Daily Studio Special – Alan Stefanato | Anna Casartelli

Sei artisti – Giulio Zanet (Torino, 1984), Thomas Scalco (Vicenza, 1987), Adi Haxhiaj (Tirana, 1989), Mattia Barbieri (Brescia, 1985), Alan Stefanato (Trieste, 1992) e Barbara De Vivi (Venezia, 1992), – hanno dialogato con sei curatori – Andrea Lacarpia, Leda Lunghi, Elena Solito, Federica Mutti, Anna Casartelli e Federica Fiumelli – per dare forma a Daily Studio Special.

Il progetto è sviluppato in collaborazione con Superstudiolo Arte Contemporanea. Con la direzione artistica di Alberto Ceresoli e Carmela Cosco, Superstudiolo nasce sul territorio di Bergamo come riflesso di esperienze curatoriali maturate negli anni. Un contenitore per la ricerca artistica contemporanea che, abbracciando un modello che intende coniugare pratiche di ricerca attivate da project space e non profit con pratiche espositive e di collezione da galleria d’arte, lavora con un’attenzione e uno sguardo rivolto alla pittura contemporanea.

Segue testo di Anna Casartelli

Ho letto un saggio interessante scritto da Daniel Buren intitolato The Function of the Studio, pubblicato sul decimo numero della rivista October del 1979, hai voglia di leggerlo con me?
Così mi presento, in modo sfacciato, alla porta di casa di Alan Stefanato, in pieno lockdown, tra qualche messaggio e videochiamata. Mi dice di sì, e allora varco l’ingresso. Parliamo, non è di tante parole, io purtroppo sì, sarà che detesto essere la sola interlocutrice di me stessa, anche quando scrivo. Alan è un pittore anomalo, in diversi sensi. Esce dalla tela verso la terza dimensione, sceglie materiali inusuali come il legno, ha sempre avuto lo studio in casa, solo che ora l’appartamento in cui sta vivendo lo divide con tre altre persone. Spazio di produzione e spazio di destinazione dell’opera – l’abitazione di un potenziale collezionista o appassionato d’arte – coincidono, e qua iniziamo a chiederci se e che implicazioni ha questo sul suo modo di approcciarsi al fare. Normalmente lo studio funge anche in parte da vetrina, luogo di incontro e di confronto, ma da Alan, per quanto non sia considerato un limite, siamo in un corridoio: una scarpiera dell’Ikea stracolma, uno stendino, una tela al limite del muro quasi pronta a prendere il volo. Parliamo di processo e soluzioni, più procedo più mi rendo conto che è proprio come dice lui, resta coerente con se stesso, nemmeno lo spaventoso COVID-19 ha modificato il suo modo di lavorare. Gli chiedo se accada qualcosa nel momento in cui l’opera abbandona lo studio, il luogo in cui nasce. Percepisco una grande coerenza nel momento in cui mi dice che in fondo non è certo una pandemia a cambiare il suo modo di approcciarsi a quello che fa, ci sono lavori con cui va d’accordo e altri meno, “per fortuna ogni tanto lasciano lo studio”. Mi viene spontaneo dire: un po’ come ognuno di noi si rapporta con le sue diverse sfaccettature. Ritorniamo a parlare di studio, il gatto che scappa tra le gambe, tanti cappotti appesi e uno sgabello dalle forme irregolari, quasi antropomorfe. Buren si pone in modo molto critico rispetto al valore, alla famosa “Aura” dell’opera, se questa risieda naturalmente nel suo luogo di nascita oppure venga consacrata all’arte secondo l’idea duchampiana del piedistallo; io e Alan ne discutiamo, arriva alla conclusione che l’ago non pende né da una parte né dall’altra: la destinazione di un’opera è l’opera stessa e la stessa destinazione. Mi fermo, mi guardo in giro: niente qui mi sembra fuori posto, e di fatto non lo è. Muri sporchi di colore e tele accatastate, pennelli ovunque, pannelli in legno dalle curve sinuose, libri, un Buddha in ceramica e una buffissima teiera rossa. Ad Alan piace giocare con lo spazio, si vede e me lo conferma, dentro e fuori il contesto espositivo, parliamo di “display” quando in realtà la percezione che si ha è di qualcosa di molto più libero e spontaneo. La pandemia ci ha costretti tutti a ripensarci, in un modo o nell’altro e come tanti, Alan, di fronte all’insufficienza di spazio se lo è andato a prendere nella rete, sui social, continuando a giocare, senza perderne la dinamicità, partecipando a progetti come guest e perpetuando la presentazione dei suoi nuovi lavori su diverse piattaforme.

Mi perdo nelle forme e nelle macchie ipnotiche di colore su e giù lungo le pareti, ripercorro il corridoio verso l’uscita, mi accompagna fino alla porta ed esco, mi disconnetto. Rimango con le sue ultime parole per la testa: “la decontestualizzazione dell’opera, rispetto al luogo e alle suggestioni che l’hanno portata alla sua creazione, si sta assottigliando nei movimenti underground contemporanei”.
Mi fermo sul verbo ‘assottigliarsi’, e su come, in effetti, oggi ci stiamo ritrovando tutti insieme (curatori, artisti visuali, digitali, film maker, musicisti, critici, amatori, tecnici) in modo relazionalmente così stretto seppur a distanza di sicurezza, a come ci stiamo rendendo sottili, permeabili, polimorfi, polivalenti. Mi chiedo cosa possa essere underground nel 2020, quando ormai tutto è già stato stravolto, ogni tabù svelato, ogni vergogna, quasi, superata. Spezzo le parole, ‘sotto-terra’. Penso a quando Donna Haraway parla di ‘making keen’, e di esseri umani come hummus e provo a dirmi che forse è questo il vero modo in cui oggi abbiamo modo di interagire veramente: in profondità, nella terra, come radici, intrecci, nodi di congiunzione, creatori di pensieri rizomatici e trasversali.
E nella giungla casalinga di Alan Stefanato non c’è testo critico accademico che tenga: ci si perde ed è bello perdersi, è bello confrontarsi, ragionare insieme, arrivare a delle conclusioni, ma la parte più bella resta quella di chiudersi la porta di una porzione di mondo alle spalle con altrettante domande.



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Alan Stefanato nasce a Trieste nel 1992. Vive e lavora a Torino.
Nel tempo ha approfondito la tecnica tradizionale della pittura a olio che lo ha portato verso diverse strade e soluzioni. I suoi lavori sono composti da paesaggi surreali magici, mondi interiori narrativi, grotteschi, buffi, gestuali, seguiti da un altra ricerca astratta fatta di campiture, forme, colori, sensazioni, una lente di ingrandimento che potrebbe sembrare un analisi al microscopio di un mondo inconsistente, in continuo mutamento e trasformazione di se stesso. La sua ricerca pittorica trae anche ispirazione dalla biologia e dall’etologia, come se l’arte fosse parte di quei processi di adattamento ed evoluzione innate nel processo vitale. Osservando i comportamenti animali mi pongo delle domande su quale sia il punto fondamentale che spinge l’uomo a fare arte. Essendosi ormai scollegata da funzioni prettamente pratiche l’arte è un momento di meditazione, astrazione e scoperta, un’evasione, un incontro, importante e fine a se stessa.
Tra i progetti di mostra personali, collettive, partecipazioni a fiere e residenze: Phoenix Pice, Una Vetrina, Roma (2019); Asibikaashi, Cloaca, Roma (2019); Gifc, Spazio buonasera, Torino (2019); Screen Tearing, Dimora Artica, Milano (2019); Strobl, Deutschvilla Museum, Austria (2018). Partecipa negli anni a diverse fiere nazionali e internazionali: Art Vilnius (Lituania), Bucharest international Biennnal for contemporary art (Bucharest), BAF (Bergamo), Paratissima (Torino), Art Market Budabest, Biennale diffusa di Trieste. Nel 2015 arriva tra i finalisti del premio Francesco Fabbri e nel 2017 viene segnalato dalla giuria del premio Combat e del premio Vittorio Viviani.

Anna Casartelli è nata a Como nel 1993 e oggi vive e lavora tra Milano e Torino. Diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera in Nuove Tecnologie per l’Arte nel 2015 con un progetto performativo/installativo, dopo un anno di Erasmus presso l’ESA Saint Luc di Bruxelles abbandona gli studi artistici per dedicarsi al lavoro di assistente producer e account manager presso una casa di produzione milanese. Decisivo è stato il cambio di rotta avvenuto nel 2017, anno in cui decide di proseguire la sua ricerca in campo teorico riprendendo il corso di secondo livello in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali sempre presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 2016 al 2017 affianca Antonio Laruffa come Architecture Editorial Committee per Europenow Journal pubblicato dal Council of European Studies (CES) della Columbia University. Conclusa questa esperienza affianca, in vece di assistente curatrice, Cloe Piccoli per il workshop Take Me I’m Yours tenutosi presso Pirelli HangarBicocca in occasione dell’omonima mostra curata da Christian Boltanski, Hans Ulrich Obrist, Chiara Parisi e Roberta Tenconi. Nel 2018 assume il ruolo di tutor del workshop The Hidden City, selezionato trai Collateral Events 5x5x5 di Manifesta 12 (Palermo) curato da Cloe Piccoli e tenuto da Stefano Graziani presso Palazzo Abatellis.
Parallelamente, lavora come assistente di galleria presso la Galleria Lia Rumma, nella sua sede milanese, per poi spostarsi presso la Galleria ZERO… fino a gennaio 2019. Lo stesso anno viene selezionata per CAMPO19, e fonda, insieme ai compagni di corso, il progetto ultra editoriale TBD Ultramagazine, tutt’ora in vita e in corso di sviluppo.
Le sue linee di ricerca partono da un forte interesse verso i gender e i postcolonial studies in relazione con campi di ricerca filosofici, sociologici, architettonici e artistici contemporanei esplorando nuove forme di liberazione e espressione di pensiero critico. Cerca con gli artisti un rapporto diretto e continuo basato sul dialogo e la libera conversazione in virtù di un reciproco scambio in evoluzione volto a costruire ed elaborare concetti corali e mai univoci, ne statici. A oggi, accanto a TBD Ultramagazine, lavora a un complesso lavoro di ricerca riguardo al tema della biografia dell’artista in collaborazione con giovani artisti.

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Alan Stefanato, Studio, 2020 – Courtesy l’artista



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