Five Questions – Angela Grigolato

Angela Grigolato (Rovigo, 1994) ha vissuto in diverse città per affinare la propria ricerca, pur rimanendo molto legata alle proprie radici. Si è formata tra l’Accademia di belle arti di Bologna e la Willem De Kooning Accademy di Rotterdam, ora vive a Venezia ma a breve terminerà la sua residenza presso la Fondazione Bevilacqua La Masa. Interessata allo studio degli inneschi (voluti o casuali) tra essere organico e mezzo digitale, propone soggetti enigmatici il cui aspetto deriva da alterazioni spesso realizzate con lo scanner. I materiali di partenza e la tecnica che utilizza rimangono celati, a volte intuibili, ma l’ambiguità vince sulla chiarezza e lo spettatore si sente libero di trarre conclusioni personali, seppur parziali.


Da quanto tempo fai l’artista e quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Quando si comincia a essere artisti? Dipende da cosa si intende come esordio. Da piccola mi piaceva disegnare, era un momento di calma. Credo di poter trovare una premessa nella volontà istintiva di ripetere quel mio rituale. Gradualmente la mia consapevolezza si è trasformata, ora disegno sporadicamente e la mia pratica si concentra su altri media.
La scelta di dedicarmi interamente alla ricerca artistica si è manifestata tre anni fa, quando, dopo aver terminato il triennio in Comunicazione e Didattica dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna, mi sono iscritta al biennio in Arti Visive. Dopo una prima fase di formazione teorica, ho scelto di intraprendere il mio percorso artistico.
Mi sembra di essere sempre all’esordio, comincio da capo ogni volta, vorrei affinare la mia sensibilità, credo sia un allenamento quotidiano porre attenzione alle domande che il lavoro ti regala.

Quali tematiche trattano i tuoi lavori e che progetti hai in programma?

Mi affascinano i processi di degenerazione, morte e rinascita che si attuano in natura. Il mondo organico è una miniera di tesori, di storie di adattamento e di fusione con l’ambiente. Indago questi eventi attraverso il mezzo fotografico inteso nell’accezione più ampia possibile.
Attraverso ricerche focalizzate sul contatto tra tecnologia e natura, indago il bisogno primario dell’uomo di individuare un’origine, di dare un senso a sé stessi e agli accadimenti che lo circondano.
In questo periodo sto sviluppando due progetti dagli intenti molto affini tra loro: uno è relativo alla mostra di fine residenza della Fondazione Bevilacqua la Masa e si concentra sul mio vivere lo studio come spazio fisico, mentale e relazionale; l’altro è il mio primo lavoro in collaborazione con le artiste Laura Guastini e Miriam Del Seppia. Con loro condivido stimoli ed entusiasmi dai giorni dell’Accademia e in questa fase di isolamento domestico stiamo ragionando sul significato della parola abitare.



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Come ti rapporti con la città in cui vivi?

Negli ultimi due anni non ho avuto un luogo stabile nel quale abitare se non per pochi mesi. Fatico a immaginarmi stanziale. L’anno scorso ho vissuto a Rotterdam e mi sento ancora legata all’Olanda, ma c’è anche Bologna dove ho studiato, Rovigo, la mia città natale, e infine Venezia, dove attualmente vivo. Ci sono approdata quasi per caso grazie alla residenza annuale che la Fondazione Bevilacqua La Masa mi sta offrendo. Venezia è un luogo sospeso, per quanto precaria e minacciata dall’innalzamento delle acque, questa città riesce a regalare ogni giorno il suo miracolo eterotopico.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?

Mi è difficile rispondere. Fino a ora mi sono rapportata a questo mondo solo in modo satellitare o attraverso le fiere. Percepisco però una differenza tra il sistema europeo e quello italiano, un po’ più arrugginito e retrogrado. In Olanda è possibile vivere d’arte, magari non subito ma nel giro di qualche anno sì. In Italia la figura professionale dell’artista non è nemmeno riconosciuta fiscalmente e si è costretti a dirigersi verso altri tipi di impieghi.
D’altro canto un sistema non è fatto solo di istituzioni ma anche di persone; ci sono tanti artist run space, giovani curatori e galleristi che propongono progetti interessanti e alla pari con quelli esteri.
Credo serva un’organizzazione trasversale, un impegno sinergico tra queste realtà.

Di quale argomento, oggi, vorresti parlare?

In questi giorni sto leggendo Gilles Clèment. Nel suo L’alternativa ambiente (Macerata, Quodlibet, 2015) parla di ipotesi di economie futuribili in cui l’uomo simbiotico (con il territorio in cui vive) restituisce all’ambiente la totalità di energie che gli sottrae, in un ecosistema di scambio circolare; un po’ come un albero che prende nutrimento dalle sue stesse foglie cadute.
La quarantena in cui viviamo in questo storico momento mi porta a pensare che noi, genere umano, ci siamo immaginati dominatori della natura ma ora siamo costretti a cambiare scala, a guardare nel microscopico e a sentirci minacciati da una forma elementare di vita. É un’opportunità di uscita dall’imperativo antropico, siamo fragili e parte di un ambiente che ci influenza e da cui non possiamo prescindere.

A cura di di Giorgia Bergantin


Instagram: grigolatoangela


Caption

Angela Grigolato, Magenta stilo along the river, 2019 – Stampa digitale da scansione su carta Hahnemühle Fine Art montata su Dibond,100×140 cm – Courtesy l’artista e Fondazione Bevilacqua

Angela Grigolato, If the photo looks to the paint where does the paint turn its gaze, 2020 – Stampa digitale da negativo su carta cotone, 20×30 cm – Courtesy l’artista

Angela Grigolato, Green stilo, 2019 – Stampa digitale su PVC, 160×340 cm – Installation view mostra Habitat, Palazzo Magnani, Bologna – Courtesy Palazzo Magnani e l’artista

Angela Grigolato nel suo studio alla Fondazione Bevilacqu La Masa, 2019 – Courtesy l’artista