Spuntino con Spoon zine

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Come molta autoproduzione, la rivista Spoon abbraccia l’etica DIY e il lavoro collettivo, riflettendo sul cibo e sui suoi significati a livello socio-culturale. Il Do It Yourself e i diritti degli animali sono strettamente associati alla subcultura punk, in particolare alle ideologie anarco-punk, straight edge e hardcore in generale. Si tratta di una correlazione risalente già agli anni Settanta, espressa soprattutto nella musica – all’interno dei testi e nei concerti a favore dei diritti degli animali – e attraverso le azioni militanti degli attivisti. Sono tematiche che attraversano vari sottogeneri e gruppi musicali, basta ricordare “Skin” di Siouxsie and the Banshees, “Shut Up Already” di NOFX o “Civilized Man” di Shelter, ad esempio. Una tradizione che continua ancora oggi nel XXI secolo e lo dimostrano importanti eventi punk vegani, tra cui: Fluff Fest a Rokycany (Repubblica Ceca), Verdurada a São Paulo in Brasile e Ieper Hardcore Fest, che si tiene appunto nella città di Ieper (Ypres) in Belgio. Sempre nelle Fiandre, ad Anversa per la precisione, nasce Spoon.

Mai capitato di sentirvi un cucchiaio in un mondo di forchette? Ne parlo con Chiara Ravano, giovane creativa e cuoca, ideatrice di questa originale fanzine. In essa, persone con analoghe convinzioni e idee hanno collaborato con testi e immagini dando vita a un prodotto vivace, estroso e meditato. Spoon zine non è per nulla banale: i contenuti spaziano da aneddoti storici a interessanti ricette, passando attraverso le esperienze e le riflessioni dei vari partecipanti, con un invito a ragionare sul nostro rapporto con l’ambiente e il pianeta. Il tutto è infarcito da fotografie e illustrazioni – disegno al tratto, varie tecniche di stampa e collage – belle e diverse ma ben integrate nell’insieme. Complice anche la stampa, che contribuisce a rendere ogni uscita di Spoon armonica e scorrevole; un solo colore, un bel rosso mattone intenso su carta vergata, nella issue #1; in risoprint con colori contrastanti nelle due uscite seguenti: arancio e blu nella #2, verde e rosa nella #3.


La prima domanda che ti pongo è di routine ma quasi d’obbligo per iniziare a conoscervi. Come nasce Spoon e a cosa si deve la scelta di questo titolo?

Quando ho lasciato il ristorante di cui ero titolare e cuoca, ho finalmente trovato il tempo per dedicarmi alla creazione di una fanzine su una tematica che mi stava a cuore. Certa che ne sarebbe stata entusiasta, ho contattato Karen Spiessens, che lavora nel laboratorio serigrafico Atelier van de Zon. Tramite lei ho conosciuto poi Juliane Noll, fantastica illustratrice e pittrice, che si è unita volentieri al team. Vorrei menzionare anche Fleur de Roeck, pittrice e creatura meravigliosa, che fin dall’inizio ha partecipato e supportato Spoon. Per quel che riguardo il nome, il cucchiaio è uno dei più antichi utensili da cucina e in inglese “to spoon” significa anche coccolarsi. Il cibo, quello vero, è anche amore.

Definite Spoon “uno spazio libero che alimenta lo spirito del fai da te”. Lo stampato diventa quindi un vero e proprio laboratorio di idee che sfocia nell’autoproduzione. Da dove ha origine la necessità di condividere le vostre posizioni attraverso una fanzine, e non sul web?

La spinta verso l’etica DIY, come il veganismo, scaturisce soprattutto dalla scena hardcore punk, che mi ha forgiata e che ancora mi accompagna. Se vuoi fare qualcosa, se hai qualcosa da dire, se vuoi creare qualcosa, just do it (yourself)! Il fai da te consente di muoversi liberamente entro uno spazio completamente scollegato dalla logica del profitto. In generale, del movimento hardcore, quello che ancora mi porto dentro è l’imperativo “non nuocere” e le band che più mi hanno influenzata sono Minor Threat e soprattutto Fugazi.

Spoon non è un’entità legale e con il ricavato dalle vendite copriamo appena le spese di produzione. Nessuno di noi percepisce un salario e le eventuali collaborazioni non vengono retribuite. Questo non significa che noi non si rispetti il lavoro e il tempo di chi collabora, semplicemente riteniamo essenziale avere un canale di espressione completamente indipendente dalle dinamiche commerciali e che abbia come obiettivo primario dare spazio all’espressione individuale, coltivando le conversazioni e instaurando i rapporti.Non sono contraria all’editoria mainstream, diciamo pure che più carta stampata c’è, meglio è. Nemmeno sono maldisposta nei confronti del web ma le parole su carta credo possano godere di una vita più lunga, che vengano condivise oppure no. Esistono, stanno lì, e sento che vengono assorbite dal cervello e dal corpo in maniera completamente diversa rispetto a quanto fruito online.

Parlate di “liberazione umana e animale”, cosa intendete di preciso?

La scelta di non consumare prodotti di origine animale è parte integrante e una spinta fondamentale delle mie scelte lavorative e di vita. Credo fermamente che se non iniziamo a considerarci come parte della natura che ci circonda, se non mostriamo un atteggiamento rispettoso e umile nei confronti di persone, animali e verso l’ambiente in generale, saremo davvero fottuti, mi si perdoni il francesismo.

La mia motivazione di fondo proviene dal non voler essere complice di un sistema che nella violenza mantiene una parte integrante ed essenziale. Alla domanda, spesso posta, su quali siano le motivazioni per essere vegan, rispondo: “quali sono le motivazioni per non esserlo?”.

Entro il macro argomento in cui vi muovete, come definite le tematiche alla base delle vostre uscite?

Fino a ora abbiamo lanciato delle call per raccogliere i materiali. I temi, nonché titoli delle rispettive uscite, sono stati: Bread and Revolution, Chimera e The Great Escape.“Pane e Rivoluzione” voleva essere una riflessione sulla rilevanza politica delle nostre scelte alimentari e sul significato simbolico del pane. “Chimera” rappresentava il miraggio post Covid, un sogno impossibile, la visione del futuro e la proiezione di singole speranze. Infine, “La Grande Fuga”, volevamo ricongiungerci al nostro bambino interiore e, tramite esso, ritrovare la parte più pura e istintiva di noi stessi, per farci guidare da essa.

In realtà prima dell’inizio ufficiale di Spoon, c’è stato un numero 0: On Beans, un’ode ai legumi che costituiva un mio primissimo esperimento, stampato in digitale con copertina serigrafata. Ha seguito una piccola fanzine fatta durante il primo lockdown, The quarantine Issue, stampata completamente in serigrafia. Queste due riviste sono state distribuite solo tra amici: Bread and Revolution è il primo numero ufficiale di Spoon.

Benché apparentemente molto specifici, i soggetti sono sempre ampi, come cornici flessibili. Ovviamente cerchiamo di indirizzare i collaboratori in modo tale che il tema del cibo sia sempre compreso nei lavori che ci mandano: il cibo e le modalità in cui ci nutriamo riflettono anche il modo in cui ci relazioniamo con il mondo. Rispecchiano le storie familiari, le culture e il momento storico in cui viviamo.

Avete già deciso di cosa parlerà il quarto numero di Spoon? Altre idee per il futuro?

Il prossimo titolo sarà Identity. Per questa uscita abbiamo deciso di procedere diversamente rispetto alle precedenti e, invece di una open call, inviteremo ospiti selezionati, così da avere un nucleo di lavoro ancora più forte. Voglio che il prossimo numero abbia i denti affilati!



Do It Yourself method and animal rights are closely associated with punk subculture, in particular with anarcho-punk, straight edge, and hardcore ideologies. This correlation dates back to the 1970s, mostly expressed in music and through activists’ militant actions. It’s a theme crossing various sub-genres and groups, for example “Skin” by Siouxsie and the Banshees, “Shut Up Already” by NOFX or “Civilized Man” by Shelter. It’s a tradition that continues today, as evidenced by many international vegan punk events, including Fluff Fest in Rokycany (Czech Republic), Verdurada in São Paulo in Brazil, and Ieper Hardcore Fest, held in the city of Ieper (Ypres) in Belgium. It’s precisely in Belgium (Antwerp), that Spoon magazine was born. Like many fanzines, Spoon embraces DIY ethic, talking about food and its socio-cultural meanings.

Have you ever felt like a spoon in a world of forks? I am talking with Chiara Ravano, a young creative cook, and creator of Spoon. In her fanzine, people with similar convictions and ideas are collaborating, in order to create something fresh and interesting. Contents include historical anecdotes and recipes, passing through participants’ experiences, with an invitation to think about our relationship with the planet. Photographs and illustrations in different techniques are completing the layout: drawings, printing and collage. All illustrations are beautiful and different but well integrated, also thanks to the printing, which helps to make each issue harmonic. In issue #1, a beautiful intense brick red on laid paper, while risoprint in the following issues: orange and blue in #2, green and pink in #3.


My first question may seem obvious, but it is necessary to get to know you better. How was Spoon born? Why did you choose this title?

When I left my restaurant, I finally had time to dedicate myself to create a fanzine. I contacted Karen Spiessens, who works in screen printing at Atelier van de Zon. Then, she introduced me to Juliane Noll, fantastic illustrator and painter, who gladly joined the team. I would also like to mention Fleur de Roeck, painter and wonderful creature, who supported Spoon from the very beginning. Regarding the title, the spoon is one of the oldest kitchen utensils, and in English “to spoon” also means cuddling. Food, I mean real food, is also love.

You define Spoon “a free a space that feeds the DIY spirit”. Therefore, your fanzine is a laboratory of ideasand self-production. Why do you prefer sharing your ideas on a fanzine instead of the web, for example?

DIY ethic, as well as veganism, comes from hardcore punk scene, which I still follow. If you want to do something, if you have anything to say, if you want to create anything: just do it (yourself)! DIY ethic allows to move freely, within a space disconnected from profit’s logic. The hardcore imperative “do not harm” is still influencing me, as well as punk music. I especially have been influenced by Minor Threat and Fugazi bands.

Spoon is not a legal entity, and we are just trying to cover expenditure. None of us is salaried and collaborations are also unpaid. This doesn’t mean we don’t respect the work and the time of collaborators. We just believe that it’s important to express ourselves independently from the commercial logic, establishing new conversations and new relationships. I’m not against official publishing: the more magazines, the better. Neither I am against the web, but I think that printed words can live longer, whether they are shared or not. They exist, they stay there, and I am convinced that they can be absorbed by the brain in a completely different way, compared to online texts.

You are talking about “human and animal liberation”. What do you mean?

We avoid consuming animal products. It’s a fundamental part of my work and my way of living. If we don’t consider ourselves as part of the nature, and if we don’t show a respectful attitude towards people, animals, and the environment in general, we are fucked up. I don’t want to be part of a system, where violence is considered normal. If anybody asked me: “what are the reasons for being vegan?”, I would answer: “what are the reasons for not being it?

How do you decide an issue’s topic?

So far, we have launched public calls, in order to collect the material for the zines. The topics of the last three issues were: “Bread and Revolution”, “Chimera”, and “The Great Escape”. In the first one, we tried to analyze the political relevance of food choices, and bread’s symbolism. “Chimera” represented the post Covid mirage: an impossible dream, and the projection of individual hopes. Finally, with “The Great Escape” we wanted to reconnect with our inner child, rediscovering the purest and more instinctive part of ourselves.

There was also an issue 0, titled “On Beans”, an ode to legumes. That one was my very first zine, digitally printed and with a screen-printed cover. Then, I published a small fanzine during the first lockdown, titled “The quarantine Issue”, entirely screen printed. Anyway, those two magazines were distributed only among friends: “Bread and Revolution” was the first and official issue of Spoon.

Although they could seem very specific, our topics are like flexible frames. Obviously we tried to direct people towards the food subject. Both food and the way we eat are related to history and culture.

Have you already decided what the fourth issue will talk about? Any other projects for the future?

Our next issue’s title will be “Identity”. In this case, we decided to proceed differently, inviting only selected guests instead of an open call. I want the next issue to have sharp teeth! We all want to keep having fun, and collaborate with different people. We are really extremely happy when someone orders our publications, and we have only collected positive feedback so far. Knowing that someone needed a space to express himself, and found it on Spoon, is the strongest motivation to move forward. As well as discovering that we helped someone with our fanzine. We don’t need anything else.

A cura di Simone Macciocchi


Instagram: spoonzine

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