In occasione del grande progetto espositivo Le nuove frontiere della pittura, realizzato dalla Fondazione Stelline a Milano e visitabile fino al 25 febbraio, abbiamo raccolto per voi un’avvincente e approfondita analisi sul tema della pittura, proposta dal curatore Demetrio Paparoni, durante una cordiale passeggiata fra le “tele” di oggi, di ieri e di domani.


Quando fai una mostra, a parità di spazio, a parità di opere, la disposizione fa la mostra.
Qui non c’è un percorso in senso cronologico o in senso narrativo, era importante far avvertire questo clima della pittura, far avvertire che Le nuove frontiere della pittura non è la ricerca del nuovo ma il racconto di questo patrimonio enorme di linguaggi pittorici che convivono, questo era quello che io volevo mostrare.

Le opere presenti a Milano sono state realizzate da artisti nati dopo il 1960. Tutto sommato, la mia generazione nasce e si sviluppa con l’arte degli anni Ottanta, mentre questi sono pittori degli anni Novanta. Esiste una profonda differenza, per ben comprenderla, dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Questa è una mostra profondamente narrativa, dove c’è una forte presenza di narrazione e di simbolo.

Demetrio Paparoni

Demetrio Paparoni – ph. Timothy Greenfield-Sanders

La situazione degli anni Ottanta io l’ho vissuta in prima persona, fammi usare questo termine, sulle barricate. Nel 1940 Clement Greenberg scrive un saggio dal titolo Towards a Newer Laocoon. In questo testo lui sostiene che narrazione e simbolo non appartengono al linguaggio delle arti visive in quanto le arti visive si interrogano su se stesse, è linguaggio puro. Laddove c’è narrazione e simbolo in pittura tu non fai arte ma fai letteratura. Questa distinzione netta serviva anche per sostenere la superiorità dell’Espressionismo Astratto sull’arte europea e doveva uccidere il surrealismo che è alla base dell’Espressionismo Astratto. Da quel momento in poi si ufficializza, nel mondo dell’arte, che la narrazione e il simbolo sono démodé. Tutta questa situazione si trascina fino agli anni Settanta. Prima degli anni Settanta ci sono pittori straordinari, puoi fare il nome di Edward Hopper, puoi fare il nome di Francis Bacon, ne puoi fare tantissimi di nomi ma questi pittori, seppure apprezzati, seppure stimati, sono tenuti ai margini. Questa situazione, negli anni Ottanta, viene parzialmente, ma solo parzialmente, messa in discussione grazie all’avvento di tanti pittori nuovi, ma questi pittori negano di essere narrativi e negano di lavorare sul simbolo. Enzo Cucchi ti dice che non è narrativo e che non lavora sul simbolo. Io mi ricordo che durante una discussione Mario Merz mi disse “perché parli di simbolo e narrazione, mica siamo nel Rinascimento”. Allora, negli anni Ottanta, c’era questa fortissima resistenza. Mimmo Paladino è uno che ti dice che la sua pittura non è ne narrativa ne simbolica, lo stesso vale per David Salle, per Julian Schnabel. C’erano già degli artisti importanti che erano narrativi e simbolici come Robert Longo, Eric Fischl e Mark Tansey, però il vero trend era un altro. Cosa facevano i critici quando realizzavano le mostre, cercavano di evidenziare la comunanza di questi artisti con gli artisti degli anni Settanta. Questo perché rimaneva ancora démodé l’idea della pittura in quanto pittura. Negli anni Novanta avviene un cambiamento e si stabilizza poi, fortunatamente, una situazione. Il motivo di questo cambiamento ha come fulcro la rivoluzione telematica.
Negli anni Ottanta l’arte tedesca è ancora fortemente narrativa perché hanno un problema reale, il muro. Se sei un arista e i tuoi figli non hanno di cosa mangiare tu inevitabilmente finirai per occuparti della fame. Questi artisti avevano un problema enorme e ciò li spingeva a essere narrativi, marcavano in qualche modo una diversità rispetto al resto dell’arte che si faceva in occidente. Negli anni Novanta la rivoluzione telematica cambia la prospettiva spazio temporale, da quegli anni in poi l’artista smette di essere il visionario che guarda avanti per progettare il futuro e diventa uno che si guarda attorno per parlare del presente, del qui e ora. Oggi solo un ingenuo può pensare all’artista come uno che sta progettando il futuro perché il futuro non è più progettabile, perché siamo talmente circondati da un presente che internet ha fatto diventare vastissimo, che non riusciamo a coglierlo. A tutto ciò aggiungi la situazione di crisi economica che si è diffusa in tutto il mondo tranne che in Cina. In questo clima, come fai a progettare il futuro. L’artista che lavora sull’immagine si è trovato dinnanzi a un bivio: il fotogiornalismo o la pittura. Per fotogioralismo intendo quelle foto che si rifanno in maniera esplicita alla realtà. Se tu vedi un migrante e lo fotografi, quello è un frammento di realtà. Se invece un artista dipinge un migrante fa un lavoro estremamente più complesso. Il potere culturale dell’arte è quello di mostrare mille implicazioni che vanno oltre l’immagine stessa, mentre il fotogiornalismo ti da una notizia, ti mostra un foto e ti da un’informazione, ma questa informazione l’hai chiusa nello spazio dell’evento. La stessa rappresentazione fatta da un pittore assume un valore universale mostruoso, ma è il potere della pittura di sempre questo.

Laurent Grasso

Laurent Grasso – Studies into the Past – olio su legno, 69×69 – courtesy Fondazione Stelline

Il potere evocativo della pittura è un potere straordinario e questa mostra lo vuole dimostrare. Secondo te perché quando vai nelle mostre vedi pochi pittori più o meno emarginati. Questo a causa di un complesso di inferiorità della critica attuale che pensa che per essere trendy non devi usare la pittura. Per molti la pittura figurativa è un linguaggio antico, tutto ciò è minchiata pazzesca, per usare un termine critico, perché non è vero, ci si vergogna in qualche modo di dire: “io sono uno che ama la pittura”. Io sono uno che ama la pittura ma non mi dite che amo solo la pittura. Qui ci sono molti artisti che sono contemporaneamente pittori ma anche altro. Laurent Grasso usa la pittura, non realizza neppure lui i quadri, chiama dei tecnici e fa realizzare una tela su un progetto preciso, poi inserisce degli elementi che ne amplificano e alterano il significato. Laurent Grasso è poi anche un artista che lavora con i neon. Per me non è importante che l’artista abbia fatto lui il quadro, che l’artista sia un pittore contro l’astrazione, per me è importante che il quadro funzioni e se il quadro funziona, per me funziona esattamente come può funzionare l’urinatorio di Marcel Duchamp. Questa è arte.

Oggi è possibile fare tutto, assolutamente tutto. Quello che io ho voluto evidenziare è che esiste una realtà fortissima all’interno del mondo dell’arte che è quella della pittura figurativa, una realtà che possiede un linguaggio autonomo che non ha dei limiti. Ciò che trovo fondamentale ribadire con questa mostra è che la pittura è uno dei linguaggi più importanti della contemporaneità, non è un linguaggio superiore o inferiore ad altro ma è un linguaggio con un’autonomia straordinaria e non si capisce per quale motivo, in molte grandi mostre internazionali, è sempre relegata a presenze sporadiche. Ciò dipende dal fatto che, da una parte, i critici hanno dei complessi di inferiorità e si vogliono sentire moderni, nuovi, attuali. Dall’altra parte, la pittura bisogna saperla leggere e non è facile, è più faticosa da fare e da leggere.

Marco Roberto Marelli

 

LE NUOVE FRONTIERE DELLA PITTURA

a cura di Demetrio Paparoni

16 novembre 2017 –  25 febbraio 2018

FONDAZIONE STELLINE – Corso Magenta, 61 – Milano

www.stelline.it

Immagine di copertina: Liu Xiaodong – Time, 2014 – olio su tela 240×300 – courtesy Fondazione Stelline

 

Marco Roberto Marelli

Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.