Intorno alla crisi della presenza di Ernesto De Martino

Essere presenti significa essere qui e ora. Un concetto molto intimista, olistico e zen. Il Hic et Nunc dei latini, il da-sein heideggheriano. La presenza indica la constatazione di un fatto biologico, in cui si attesta la concretezza del corpo solido. Un fatto che nella sociologia trova forme di ritualizzazione per via di convenzioni sociali e strutturali che caratterizzano i gruppi e le comunità. Occorre, però, considerare anche l’immaterialità di certe presenze e il ruolo della magia, in particolare, in alcune culture.

«esserci nella storia significa dare orizzonte formale al patire, oggettivarlo in una forma particolare di coerenza culturale, trascenderlo in un valore particolare: ciò definisce insieme la presenza come ethos [comportamento] fondamentale dell’uomo e la perdita della presenza come rischio radicale a cui l’uomo – e soltanto l’uomo – è esposto» Ernesto De Martino [1]

L’antropologo Ernesto De Martino (1908-1965) nella sua ricerca si focalizza su alcuni aspetti: la presenza, la crisi della stessa e il definirsi dello spaesamento, la magia e le sue dinamiche e ritualità, la morte come rischio a cui la presenza è esposta. Ne parla la prima volta ne Il Mondo Magico, scritto a pochi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale (1948), in un clima storico di ricostruzione dei propri confini, della struttura politica e economica e della questione sociale e identitaria. La presenza è una condizione che si concretizza nell’esserci in un momento storico, in una determinata condizione esistenziale che ha luogo per via di memoria e esperienza. È strettamente legata a quella da lui definita la crisi della presenza, ovvero uno stato di spaesamento come conseguenza di eventi imprevisti spesso dolorosi come la morte, il conflitto, la migrazione. Il trauma causa una perdita che può essere non solo oggettiva e reale, ma intorno alla quale ruotano aspetti profondi e simbolici della propria esistenza: geografici, storici, culturali, personali. Una separazione da una condizione di domesticità rappresenta il rischio a cui fa riferimento lo studioso: il rischio della crisi del non esserci: l’“affermazione della presenza sulla non presenza, volontà di esserci sul rischio di non esserci”, che avviene proprio per via del ruolo del magismo e delle sue ritualità.

«La costituzione fondamentale dell’esserci non è l’essere-nel-mondo ma il doverci essere-nel-mondo […] La mondanità dell’esserci rinvia al doverci essere nella mondanità, al doverci essere secondo un progetto comunitario dell’essere […] La catastrofe del mondano non appare dunque nell’analisi come un modo di essere al mondo, ma come una minaccia permanente, talora dominata e risolta, talora trionfante»[2].

Il corpo come oggettivazione della presenza diventa fondamentale nella ricerca di Matilde Sambo (Venezia, 1993). La performance è il mezzo attraverso cui dare forma alla materia scultorea, nel tentativo di affermare la concretezza dell’uomo e di superarla anche, trasferendone la memoria alle opere, affinché siano “[…] matrice e mediatore tra materiali e suoni che si incontrano, cogliendo la relazione tra l’uomo e il suo mondo […]”. Opere destinate a un processo trasformativo (spesso sono distrutte e rigenerate con altre forme scultoree), oppure a collocarsi in luoghi (l’Anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere scelto in occasione di una performance) in cui le presenze del passato alimentano la suggestione nel presente.

La memoria si fa presenza. Può essere minuscola e impercettibile come la polvere per Alice Mestriner (Treviso, 1994)e Ahad Moslemi (Teheran, 1983). Un elemento infinitamente piccolo e frammentato che diventa nel medesimo tempo un micromondo di “presente, passato e futuro”. Nell’impermanenza della sua struttura esprime concetti, indaga esperienze e condensa le storie di coloro che l’hanno prodotta. Una ricerca quella dei due artisti che supera i formalismi e le pure questioni estetiche, e che assume la connotazione di un archivio umano. Assume la qualità di definizione e rappresentazione oggettiva e fisica dell’uomo, ma è, nel medesimo tempo, espressione della sua stessa scomparsa. La polvere si fa presenza poiché è sostanza residuale della vita e della sua geologia, e è interprete perfetta del trauma della condizione di precarietà.

Il saggio La fine del mondo (scritto negli anni Sessanta ma pubblicato postumo) è, invece, il focus centrale intorno al quale In-ruins organizza un ciclo di incontri (online) IMPERMANENZE. Gli ospiti Gea Casolaro (gennaio), Ettore Favini e Roberta Garieri (marzo) e Vittorio Parisi (aprile) rifletteranno intorno alla condizione di precarietà e provvisorietà, soprattutto in un luogo (antropologicamente parlando) come il Mediterraneo – terra di mezzo – storicamente crocevia di incontri e scambi, ma anche di battaglie ideologiche e culturali. Sancisce confini e identità come il campanile di Marcellinara di cui parla Ernesto De Martino nel libro, che diventa il punto di riferimento per un pastore calabrese, definendo il proprio senso di appartenenza al luogo. L’allontanamento temporaneo dell’uomo innesca uno stato angoscioso di spaesamento. In quell’assenza visiva si realizza il senso della perdita dell’elemento a lui familiare, così come la condizione di comfort che essa produce.

Per quel campanile scomparso, il povero vecchio si sentiva completamente spaesato: e solo a fatica potemmo condurlo sino al bivio giusto e ottenere quel che ci occorreva sapere. Lo riportammo poi indietro in fretta, secondo l’accordo: e sempre stava con la testa fuori del finestrino, scrutando l’orizzonte, per veder riapparire il campanile di Marcellinara: finché quando finalmente lo vide, il suo volto si distese e il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una «patria perduta». Giunti al punto dell’incontro, si precipitò fuori dall’auto senza neppure attendere che fosse completamente ferma, e scomparendo selvaggiamente senza salutarci, ormai fuori della tragica avventura che lo aveva strappato allo spazio esistenziale del campanile di Marcellinara” [3].

La condizione di disorientamento non è circoscritta solo a questioni geografiche e territoriali ma si colloca in un ampio campo di indagine che afferisce alla percezione della realtà e alle relazioni simboliche e identitarie. La perdita conduce a un fatto inequivocabile: l’assenza, non solo di punti di riferimento ma anche quella luttuosa della morte. L’annullamento di un corpo solido restituito nella sua immaterialità, e la riflessione demartiniana forniscono l’appiglio a Matteo Messori (Reggio Emilia, 1993) per costruire la sua ultima mostra (appena conclusa) ROOF, presentata alla Galleria Parmeggiani dei Musei Civici Reggio Emilia. La pittura e l’impianto più scultoreo e installativo originano Antiforme e Formestanti (le due categorie in cui raccoglie i suoi lavori) ma anche Status, permettendo di ragionare intorno al ruolo dell’identità e della perdita. Il lutto personale che ha investito l’artista diventa un’occasione per restituire all’assenza una sua materialità con l’ultima opera Fiato.

L’elaborazione del lutto si formalizza attraverso rappresentazioni della stessa con diverse modalità cerimoniali, che nel rituale collettivo trovano riconoscimento, accettazione e decodificazione. Rievoca riti di passaggio attraverso cui esperire le fasi della vita e dell’esperienza, che contribuiscono alla formazione dell’identità personale e della memoria. La minaccia della morte, come conseguenza della crisi dello spaesamento incombe sulla presenza diventando generatrice dell’angoscia demartiniana. Un pensiero che trova affinità con una condizione attuale di precarietà e incertezza generalizzata, amplificata dalla dimensione tecnologica in cui la presenza tenta un’affermazione nello spazio immateriale della rete: “l’esserci è sempre in un ‘far differenza’ che fa l’esserci, mentre il non poterla fare equivale allo scomparire della presenza” [4].

Elena Solito


Note
[1] U. Fabietti, Storia dell’antropologia, Zanichelli
[2] E. De Martino, La fine del mondo, Giulio Einaudi Editore
[3] ibid.
[4] ibid.


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