchamp: questi frammenti sono già stati imbevuti di vetriolo, perdendo ogni callistica ed estetica; sono corpi ipotizzati, non assoluti, il possibile non è confutato. I frammenti sono perlopiù “immobili”, sono punti fissi, illudono la storia, scompaiono per periodi più o meno lunghi per ripresentarsi dopo aver perso tutto. Ci parlano di un tempo che non è quello di cui narrano i manuali di storia, è un tempo puro, che si sottrae al nostro mondo d’immagini e di infiniti simulacri. Sono rifugiati in un contesto che non gli appartiene più, portano però con sé storie d’altri luoghi, parlano lingue sconosciute, sono ponti.
Trovo estremamente interessante il dubbio e altrettanto noiosa la presunzione nel dire “so esattamente come o cosa sei”. Sto lavorando a diversi progetti, alcuni stanno prendendo corpo, altri aspettano che sia il momento o il luogo giusto per mostrarsi. In primavera farò una personale
nella Svizzera Italiana: gran parte dei lavori che presenterò in questa occasione hanno origine proprio dal torrente. Poi un progetto espositivo da Amy-d Arte Spazio a Milano (galleria di ricerca con la quale collaboro da circa un anno), un altro vedrà la luce in un posto assai inusuale tra le
vette del mediterraneo. Per il resto, continuerò a lavorare senza preoccuparmi troppo della destinazione ultima dell’opera.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Mi son trovato a Milano per forza di cose, avevo tanta voglia d’imparare. Finito il liceo le scelte erano Roma, Palermo, Catania o Milano. Milano era la mia ultima, tra tutte rimaneva la città per la quale provavo meno empatia; la priorità era, però, ricevere una buona formazione, così, senza pensarci troppo, arrivai qui. È una città che si mostra molto lentamente, ci vuole del tempo per amarla e non mi pento assolutamente di averla scelta, anzi. La città offre un ricco assortimento di mostre ed eventi più o meno allettanti, pregio che la fa spiccare rispetto le altre. Milano mi ha dato disciplina (ad esempio ho capito come va fissato un appuntamento!). Dalle mie parti si dice: “ci vediamo per le cinque” , orario che può variare dalle 16:30 alle 18:30. È responsabilità e buona educazione essere organizzati, ma quanto è altrettanto bello improvvisare? Forse Milano soffre di una formalità ipertrofica che nega l’effetto sorpresa, bisogna sempre organizzarsi e sapere il più possibile su come si evolverà la giornata, la settimana e magari l’anno prossimo: anche l’arte credo non faccia azzardi, è sempre dietro l’angolo a sbirciare per cogliere quale sarà il prossimo passo. Come dicevo prima, sento di dover cambiare aria ogni tanto, sbottonarmi e scorrazzare al sud. Lì non devo andare agli opening, non devo sembrare disinteressato ma attento, posso sperimentare senza preoccuparmi di sembrare “educato”. Qui c’è così tanto che si potrebbe non far nulla, giù si dice che “non c’è mai niente” ma non si fa niente; io che sto in mezzo “non ci capisco nulla e faccio”.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Ogni cosa ha un sistema e anche l’arte ha il suo, com’è normale che sia. Penso che fin quando un sistema rimanga al servizio della cosa, si possa entrare in un territorio che riguardi anche l’etica.
Se, al contrario, è la cosa a doversi fare mezzo per il sistema, nella maggior parte dei casi si può chiamare semplicemente economia. Mi piace credere che esistano diversi sistemi all’interno di uno macro, o meglio, diverse “modalità” del fare sistema. Faccio parte di un collettivo nato per caso, l’estate scorsa ci siamo improvvisati intonacatori, elettricisti, imbianchini e molto altro.
Abbiamo ristrutturato una palazzina liberty nel mio paese d’origine, pensando i due piani della casa come studi per ospitare il mio lavoro, quello del collettivo e di due altre artiste. Tutti abbiamo convissuto e sviluppato diversi progetti nell’arco di un mese. Una residenza d’artista sì, ma
veramente passionale. Lo stabile era costantemente invaso da curiosi, addetti, sconosciuti e noi, un gruppo di amici dove nessuno dei membri, me escluso, si occupa d’arte. Forse questo potrebbe non essere un sistema? Più difficile da identificare, perché le sue consuete figure si mescolano, si
confondono, non hanno etichette. Si potrà comunque chiamarlo sistema? L’obiettivo comune era il “fare”, senza troppi se e senza troppi ma. Fare sistema è necessario, il sistema dell’arte contemporanea è tante cose, può essere una cosa ottima come no.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

Vorrei rispondere a una domanda tipo: “cosa ti piacerebbe fare a un opening”? vorrei abbracciare tanta gente e urlare cose tipo: “sei grande”, “scialla“ oppure “ci siamo visti venti volte ma ancora non ci salutiamo, perché?”; bere birra, tirare giù i pantaloni a qualcuno, sedermi,
complimentarmi, ridere tanto, parlare seriamente della mostra e poi di cazzate, far finta di svenire, rialzarmi e dire: “performance” (come lo direbbe Virginia Raffaele). Chiedere all’artista di parlarmi del suo lavoro e di che musica ascolta, conoscere tanta gente e sperare non finisca con “ci
beviamo una cosa un giorno di questi”, che tradotto vuol dire mai. Però, forse, vorrei anche non ci fosse la possibilità di fare tutto ciò e rimanere ammutolito dall’opera.
Milano ti voglio bene, sei la sorella stronza che non ho mai avuto.

a cura di Marco Roberto Marelli


www.alessiobarchitta.com

Instagram: alessiobarchitta


Caption

Alessio Barchitta – Courtesy l’artista

INNER≈OUTER – Listelli in abete, viti, rete di sicurezza, neon, foglie di palma, 80 x 1200 x H 400 cm – Bastione Santa Maria, Castello di Milazzo, 2018 – Courtesy l’artista

ERRANTE ETEROTOPICO –  Assi in legno trattate con la tecnica dello Yakisugi (non oliate), murali in abete, viti, ruote, 240 x 180 x H310 cm –
Auditorium San Vito, Barcellona Pozzo di Gotto, 2017 – Courtesy l’artista



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