Estate, autunno: processualità condivise verso un nuova pratica relazionale

Il linguaggio si evolve nel mito, colpito dal morbo platonico abbandona la sua profondità e si fa duale.
Estate, autunno si muove su molti livelli, abbandona l’unicità di rapporti stilistici e concettuali per aprirsi al necessario rapporto di ospitalità e scambio che caratterizza la nostra epoca.
La mostra, fruibile fino al 20 dicembre presso la nuova realtà espositiva milanese State of, si pone come seconda tappa di un percorso corale partito a luglio durante BoCs Art, residenza cosentina affidata, dal 2018, a Giacinto Di Pietrantonio.
Curato da Irene Angenica, Giovanni Paolin e Giacomo Pigliapoco, il progetto espositivo prende avvio dalla necessità, nata negli artisti, di condividere l’evoluzione del lavoro improntato nel sud Italia presentandolo a un nuovo e ampio pubblico.
Ciò che fortemente caratterizza le opere esposte non è da ricercarsi nelle loro specificità interne ma nella possibilità di mostrare affinità secondarie nate da stretti rapporti di condivisione e riflessione. Durante le settimane di vita comunitaria gli artisti hanno avuto modo di scambiare opinioni e pensieri in una convivialità che esula dal mero rapporto professionale.
Tutto ciò lo possiamo chiaramente ritrovare in mostra attraverso scelte allestitive che generano, anche attraverso momentanee separazioni fisiche, dei nuclei di indagine e di senso, luoghi dove le opere non sono affiancate per banale affinità cromatica o tematica ma in base a legami profondi e spesso poco visibili che travalicano le esperienza personali per diventare caratteristiche generazionali.

Poco prima di entrare negli spazi dello showroom Aretè, che da sede al progetto State of, si è strappati all’inattenzione quotidiana da un coro che, per gli appassionati di calcio, rimanda subito a Napoli. Varcata la soglia, un megafono e dei fumogeni avvolgono sgargianti impermeabili appesi a una struttura circolare. Leggendo in un unico periodo le frasi applicate sui capi viene riproposto, in una chiave inaspettatamente poetica, il testo del celebre “rituale”sportivo (L’estate sta finendo, difendo la cittàPatrizia Emma Scialpi).
Attraverso un viaggio di molti km si giunge a una tettoia in tessuto mimetico da cui pendono dei walkie talkie. Da questi strumenti di comunicazione a breve distanza sono diffusi differenti testi della danza rituale Haka, momento relazionale in cui il singolo e la collettività entrano in iterazione (Così vicino – Alberto Venturini). Fra le due opere una selva di cordicine colorate legano dei palloncini a forma di Smile trattenuti dal soffitto. Alla parete tre stampe riportano una conversazione Whatsapp che condivide degli ingrandimenti di una fotografia del ghetto di Varsavia. Grazie alle possibilità tecnologiche si scorge, sullo sfondo, un venditore di palloncini che genera un inaspettato cortocircuito semantico (lol, Pietro Ballero).
L’atto rituale del linguaggio, presente in varie declinazioni nelle opere velocemente descritte, propone il primo tema di riflessione estrapolato dal team curatoriale.



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Proseguendo la visita, penetrando nel secondo livello dell’edificio, siamo accolti da due opere che evidenziano una rapporto ambiguo e olistico fra oggetti e persone, fra natura e artificio. Una coppia luccicante di posacenere sono animati da una voce metallica che propone un dialogo scritto dall’artista loro ideatore. L’oggetto, metafora di un diffusissimo rituale di relazione, entra in un dialogo limitato con il fruitore (AuspicePaolo Bufalini).
Poco più avanti, al vertice di una breve gradinata, Numen: la scultura appare come un idolo vegetale, generata in ceramica e plastilina mette anche lei in dialogo due mondi, l’universo naturale e quello sintetico (Numen #1Giovanni Chiamenti).

Verso la fine della prima grande sala un’altra “coppia” di opere apre alla riflessione sulle tematiche del gioco e del tempo. A terra quattro sfere realizzate dal legno di un letto simulano delle bocce, attività “sportiva” spesso svolta durante la residenza a Cosenza. Le regole sono però stravolte, le grafiche sono differenti per ciascun elemento. Gli oggetti sono così resi, in prima istanza, inutilizzabili (Gabriel StöckliPétanque).
Poco distante, un tessuto bianco percorso da evanescenti tracce colorate. Sdraiato nella noia del suo letto l’artista, dopo averli inumiditi, ha gettato degli m&m’s in un bicchiere posto a distanza. I centri mancati hanno tinto la tela ora appoggiata alla parete. Il titolo onomatopeico del lavoro apre a un mondo ampio e profondo di legami concettuali che conducono verso un ritratto che, partendo da lontano, giunge alle più recenti generazioni perse fra gioco, noia e mancanza di senso (Parappaparaparapappapara (924F1HAGN60)Davide Sgambaro).

Spostandoci di pochi metri, oltrepassando dei pilastri, ci accoglie un universo intimo, dove il dato spaziale è delicatamente distorto. Due grandi stoffe sono appese a delle strutture metalliche preesistenti; qui, attraverso un uso preistorico della superficie, tracce, reperti e matrici generano un universo germinale, una coscienza interiore dove sensi puntuali non hanno ancora raggiunto una definizione (Senza titoloMarta Spagnoli). Al centro della stanza una “culla”, realizzata con oggetti trovati per strada, avvolta da due coperte di seconda mano. Oggetti minuti dal grande valore espressivo, carichi di un vissuto sentimentale, due amanti si sublimano in un abbraccio che ridà calore alla vita (Not Yet Titled (Come Closer)Davide La Montagna).

Nell’ultima sala lo spazio è disseminato di elementi eterogenei, realtà in bilico fra artificiale e naturale instaurano legami sottili con tutte le opere in mostra, generano universi in necessaria intima relazione.
Un video, avvolto da minute presenze, ci accompagna nell’esplorazione di una caverna sotterranea (Spuma Fui Matilde Sambo). Alcuni elementi eterogenei ed evocativi, messi in relazione con frammenti reperiti a Cosenza, ci trasportano nell’universo di un racconto di viaggio scritto da George Norman Douglas a inizio Novecento (Sand, Sad, SleepNicola Lorini). Una serie di ceramiche sembianti protesi medicali, poste su un metallico albero dalle lingue rosa, ci conduce nell’antichità del Mediterraneo (Le vulnerabiliJacopo Belloni). Questi ex voto verticalizzano un viaggio che, partito da cavità ipogee, conduce fino al divino, si fanno qui arbitraria tappa conclusiva di un progetto espositivo che, attraverso varie tappe e talk, cerca di mostrare la più attuale e interessante ricerca estetica, proponendo una lettura precisa che evidenzia lo sviluppo relazionale di opere ideate e accresciute attraverso dialogo e condivisione, specchio di un’epoca, cariche di una cultura profonda che genera una comunità.

Marco Roberto Marelli


Pietro Ballero, Jacopo Belloni, Paolo Bufalini, Giovanni Chiamenti, Davide La Montagna, Nicola Lorini, Matilde Sambo, Patrizia Emma Scialpi, Davide Sgambaro, Marta Spagnoli, Gabriel Stöckli e Alberto Venturini.

Estate, autunno

A cura di Irene Angenica, Giovanni Paolin e Giacomo Pigliapoco

06 dicembre – 20 dicembre 2019

State Of – Via Seneca, 4 – Milano

www.areteshowroom.com

Instagram: stateof_____


Caption

Estate, autunno – Installation view at Aretè Showroom, Milano, 2019 – Courtesy State Of, ph. Francesco Spallacci.



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