Whatever They Do May It All Turn Out Wrong. Esperienze estetiche dei miti archetipici

L’epoca corrente, secondo la teoria di Arthur C. Danto, può essere definita come post-moderna, caratterizzata cioè da una post-narratività che rende lecita l’appropriazione delle modalità stilistiche delle epoche precedenti e la commistione tra i differenti media. L’opera d’arte, che ormai si limita a riprendere le maniere e le forme tradizionali della storia dell’arte, potrebbe tuttavia risultare inespressiva e anacronistica, laddove non in grado di dare vita a esperienze estetiche capaci di interagire con le nuove necessità materiali. L’artista contemporaneo corre il rischio di sfruttare le infinite possibilità formali di un’epoca post-narrativa in modo sterile e inespressivo, come mera riproduzione di maniere e stili.

Questo non è sicuramente il caso degli artisti Dina Danish e Jean-Baptiste Maitre, che nella loro mostra Whatever They Do May It All Turn Out Wrong a Villa delle Rose a Bologna – nata a seguito di un periodo di lavoro di sette settimane alla residenza d’artista Sandra Natali – esibiscono opere che, perfettamente inserite nella tradizione contemporanea, dialogano con il passato più ancestrale e primitivo dell’umanità.

Infatti, già nella prima sala della Villa, colpisce l’opera Brown Velvet Hands, in cui gli artisti marchiano a fuoco su velluto impronte primitive lasciate sulle pareti delle caverne, dando vita a un effetto evanescente che, come in un’immagine lenticolare, a seconda del punto di osservazione, pare farle lentamente comparire o oscurare. Nonostante una parte dell’opera risulti pertanto occultata in relazione alla prospettiva dello sguardo, un’altra si manifesterà alla vista.

Parrebbe questa una metafora della condizione archetipica dell’uomo nella contemporaneità: gli artisti conducono il fruitore oltre l’effimera esperienza estetica dell’istante che si perde nel suo essere isolato e che sembra caratterizzare il vissuto odierno, facendo invece emergere la dimensione cumulativa e mitica di un’esperienza significante.

Le opere di Dina Danish e Jean-Baptiste Maitre rivelano dunque la natura ciclica e sovratemporale dell’interazione estetica con l’ambiente, cogliendo le tracce che l’uomo ha lasciato in ogni epoca nel reale spazio vissuto, residuo del suo essere nel mondo, e dando vita a opere d’arte attuali, sono capaci di esprimere la valenza dell’istante come momento olistico e progressivo, che racchiude in sé la complessità non concettualizzatile del processo filogenetico e ontogenetico.

La loro ricerca prende avvio da un’analisi e da una rielaborazione semiotica e simbolica delle immagini, dei segni e delle scritte che si possono trovare sulle superfici urbane, come testimonianze impersonali della presenza dell’uomo nello spazio e nel tempo.

«Voi ri-editate linguaggi estetici e teorici di diversa provenienza – spiega la curatrice Giulia Pezzoli nell’intervista ai due artisti nel catalogo della mostra – come dei semionauti, cioè coloro che, secondo Bourriaud, esplorano i segni della cultura»; ma, risponde Jean-Baptiste, questo è in realtà «un aspetto comune a tutte le pratiche artistiche: francamente non conosco nessun artista che crei qualcosa dal nulla, ci sono sempre delle fonti pre-esistenti che vengono connesse in modo più o meno consapevole».



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Il grande pregio del lavoro dei due artisti è dunque quello di riuscire a connettere tracce dell’uomo in contesti storici e geografici differenti, attuando una possibilità estetica in cui il significato del contingente funga da preambolo alla manifestazione di una valenza eterna.

Opere quali Dark Beige Medieval Velvet Skin o Egyptian Blue Velvet Skin sono emblemi di questa espressione: il corpo virtuale del personaggio di un videogame ambientato nel medioevo è riprodotto, scomposto nei suoi frammenti fisici, su un velluto ugualmente lavorato a sbalzo come in Brown Velvet Hands, in modo da creare un forte parallelo visivo e concettuale tra le due opere.

Dina Danish e Jean-Baptiste Maitre sono stati capaci di collaborare e dare vita a opere assolutamente coerenti nella loro valenza archetipica universale, grazie anche alla pertinenza con il proprio percorso artistico individuale già maturo e sviluppatosi a partire dalle loro differenti storie biografiche – come si può evincere dalle opere personali in mostra sempre a Villa delle Rose.

Dina Danish, essendo cresciuta prevalentemente a Il Cairo, non ha solo un modo ironico di approcciarsi alla creazione artistica, ma, avendo vissuto in contatto con i miti egizi, al contempo antichi ed eterni, ha sviluppato una sensibilità che le permette di cogliere proprio la valenza universale di certe immagini che connettono gli uomini al di là delle contingenze storico-geografiche. Paradigmatica a questo proposito è proprio la serie dei ritratti provenienti da Fayoum che l’artista, come in figurine di calcio nӓif, veste con le maglie di alcuni sportivi contemporanei.

Jean-Baptiste Maitre, vissuto per la maggior parte del tempo a Parigi, sembra aver sviluppato una sperimentazione artistica ordinata in modo haussmanniano – come l’urbanistica parigina, spiega nel catalogo – per cui attraverso un utilizzo più metodologico dei media, rielabora immagini provenienti da contesti differenti. È il caso della serie Lutte, in cui immagini di lotta, estrapolati da effettivi affreschi di epoca romana, vengono rielaborati attraverso una commistione di media e tecniche differenti in un’ottica di sperimentazione tra la bidimensionalità e la tridimensionalità.

Lo spazio e il tempo sono il nucleo centrale del lavoro dei due artisti che colti nella dimensione esperienziale dei diversi contesti sono poi veicolati efficacemente attraverso le loro opere al fruitore. In questi termini può leggersi anche la concezione dell’allestimento stesso a Villa delle Rose e la grafica del catalogo. Le opere sono collocate secondo un’idea di positivo e negativo fotografico nelle sale dei due piani, praticamente simmetriche e parallele tra loro: non sono più dunque mere icone di un passato storico e geografico, ma divengono indici di un reale in cui si snoda la possibilità di un’esperienza estetica complessa e universale.

Chiara Spaggiari


Dina Danish & Jean-Baptiste Maitre

Whatever They Do May It All Turn Out Wrong

a cura di Giulia Pezzoli nell’ambito del Programma di Residenze ROSE, edizione 2018/2019

30 novembre 2018 – 6 gennaio 2019

www.mambo-bologna.org/villadellerose


Caption

Dina Danish & Jean-Baptiste Maitre, Brown Velvet Hands, 2018  – Velluto lavorato a sbalzo120 x 500 cm – Courtesy gli artisti

Dina Danish & Jean-Baptiste Maitre, Whatever They Do May It All Turn Out Wrong – Veduta di allestimento della mostra presso Villa delle Rose, Bologna – Courtesy gli artisti, ph Jean-Baptiste Maitre

Dina Danish & Jean-Baptiste Maitre – Courtesy gli artisti, ph Jean-Baptiste Maitre.



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