FAVENTIA da BUILDINGBOX. Gianni Caravaggio inaugura il nuovo ciclo di mostre

Possiamo considerare la vetrina come un altrove possibile. Un altro luogo geografico e temporale e un altro sé duplicato e frammentato, che attraverso il fenomeno della riflessione produce residuali rappresentazioni di passaggi e intersezioni. Immagini altre e alterate, che nel loro insieme vanno a costruire la percezione del reale. Un reale stratificato di forme e contenuti, che si realizza nell’incontro e nello scambio di sguardi tra interno e esterno, tra realtà e rappresentazione, tra immagine e desiderio. Un reale che si manifesta in un tempo preciso (il momento dello sguardo), raccogliendone l’eredità visiva che si intrattiene nella memoria, per un tempo non precisato (potrebbe essere temporaneo o permanente). 

Da un punto di vista teorico, filosofico, sociologico possiamo riprendere il pensiero di vari pensatori che nel tempo si sono occupati della questione degli spazi, dei luoghi o dei non luoghi. Dalle eterotopie di Foucault ai non luoghi di Augé, dal third place di Oldenburg al Terzo paesaggio di Clément, al displacement di Edward Casey. Lo spazio nella sua dimensione oggettiva e misurabile, lo spazio geografico, quello urbano e non urbano, e quello che siamo in grado di percepire. Qualunque sia quel luogo/non luogo si riempie di un significato individuale e collettivo soggetto a variabili e a mutazioni contestuali, storiche e culturali. 

Il dispositivo della vetrina con le sue dinamiche di esposizione, di comunicazione e di potere, agisce sia sul piano economico sia sociologico. Ma può sovvertire il suo ruolo se all’interno il prodotto esposto, pur qualificandosi nella sua accezione mercificata come prodotto cui è possibile stabilire un valore economico, e rientrante quindi in un processo di scambio, è sottratto alla sua definizione di pura merce, inserendosi in un processo di valorizzazione e di senso, in quanto percepito nel suo statuto di opera d’arte. Lo stesso dispositivo trova applicazione in diverse rappresentazioni espositive che sfruttano gli spazi, spesso vuoti e di passaggio, per appropriarsi di una nuova identità e riconfigurare il tessuto urbano. BUILDINGBOX è uno di questi casi. Dal 2018 BUILDING GALLERY accanto alla programmazione principale, decide di utilizzare la vetrina a fianco come spazio indipendente. Un luogo limitato nelle sue dimensioni, chiuso e inaccessibile, che sottende alle tipiche dinamiche espositive delle vetrine commerciali, ma in cui l’oggetto del desiderio è un oggetto artistico, che innesca riflessioni e considerazioni di natura estetica e significante. 

Il primo ciclo di mostre dal titolo 5779 era curato da Nicola Trezzi, come l’edizione successiva, Dalla sabbia opere in vetro. Melania Rossi si è occupata de La forma dell’oro, Annette Hoffman invece ha seguito Calendario Nous / Chirone di Letizia Cariello, Flashback è stato curato da Alice Montanini e Equorea (di mari, ghiacci, nuvole e altre acque ancora) da Giulia Bortoluzzi. Fino all’edizione attuale con FAVENTIA, l’ultima edizione proposta per l’anno 2024. Il format è sempre il medesimo con programma che si svolgerà in dodici mesi e che ospiterà dodici artisti, con opere realizzate per l’occasione o riadattate nell’allestimento. In questa occasione la curatela è stata affidata a Roberto Lacarbonara e Gaspare Luigi Marcone, che intendono indagare il tema della ceramica e della sua tradizione. Una tradizione che si concentra in una delle città italiane, Faenza, che ospita il MIC Museo Internazionale delle Ceramiche, il Premio Faenza, e il Museo Carlo Zauli, rappresentando una scelta che vuole essere anche solidale con un territorio colpito dalle ultime alluvioni del 2023. 

Il primo artista coinvolto è Gianni Caravaggio (Rocca San Giovanni, 1968), che presenta l’opera Coppia con sentimenti antichi (2016). Una scultura in argilla rosa refrattaria, separata in due metà intagliate da un filo di metallo quando ancora il materiale era crudo. Un’opera realizzata proprio nei laboratori del Museo Carlo Zauli di Faenza, che richiama non solo la tradizione scultorea attraverso l’uso del materiale, ma anche la questione ancestrale del dualismo umano, dei concetti di unità e separazione, attraverso un’iconografia minimalista e l’estetica pulita. 

Chiediamo ai curatori Roberto Lacarbonara e Gaspare Luigi Marcone, di raccontarci il progetto. 

Come nasce FAVENTIA. La ceramica conserva una lunga tradizione, a partire dalle produzioni più classiche, ma ha saputo conservare ancora oggi il suo indiscutibile fascino, attraverso le rappresentazioni più contemporanee. Penso alle ceramiche di Lucio Fontana e a quelle di Ali Cherri (premiata con il Leone d’Argento alla Biennale di Cecilia Alemani), ma anche alle nuove generazioni da Ornaghi e Prestinari ai lavori di Giovanni Chiamenti. 

Avevamo da anni appunti e riflessioni sulla ricerca in ceramica pensando, prima o poi, a un progetto espositivo che potesse concretizzare le nostre idee; negli ultimi mesi ci sono stati “eventi” che hanno fatto maturare alcune decisioni. Sicuramente, la tragedia che ha colpito l’Emilia-Romagna e dunque Faenza (con le alluvioni del maggio 2023), ha stimolato ulteriori riflessioni. Durante una riunione relativa ad altri progetti con Moshe Tabibnia e lo staff della galleria BUILDING (che avevano il desiderio di lavorare con la scultura in ceramica), è nata la sinergia giusta per convogliare le nostre energie e le nostre riflessioni verso un progetto con protagonista la ceramica, però omaggiando un singolo centro di produzione, appunto Faenza, che ha una tradizione secolare. In Italia i centri di produzione sono tantissimi da Albissola a Grottaglie, da Montelupo Fiorentino a Laveno coprendo praticamente quasi tutta la penisola. Faenza, inoltre, si è distinta negli ultimi anni per aver attivato notevoli progetti, mostre, laboratori e molti artisti anche delle generazioni più giovani vi hanno lavorato con eccellenti risultati. 

Il ciclo di mostre proposto da BUILNDINGBOX ha un format ben preciso: un solo artista alla volta, un mese di esposizione all’interno di uno spazio ridotto, come quello di una vetrina. Quali sono le potenzialità e i limiti dello spazio? E come avete selezionato gli artisti?

Il format è apparso subito congeniale al nostro progetto curatoriale; volendo “omaggiare” una singola cittadina. Ben venga un singolo artista per ogni singolo mese, in uno spazio limitato, circoscritto, essenziale – come una poesia di Ungaretti – ma, contemporaneamente sempre aperto, polisemico, sempre visibile 24 ore su 24 come soglia, limite, finestra, porta, accesso tra galleria e spazio urbano, tra mondo dell’arte e mondo quotidiano, tra interno ed esterno tutte polarità che secondo noi sono – o devono – sempre mescolarsi o che, in alcuni casi, nascono ontologicamente come entità singole. La selezione degli artisti, in molti progetti, è spesso ardua, in questo caso avevamo il numero “finito” ma “simbolico” di dodici e abbiamo operato cercando di armonizzare in primis, come sempre, la qualità dei lavori e degli artisti, volendo creare uno scambio tra diverse generazioni e tipologie di ricerche; la volontà curatoriale può anche poi armonizzarsi a dinamiche interpersonali, all’entusiasmo degli artisti o galleristi o direttori di musei coinvolti oltre che a questioni logistiche, spazio-temporali, e anche a gusti e scelte di un collezionista-gallerista-mecenate come Moshe Tabibnia.

BUILDINGBOX rimanda alle dinamiche espositive tipiche delle vetrine commerciali, ma si inserisce in un circuito significante del dispositivo-rete di matrice foucaultiana. Penso alle esperienze artistiche della vetrina che diventa oggetto d’arte (con il progetto Prada Marfa), così come a modalità di formati inseriti nel tessuto urbano, che vanno a riempire non solo spazi vuoti ma a restituirgli un senso. Penso a The wrong gallery (Cattelan, Gioni, Subotnik) per restare su un piano internazionale, ma anche a esperienze a noi più vicine, come Platea a Lodi (con cui tu Gaspare ti sei già confrontato), Una vetrina a Roma o garage Bentivoglio a Bologna, solo per citare le più recenti.

Probabilmente, ogni spazio, ogni contesto, ogni città, ogni quartiere ha un’anima, una necessità, una vocazione, una missione e tante altre variabili ancora da poter analizzare, apprezzare, amare, contraddire, stravolgere; e l’elenco potrebbe continuare. Chiaramente, possono nascere “letture” o “pre-giudizi” o anche indifferenze generali a seconda che uno spazio sia più grande o più piccolo, in centro città o in periferia, in un grande centro urbano o in un paese provinciale meno noto, gestito da ricchi mecenati o da un collettivo di artisti… Forse la questione primaria resta sempre la stessa: la qualità del lavoro, dell’opera, dell’idea, dell’artista, del progetto che vai a presentare; poi, liberamente, ogni fruitore in base al proprio gusto, ceto sociale, cultura, sesso, religione, etnia, concentrazione o distrazione potrà trarre apprezzamento, godimento, stimolo, dialogo o indifferenza.

Il primo artista che apre il ciclo è Gianni Caravaggio. Parlatemi della sua opera Coppia con sentimenti antichi (2016). 

Abbiamo deciso di iniziare il ciclo con Gianni Caravaggio per due motivi principali che vanno a intersecarsi: l’assoluta stima che noi curatori abbiamo nei confronti del suo lavoro e della sua persona, nonché per il fatto che l’opera Coppia con sentimenti antichi, fosse già da tempo nella collezione personale di Moshe Tabibnia (il che si ricollega automaticamente al primo motivo di noi curatori). L’opera è emblematica per vari motivi: prodotta a Faenza nei laboratori del Museo Carlo Zauli (uno dei luoghi più martoriati dall’alluvione del maggio 2023), è essenziale, potente, dirompente nella sua apparente semplicità, o meglio ancora, “essenzialità”. Un cilindro – o un tronco di cono per i più pedanti – sezionato grazie a un fil di ferro – o meglio all’atto artistico – del demiurgo che divide una singola entità originaria in due “corpi”, poi esposti in opposizione uno di spalle all’altro, rievocando a livello di potenzialità immaginativa la forma dell’infinito. Come abbiamo scritto nel nostro testo critico le qualità e i riferimenti sono plurimi dalla statuaria etrusca alla filosofia platonica, fino all'”esserci” contemporaneo che diviene senza tempo. Inoltre, è un lavoro “doppio” cioè un’entità sezionata, divisa in due, che ben si adatta a quelle polarità elencate nella risposta precedente, anelando l’infinito, l’eterno divenire. Sia detto a margine, ma non lo è: durante l’allestimento, essenziale anch’esso perché durato poche ore, è stato intrigante e vivificante vedere alcuni studenti di Caravaggio dell’Accademia di Brera presenti davanti alla BUILDINGBOX con gli occhi ingenui e famelici, perplessi e intelligenti, pronti a carpire e a capire tutta una serie di aspetti e riflessioni del loro maestro-docente-complice, compagno di strada delle loro germinali avventure artistiche. 

Il tema proposto da Gianni Caravaggio innesca inevitabilmente una riflessione in linea con lo spirito di ANTROPOS (la rubrica che vi ospita). Ed è ciò che ci si aspetta dall’arte, tanto più dall’arte esposta in vetrina, dove si verifica una duplice riflessione. Il fenomeno fisico del pubblico che guarda la sua immagine (con)fondersi attraverso il vetro. E quello del pensiero che ragiona intorno alle forme, ai suoi significati e alle relazioni che la rete-vetrina permette. L’artista propone il doppio separato, che rimanda all’idea di un unicum. Trovo che la scelta di aprire la stagione con questo tema, in un momento storico come quello attuale sia essenziale. In un contesto socio culturale e geopolitico in cui pesa il conformismo della massa, ritengo sia importante ristabilire e rafforzare il concetto dell’unicità, del diverso, del non uguale, dell’alterità. Che non è solo riferito a fondamenti culturali, a intenzioni e azioni personali, ma anche alla libertà di esercitare una riflessione critica e autonoma svincolata da pensieri imposti. Così come alla necessità di preservare un’informazione che sia indipendente dai poteri o dagli interessi economici. 

La tua domanda/riflessione è così ben articolata che non possiamo che essere d’accordo in relazione a quanto detto anche nelle nostre risposte precedenti.

Torniamo nel cuore del progetto. Potete darci delle anticipazioni sui prossimi artisti invitati?

Sappiamo bene che alcune esigenze della vita frenetica contemporanea – social media, uffici stampa, riviste – impongono quasi sempre una comunicazione “a priori”, dove sembra che tutto si debba dire e far vedere prima della mostra, perdendo a volte il fascino della scoperta diretta, la visione dell’opera dal vivo in prima persona. Questo, a volte, può anche “imbalsamare” un progetto e non lasciare spazio a perfezionamenti o stimolanti cambi di programma. Nei limiti del possibile anche i curatori – oltre che gli artisti – dovrebbero svincolarsi dal ruolo di meri “produttori” nel senso più triste del termine. L’idea di “produttività”, se non bene orientata e gestita può, diventare appunto “contro- producente”. Abbiamo dunque concordato con lo staff della galleria e l’ufficio stampa di riferimento, di distillare pian piano l’elenco e le informazioni sulle prossime opere protagoniste, scegliendo un altro numero simbolico, il tre; quindi, per rispondere alla tua domanda, dopo Gianni Caravaggio vi saranno due grandi presenze femminili: Liliana Moro e Lorenza Boisi. 

A cura di Elena Solito


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