Super, Iper, Mega, Ultra, UltraCelestia.

UltraCelestia è una fanzine nata nell’agosto 2021 dalla comune passione per il mondo manga e anime dei due autori. Gregorio Poggetti (ultrawideweb) è graphic designer e durante la notte, mentre si tuffa nell’ampio web, si trasforma progressivamente in Ultra; l’artista Giulia Ratti definisce il proprio account cerebral_celestia una sorella gemella, che dorme e disegna tutto il giorno. Il risultato di questa collaborazione è uno stampato fresco e accattivante in cui si fondono sentimenti e ricordi dei due creatori, tra manga fantascientifici e anime cyberpunk.

A partire da Barbapapà – primo anime trasmesso sulla televisione italiana nel 1976 – l’immaginario visivo di molti giovani italiani è stato marcatamente influenzato dal Giappone. Oltre a film, serie TV, musica e videogiochi, i grandi protagonisti di questo forte ascendente sono stati – e sicuramente sono ancora – manga e anime. In TV, cartoni animati quali Heidi, Atlas UFO Robot, Lady Oscar, Mila e Shiro, One Piece e Dragon Ball hanno segnato l’infanzia di parecchi. Oggi è possibile guardare gli anime anche su Internet e la loro fama non sembra essere affatto diminuita, facendo di certa animazione giapponese una parte fondamentale della nostra cultura pop.
La parola giapponese manga significa più o meno “storia illustrata per ozio”, composta da man (漫), che significa “senza uno scopo ben definito” e ga (画), pittura, disegno. Utilizzato per la prima volta nel 1798 dallo scrittore e artista Santō Kyōden, il termine si diffuse in seguito alla pubblicazione della famosa raccolta Hokusai manga di Katsushika Hokusai. Fu però solo dopo la seconda guerra mondiale – grazie allo scrittore e illustratore Osamu Tezuka – che i manga conobbero un’enorme fortuna in Giappone, soprattutto tra i giovanissimi. Quando questa prima fascia di lettori si fece più adulta, cominciarono a essere proposti nuovi tipi di manga cosicché, dopo gli anni ’60, il pubblico arrivò a includere adolescenti e adulti. Le tipologie di manga sono numerose e variegate: alcuni racconti sono pensati per bambini che devono imparare a leggere, altri si rivolgono a ragazzi più grandi e di entrambi i sessi, altri ancora agli adulti; esistono manga comici e manga sperimentali. Nell’Italia degli anni ’80 – a causa di una diffusa campagna di demonizzazione – la Rai importò sempre meno serie anime, quando le reti del gruppo Fininvest proponevano sì qualche novità ma spesso repliche e per di più fortemente censurate. Nel passaggio alla nostra televisione, l’animazione giapponese subì infatti sistematici adattamenti invasivi e traduzioni superficiali. Un atteggiamento dovuto soprattutto a un fraintendimento culturale nei confronti dell’animazione, concepita come un prodotto destinato all’infanzia, così da adattare e indirizzare in quel senso molti anime che non per forza erano stati concepiti per quel target.
Oggi le cose sono decisamente cambiate e sia in Europa sia negli USA alcuni prodotti dell’animazione giapponese – capolavori come Akira, i film di Studio Ghibli e serie come Dragon Ball, giusto per citarne alcuni- hanno goduto di larghissimo successo rendendo “manga” e “anime” parole familiari a tutti. Che la si apprezzi o meno, è innegabile che la cultura visiva giapponese sia ormai entrata di diritto nel nostro immaginario collettivo, fondendosi in un mix inestricabile nell’attuale estetica quotidiana.

UltraCelestia riflette perfettamente questo connubio culturale, pensata da chi è cresciuto nel brodo eterogeneo degli anni ’90, vivendo in prima persona una grande ondata dell’invasione anime. Il viaggio che promettono i creatori di UltraCelestia è “fisico e spirituale”, vicino a quell’audacia che solo i creatori giapponesi hanno, di dare forma all’immaterialità dei sentimenti umani. Le pagine della seconda uscita della fanzine, Titanium, sono di carte diverse intervallate da inserti e frammenti originali di manga giapponesi e italiani, il tutto inserito all’interno di una busta traslucida e corredata di un poster. A livello visivo è uno stampato sicuramente debitore di una certa estetica postmoderna, che ama rimescolare elementi stilistici del passato difendendo la cultura popolare, l’ibridazione e l’eclettismo senza gerarchie.


Già il nome del vostro duo potrebbe essere il titolo di un anime. Oltre all’evidente fusione dei vostri rispettivi account, mi vengono in mente il cartone animato The Ultraman e Celestia Ludenberg, il personaggio del gioco Killing School Life in Danganronpa: Trigger Happy Havoc. Più “Japan” di così non potevate trovarlo davvero! Nella descrizione della rivista parlate di “carne e mente”, di “un viaggio visivo e spirituale”. Potreste spiegare meglio cosa intendete con quest’ultima espressione?

UltraCelestia è giovane e nuova. È nella sua natura incarnarsi in forme diverse e noi non facciamo altro che seguire il suo flusso; come sciamani ci riteniamo un anello di trasmissione tra idee e corpo. La prima copia fu stampata sul finire della scorsa estate ma per noi il progetto esisteva già da molto prima, come un pensiero senza nome. Siamo partiti con l’intento di creare qualcosa ex novo, dando forma tuttavia a un’idea che già da sé desiderava passare dallo stato mentale a quello fisico.

Per quel che riguarda i nostri rispettivi nickname, sono nati molto prima di questo progetto comune. “Ultra” è un termine che mi ossessionò anni fa, quando cercavo il titolo per un brand di abbigliamento che io e due amici volevamo lanciare. Mi piace il suono, è breve e incisivo; si tratta di un prefisso quasi universale, un superlativo usato in diverse lingue e che funziona anche in combinazione con altre parole. Ne esistono pure esempi all’interno della cultura pop Giapponese, da The Ultraman appunto – che ha ispirato tra gli altri la nascita del brand Pokémon a me tanto caro – fino all’Ultra istinto in Dragon Ball Super, una sorta di tecnica definitiva, che separa la coscienza dal corpo permettendogli di muoversi e combattere indipendentemente da emozioni e pensieri. Ovviamente il nome ‘Ultra’ non era più disponibile su Instagram, per questo l’ho ampliato in ‘UltraWideWeb’, storpiando il significato dell’acronimo ‘www’. Una sorta di tributo alla sconfinata rete da cui attingo spunti, immagini e dati che reinterpreto nei miei lavori. La mia è una rete fatta di hard disk esterni di ogni forma e colore e colmi di cartelle catalogate in maniera compulsiva.

‘CerebralCelestia’ è stato tratto da urbandictionary.com: «the part of your brain that comes up with ideas while you are on hallucinogenic drugs».

In manga e anime, la psicologia dei personaggi è una componente molto importante nello sviluppo delle storie, spesso basate sui conflitti emotivi e spirituali del / della protagonista. Ghost in the Shell di Mamoru Oshii è un ottimo esempio. La protagonista Kusanagi è un cyborg che lotta con la sua identità in un futuro distopico dove la tecnologia agisce quale strumento di manipolazione degli umani attraverso la riprogrammazione del suo spirito, altrimenti denominato “ghost”, un termine che si riferisce tanto alla mente quanto all’essenza di un individuo. Questa forza – citata in gran parte degli anime, e variamente definita come aura, energia spirituale, interiore o mentale – è probabilmente ripresa dal “ki”, un aspetto centrale in molte discipline orientali. Il “ki” è rappresentato dall’ideogramma che, nei caratteri della scrittura kanji, raffigura il vapore che sale dal riso in cottura. La parte superiore dell’ideogramma significa appunto “vapore” o “gas”, quella inferiore indica il riso non cotto. In un certo senso “ki” ha il significato di spirito, in un’accezione vicina al vocabolo latino spiritus cioè “soffio vitale”. Credo che questo concetto rappresenti molto bene UltraCelestia.

Mamoru Oshii è il regista del film del 1995, ma se ho inteso bene le riflessione, che verte più sulla storia, citerei Masamune Shirow, l’autore originale del manga: una delle mie opere preferite. L’unica parte organica del cyborg protagonista è il cervello, tutto il resto del corpo è sintetico. Quindi in un certo senso Kusanagi è puro spirito. Infatti, nel film di Mamoru Oshii è chiaro che la solitudine di cui soffre la protagonista è dovuta al senso di estraneità tanto verso gli esseri umani quanto nei confronti delle macchine, non appartenendo completamente a nessuno dei due mondi.

Benché fedele alla tematica di base, ogni numero di UltraCelestia incarna uno specifico elemento: la seconda, il titanio. Come scegliete il principio alla base di un’uscita? Potete anticipare il tema del terzo numero? Avete già pensato a come evolvere il progetto a lungo termine?

La “tematica di base” a cui accenni è tanto nebulosa da essere quasi inafferrabile. UltraCelestia infatti non possiede un tema preciso ma si origina piuttosto a partire da un mondo estetico che ancora non è stato ufficialmente codificato, consistente appunto nel mix culturale entro cui siamo cresciuti noi Millennials. Da bambini guardavamo Sailor Moon e I Cavalieri dello Zodiaco, ma anche video espliciti su MTV e i programmi di Disney Channel. Non ci si poneva assolutamente il problema della provenienza di questi contenuti, lo zapping non seguiva ordini gerarchici e tutto formava ugualmente parte della quotidianità. Guerriere con gonne inguinali e veline con top in paillettes hanno ballato per anni davanti ai nostri occhi e solo crescendo siamo stati in grado di dare un’interpretazione a ciò che avevamo visto. In UltraCelestia il nostro sguardo vuole essere lo stesso di quando eravamo bambini: nessuna gerarchia, come in un sogno. È vero che questo approccio può generare un’eccessiva entropia, perciò scegliamo specifici elementi a cui ancorare la nostra navigazione: possono essere immagini, mondi estetici, parole o materiali. Tutto può andare bene ma devono essere fattori in grado di fare da guida nel flusso caotico. Nella prima versione di UltraCelestia 1 – di cui esistono solo 20 copie – abbiamo racchiuso il nostro cuore di adolescenti: lacrime, ansie e primi amori; nella seconda uscita ci siamo corazzati con armature in titanio e una maggiore carica aggressiva, inserendo corpi androgini e cyborg; nella terza i nostri scudi verranno sciolti e, dal metallo nuovamente fluido, creeremo artefatti con le gemme rare che UltraCelestia ci ha permesso di incontrare. Queste gemme sono tutti coloro che abbiamo invitato a partecipare alla versione 3.0. La nostra zine è un fiume che attraversa paesaggi diversi mutando la sua forma e incrementando il suo flusso. La nostra speranza è quella di intraprendere un viaggio che ci porti verso orizzonti diversi; partiti dall’autoproduzione, vorremmo esplorare anche altri mondi e situazioni ma per ora non anticipiamo di più.

UltraCelestia presenta molti rimandi a una certa estetica fine anni ’90 – inizio 2000. Quali sono i vostri riferimenti a livello grafico? Pensate di mantenere sempre questo mood a livello di texture, materiali e tipografia?

La tua affermazione è corretta. Quel tipo di estetica è il brodo primordiale nel quale siamo cresciuti e a cui torniamo quando vogliamo riafferrare la nostra essenza più pura. Un po’ come succede in Neon Genesis Evangelion: lì i piloti diventano un tutt’uno con i mecha immergendosi nell’LCL, uno speciale liquido che riempie l’abitacolo degli Entry Plug e che crea una connessione profonda tra umano e macchina. Le sue funzioni principali sono quelle di permettere la trasmissione degli impulsi nervosi, rifornire d’ossigeno ai suoi polmoni e proteggerlo da eventuali traumi fisici, il medesimo compito svolto dal liquido amniotico durante la gravidanza.

Soprattutto a livello grafico curiamo molto la nostra fanzine e vogliamo amalgamare al meglio tutti gli elementi all’interno della pagina. Il nostro obiettivo è che UltraCelestia sia sempre in mutazione ma coerente con il linguaggio grafico che abbiamo costruito. La maggior parte dei caratteri che utilizziamo sono ispirati al mondo 8-bit, alle interfaccia grafiche dei primi computer e alla grafica industriale. In questo caso il significante viene a coincidere con il significato. Essendo lo specchio di un’idea, il carattere e il senso della parola corrispondono, in un accostamento non solo estetico bensì anche concettuale. Questo è il motivo per cui non utilizziamo mai lo stesso font per scrivere parole legate ai sentimenti o alle informazioni tecniche, su questo siamo molto rigorosi. La parte dove sperimentiamo di più è proprio la customizzazione dei caratteri, eventualmente attraverso l’applicazione di effetti e distorsioni oppure ridisegnandoli completamente. Le immagini risultanti sono un mix tra le illustrazioni di Giulia, frammenti di manga o frame di anime, foto trovate online e logotipi. Abbiamo sempre amato l’audacia e l’ambiguità con cui gli autori di anime e manga miscelano character amichevoli e colorati con atmosfere cyberpunk e postapocalitiche e in UltraCelestia cerchiamo di evocare quelle atmosfere.

Sulla busta di UltraCelestia è scritto in bella vista “progetto collaborativo”. Quanto è importante questo aspetto per voi? Vi riferite al vostro duo o alla collaborazione con altri in generale?

La parola “collaborazione” ha per noi un significato che non ci siamo mai dovuti chiarire a vicenda perché siamo amici da anni. Alla base della nostra partnership ci sono fiducia e stima, che all’atto pratico si traducono in un vero e proprio metodo di lavoro. Quando Giulia termina un disegno, Gregorio lo può modificare anche in modo sostanziale, creando nuove versioni, eventualmente pronte per successive manipolazioni da parte di Giulia. Questa modalità ha sempre funzionato, quindi per la terza release si è deciso il coinvolgimento di altri artisti. Vogliamo che chi è stato invitato a partecipare (artisti, designer, collettivi, tatuatori, illustratori, etc.) contribuisca a plasmare una nuova visione del progetto, guardando al nostro mondo dal proprio punto di vista e utilizzando tecniche e approcci diversi. Desideriamo che la prossima uscita diventi una celebrazione delle esperienze vissute e delle persone incontrate in questo primo anno. Starà a noi mantenere la continuità con i riferimenti estetici che ci hanno contraddistinto sin dalla prima versione.

Sfogliando il numero 2.5 si sente proprio la matericità della rivista: la plastica dell’involucro, le carte diverse all’interno. Non solo i disegni, anche testi e impaginazione sono molto “vivisi” divenendo immagine e facendo della lettura quasi un viaggio astratto. È sicuramente una rivista-oggetto che si vuole possedere. Non avete paura che il feticismo arrivi a sovrastare il contenuto teorico?

L’aspetto feticistico è per noi fondamentale e il fatto che ogni copia sia unica rimane un elemento importante del progetto. Ogni copia finora prodotta è stata stampata su carte e in colori differenti, rilegata e numerata a mano. In ogni copia vi sono inserti distinti, molti dei quali risalgono agli anni ’90 e 2000: lavori personali, carte colorate a spray, pagine di manga originali. Abbiamo sempre nuove idee per permettere a ognuno di personalizzare la propria versione di UltraCelestia. Per esempio – quando abbiamo presentato la versione 2.0 a SPRINT Milano – ognuno poteva scegliere tra vari packaging e poster da allegare alla fanzine. Come dicevamo prima, in UltraCelestia non esiste gerarchia, almeno ai nostri occhi. Se l’aspetto estetico può apparire predominante, fino a oggi la fanzine è stata venduta prevalentemente durante i festival, accompagnata sempre dalla nostra mediazione. Quando cambieremo modalità distributiva, anche il “contenuto teorico” – come tu lo hai definito – dovrà forse assumere una nuova forma. Non crediamo però che l’oggetto debba necessariamente spiegarsi tramite un testo esplicativo, potendo trovare nuovi modi per creare narrazioni non tautologiche.

A cura di Simone Macciocchi


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