DAMA: la signora della settimana dell’arte torinese

La kermesse Dama, andata in onda dal 30 ottobre al 3 novembre, ha riconfermato la sua presenza nella settimana dell’arte contemporanea di Torino in due nuove sedi storiche: Palazzo Birago di Borgaro, attuale sede della Camera di Commercio del capoluogo Piemontese, ha ospitato il live programme curato da Elise Lammer; Palazzo Coardi di Carpeneto, riaperto per l’occasione dopo una recente ristrutturazione, è stato luogo espositivo per undici gallerie internazionali, confermando la volontà di Dama di riposizionarsi all’interno della proposta culturale della città.

Al progetto curatoriale, affidato a Domenico De Chirico, è spettato il compito di far dialogare, a coppie, le gallerie e gli artisti nelle sei sale di Palazzo Coardi di Carpeneto, in un progetto di fiera ridimensionato rispetto alle edizioni passate. Due uniche eccezioni: Galleria Leto, con Radek Szlaga, la sola ad avere avuto uno spazio proprio, e Giorgio Galotti, con Anders Holen, che ha scelto di occupare la sezione Corte.

Novità del 2019 è stato The Wall, progetto di riflessione sullo spazio e sulle sue potenzialità; per l’occasione, Sam Porritt, con galleria Vitrine – realtà con sede a Londra e Basilea -, ha presentato Citadel (2019), opera scultorea che ha trovato posto nello spazio intimo di una piccola parete di una anticamera di Palazzo Coardi di Carpeneto.

Learning Better è il titolo del programma live di Dama – affidato a Elise Lammer, curatrice svizzera presso SALTS a Basilea e fondatrice della piattaforma Alpina Huus – che propone un progetto su potere, razza e genere. Sviluppato sul piano nobile, è stato inaugurato con la performance Passive & Obsessive (2019) di Dorian Sari e Bekim Sebastien Krivaqa: una operazione su identità e classe in cui il dialogo-monologo tra i due performer e il tentativo ripetuto di costruire un muro fatto di pane, farina e acqua, evidenziava il rapporto sociale tra i ruoli dell’uno e dell’altro, prova di una dinamica di supremazia. Caroline Mesquita, con Astray (2019), ha messo in discussione il tema dell’antropocene grazie alla presenza, simbiotica, di varie forme di vita animale, vegetale e “meccanica”. Adrian Piper, con Adrian moves to Berlin (2017), ha esibito un video di denuncia dallo spirito ironico e leggero, utilizzando la danza come strumento di liberazione e riconquista della libertà che l’America, il suo paese, le ha negato. Sospettata dal governo dopo aver manifestato in nome dei diritti degli afroamericani, viene allontanata dall’insegnamento accademico e inserita nella lista dei viaggiatori sospetti; dopo il trasferimento a Berlino, Piper, può finalmente mostrare, felicemente, la sua libertà.

Attraverso l’azione di appropriazione di un film per adulti, Dorian Sari parla dei sistemi di potere, della sottomissione e dell’erotismo. I due uomini protagonisti di A & a (If art fails, thought fails, justice fails…) (2019), uno più grande e muscoloso e l’altro più minuto e magrolino, impegnati in una lotta corpo a corpo, sono, per l’artista, la manifestazione resistente di un tentativo celato di non cedere al più forte.

A chiusura del programma live, il duo berlino/viennese Lonely Boys (Daphne Ahlers and Rosa Rendl) si è esibito in un concerto di musica minimalista combinata con elementi astratti, distorti e interrotti, evocazioni della malinconia generazionale provocata dalla pressione della navigazione internet senza scopo.

Palazzo Birago di Borgaro ha accolto i visitatori con Mergy Frize (2019) di Anders Holen, opera presentata dalla galleria Giorgio Galotti che sviluppa una riflessione sulle connessioni della natura e dei suoi cicli. Holen ha immaginato come un anello del delicato equilibrio naturale potesse svanire, lasciandosi dietro solamente piccole sculture materiche, sole e uniche testimonianze di una catena naturale ormai spezzata.

Le sculture umanoidi di Krystian Truth Czaplicki, presentate da Piktogram di Varsavia, emergevano dallo spazio barocco come presenze in scala umana, in contrasto con la delicatezza della tessitura morbida e calorosa delle tele di Tobias Donat, proposte dalla galleria Philipp Pflug di Francoforte. Per Donat, la tecnologia, il web e l’ossessione per la notizia sortiscono l’effetto di un piacevole viaggio nel cyber spazio, mentre per Truth Czaplick gli stessi elementi fanno capolino nel reale, trasformando l’uomo in un essere dalle sembianze mostruose.



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Il riferimento all’umanità diveniva sempre più delicato con Jens Kothe proposto dalla galleria di Berthold Pott – che richiamava la presenza della pelle umana in due opere rigide e strutturate, frutto di assemblaggi con materiali industriali come cemento e acciaio, in opposizione all’anima calda della pelle evocata da materiali come lattice e silicone. Laurie Kang, rappresentata dalla galleria di Franz Kaka, ha sperimentato, attraverso la tecnologia fotografica, la presenza oggettuale della quotidianità con un processo diretto sulla superficie fotosensibile (immediato il rimando ai Rayogram di Man Ray).

La dimensione umana veniva, poi, progressivamente portata a un livello sempre più mentale: Roy Mordechay, presentato da Nir Altman, ha giocato sul fascino dell’estetica surrealista e sulla trasparenza della superficie pittorica richiamando la tecnica avanguardista del grattage e la simbologia surrealista. Damiano Bertoli, della Galerie Main di Melbourne, ha scelto, invece, di lavorare in una dimensione più scenografica, in cui pitture, sculture e video diventano installazioni dal sapore picassiano.

John Finneran di Arcade, galleria con sede a Londra e Bruxelles, ha presentato una sua visione introspettiva, analitica e riflessiva della pittura, mutuata attraverso lo sguardo cupo e vorticoso del grande maestro norvegese Edward Munch, da cui questi lavori pittorici traggono ispirazione. Attraverso un’operazione simbolica, le opere di Finneran, insieme alle opere scultoree di Gert & Uwe Tobias, proposte dalla milanese Cassina Project, sono diventate le parti di un dialogo più complesso. Queste sculture-ominidi presentano elementi anatomici umani, come orecchie e occhi, ma sono creature prive di vita, il loro corpo disfunzionale e la testa pensante sono, probabilmente, da leggersi come un tentativo di affermazione dell’intelletto sul corpo. Radek Szlaga, proposta dalla galleria Leto di Varsavia, ha esposto opere di natura autobiografica, costruite attraverso cuciture di materiale pittorico e giocando sulla sovrapposizione e sulla scomparsa dell’immagine.

Dama, attraverso questa rinnovata edizione, ha confermato il suo importante ruolo all’interno della settimana dell’arte torinese, sebbene la scelta di sacrificare lo spazio espositivo delle gallerie, ampliando il programma live, possa risultare non totalmente equilibrata. Alcuni progetti sono apparsi in leggera discesa rispetto alla passata edizione; altri sono risultati piuttosto interessanti, come quelli presentati da Tobias Donat e dal duo Dorian Sari e Bekim Sebastien Krivaqa, confermando l’attenzione dedicata alla più attuale ricerca artistica in fiera e nel programma live proposto questo anno.

Mattia Azeglio


DAMA

30 ottobre – 3 novembre 2019

Fondato da Giorgio Galotti e realizzato a cura di Domenico De Chirico

Live programme a cura di Elise Lammer

Palazzo Coardi di Carpeneto, via Maria Vittoria, 26 |Palazzo Birago di Borgaro, via Carlo Alberto, 16 – Torino

www.d-a-m-a.com

Instagram: damaproject


Caption

Adrian Piper, Adrian moves to Berlin, 2007) – DAMA 2019 – Courtesy Dama, ph Sebastiano Pellion di Persano

Dorian Sari, A&a (If art fails, thought fails, justice fails…), 2019 – DAMA 2019 – Courtesy Dama, ph Sebastiano Pellion di Persano

Laurie Kang, galleria Franz Kaka – DAMA 2019 – Courtesy Dama, ph Sebastiano Pellion di Persano

Dorian Sari e Bekim Sebastien Krivaqa, Passive Obsessive, 2019 – DAMA 2019 – Courtesy Dama, ph Sebastiano Pellion di Persano

Roy Mordechay, galleria Nir-Altman – DAMA 2019 – Courtesy Dama, ph Sebastiano Pellion di Persano



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