Conversazione con Zoé Gruni

Hybrid Archipelago è il nome di una nuova rubrica; come un arcipelago ibrido delinea una nuova morfologia che unisce le pratiche artistiche degli artisti emergenti italiani con le loro destinazioni, nelle quali prende forma il ruolo centrale della cultura visiva. Dedico la prima conversazione a Zoé Gruni (Pistoia, 1982).


Ci siamo conosciute molti anni fa a Los Angeles, dove hai vissuto per qualche anno, per trasferirti successivamente in Brasile. Sei una nomade dell’arte, capace di interagire con il contesto. Potresti introdurci la scena artistica di São Paulo e di Rio de Janeiro?

São Paulo è una città industriale, una metropoli multiculturale con una realtà artistica vibrante e dinamica. Quando mi trovavo in residenza artistica presso la FAAP (Fundação Armando Alvares Penteado) ho potuto conoscere da vicino la realtà suburbana. È nel periodo delle “Jornadas de Junho” nel 2014 che ho realizzato il Projeto Boitatá. La rivolta popolare, iniziata per contestare l’aumento dei trasporti pubblici, stava dilagando assorbendo il malcontento sociale generalizzato.

Il centro della città era scenario quotidiano di scontri e violente repressioni della polizia. “Boitatá”, nera entità cornuta dal volto coperto, si aggirava fra i palazzi occupati e le banche in fiamme. È in questi momenti di disperazione che l’intolleranza religiosa si manifesta. In occasione della mostra presso la Kunsthalle ci hanno intimato di non passare il video della performance in streaming perché il suono, ideato in collaborazione con un gruppo di musicisti sperimentali di Bahia, conteneva riferimenti alla religione africana del Candomblé e ad Exú (entità Orixá simbolo di protezione erroneamente associata al diavolo dai missionari cristiani). Durante le performances per strada sono stata offesa più volte da adepti della chiesa evangelica, in forte aumento nel paese e che appena un anno dopo avrebbero eretto il Templo de Salomão nella periferia della capitale paulista. Ma la città che mi ha ospitato per la maggior parte del tempo è Rio de Janeiro. La “cidade maravilhosa” è estrema: affascinante quanto violenta. Vanitosa e superficiale, probabile appannaggio dello sfarzo all’epoca dell’Impero, è oggi meta di turismo massivo. Ma sotto la patina brillante si nascondono le contraddizioni, le diverse classi sociali sono continuamente in contrapposizione ed esistono aree di conflitto delimitate da soglie invisibili di ipocrisia. Dietro l’apparente mescola di colori e sorrisi carnevaleschi si nasconde l’intolleranza e il razzismo. È un luogo dove il pericolo è reale e costante e non è permessa protezione se non attraverso il denaro.

Tutte sensazioni latenti fino a quando non sono state uccise, nel mio quartiere, persone che avevo conosciuto. Marielle Franco è una, ma ne esistono molte altre di cui nemmeno sappiamo il nome. La protesta femminista e della comunità LGBTQI+ mi ha coinvolto fino al midollo. Il Brasile, a prescindere dalle differenze interne fra le città, è permeato dalla pesante eredità storica di un paese colonizzato, schiavizzato e torturato fino alla recente dittatura militare. Negli ambiti culturali si fa esplicito il bisogno di esorcizzare la sofferenza e di trasformare questa rabbia in arte. In un momento storico di forte xenofobia e omofobia il corpo diventa un mezzo fondamentale per affrontare temi come l’identità e il genere. Negli ultimi anni varie manifestazioni artistiche sono state censurate, costante è il tentativo di silenziare chi pensa e mette in discussione il sistema. Le minoranze sono attaccate in forma subdola e il numero di omicidi frutto di fanatismo è altissimo.

Esiste attualmente una riflessione sul concetto di “decolonizzazione del pensiero”. Si tratta di un dibattito aperto in cui nuovi filosofi, artisti e attivisti si incontrano per discutere il “lugar de fala”. Un invito a riflettere sulla posizione sociale che noi stessi occupiamo in relazione agli altri e su quanto la storia scritta da uno specifico tipo di persona (uomo etero, bianco europeo) è approvata a priori nella percezione collettiva. L’autoanalisi è importante per collocarsi in quanto soggetto nel mondo e per rispettare la diversità. Questo dibattito mi ha coinvolto in prima persona, mi interrogo sulla mia provenienza e quanto le basi della mia educazione influenzano il mio fare artistico: nel momento in cui mi approprio di simboli locali e globali, quanto il mio rispetto e la mia umiltà sono sufficienti in un momento storico così delicato? Il mio messaggio è abbastanza diretto? Dove iniziano e dove finiscono l’etica e l’autocensura?

Cosa ti ha dato il Brasile?

Il Brasile si è rivelato un incredibile serbatoio di idee e di stimoli, estremamente interessante in termini di ricerca. Ho accumulato un archivio di materiale denso di simboli e significati. Ho scoperto cose che non conoscevo: la saggezza dei popoli indigeni, il bagaglio della cultura africana portato dagli schiavi, il sincretismo religioso, il concetto di antropofagia, la lotta delle minoranze come la resistenza nelle favelas e le organizzazioni autonome, e molto altro. Tutte queste scoperte mi hanno aiutato a eliminare alcuni preconcetti che mi portavo dietro in quanto figlia di una società cattolica radicalmente legata al pudore e al senso di colpa. Inoltre temevo che non fosse possibile essere artista e allo stesso tempo madre e insegnante e invece ho avuto la dimostrazione del contrario e adesso ho una consapevolezza diversa di cosa significa “creare”. Come sosteneva Beuys con estrema semplicità, un artista che insegna è in primo luogo un attivista in quanto sta aiutando un altro potenziale artista a manifestarsi in quanto tale. In questi anni, oltre a produrre ed esporre il mio lavoro in varie istituzioni pubbliche e private, ho insegnato lavorando molto con bambini e adolescenti provenienti da comunità carenti. Ho sentito che il mio contributo è piccolo ma prezioso perché essere artisti oggi è un atto rivoluzionario.



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Nei tuoi lavori i diversi elementi sono uniti in combinazioni inaspettate, un labirinto di significati complessi che si legano aprendosi a tutte le direzioni; ricostruendo un archivio di mitologie corali. Parlami della tua ricerca.

La mia ricerca nasce fondamentalmente dal bisogno di esorcizzare la “paura del diverso”. Partendo da una riflessione intima per poi sfociare nella dimensione collettiva, il mio proprio corpo è spesso l’elemento catalizzatore ma si estende agli altri attraverso interazioni di vario genere. Il filo conduttore dei miei progetti è sempre la performance, non si tratta di azioni pensate in forma di spettacolo bensì di un processo in evoluzione costante. Il concetto “Seconda pelle” riassume tutto questo. Lo strato che riveste il nostro corpo può essere un accessorio che lo espone ma allo stesso tempo una corazza che lo protegge, funzionando come filtro fra l’essere umano e il mondo. Questo processo si apre in diverse direzioni e diventa inevitabilmente una presa di posizione politica. La multimedialità (performance, fotografia, disegno, scultura, video, installazione) mi permette di spaziare fra i vari mezzi e lascio che questi si sovrappongano. Valorizzo l’aspetto del lavoro manuale e artigianale come contatto con la dimensione popolare e la ricerca antropologica e sociologica sono diventati sempre più importanti.

Quanto la pratica partecipativa ha importanza nei tuoi progetti?

La pratica partecipativa è fondamentale. “L’altro” diventa un co-protagonista e insieme possiamo creare una “collettività temporanea”. È molto complesso lavorare con l’ego dell’essere umano ma nonostante le difficoltà è esattamente questo che voglio: sperimentare la vita attraverso l’arte.

Nella conversazione abbiamo sottolineato quanto il coraggio sia determinante per un artista. Ogni mostra è una sfida, come suggerisce Glissant, per realizzare nuovi modelli e aprire la discussione a punti di vista che non siano stereotipati. Quanto la tua determinazione è stata fondamentale?

Adoro la parola “sfida”! e credo che per affrontarla esistano due requisiti fondamentali: la curiosità e il coraggio.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti che si sono auto-generati dalle precedenti mostre?

Segunda pele è un progetto di ricerca sviluppato fra il 2017 e il 2019 presso la EAV (Escola Artes Visuais) del Parque Lage di Rio de Janeiro. Ho proposto a giovani studenti di creare la propria “seconda pelle” ovvero costruire una scultura indossabile con materiali di riciclaggio con l’obiettivo di realizzare una performance. L’incontro umano con questi ragazzi, provenienti da realtà marginalizzate, è stato molto intenso e ha generato un vero e proprio atto di denuncia. Corpi ibridi e trans-mutanti hanno invaso l’inaugurazione della contestatissima mostra Queermuseu. La mostra, censurata a Porto Alegre per accuse di apologia alla pedofilia da parte dei conservatori, è stata riproposta a Rio de Janeiro attraverso una raccolta fondi dello stesso Parque Lage. Il risultato del progetto è un cortometraggio cinematografico e un’installazione-video a due canali, realizzate in collaborazione con il cineasta franco-russo Alexis Zelensky. Tutto il materiale (fotografie, disegni, scritti) sarà raccolto in un libro in attesa di pubblicazione.

Aladina è un omaggio alla resistenza delle donne, un lavoro sulla memoria e la contemporaneità. Aladina è il nome dalla mia prozia, staffetta partigiana durante la resistenza al nazifascismo, morta giovanissima in un piccolo paese della Toscana nel 1944. I paesani sostenevano che fosse stata vittima del forte stress, la tensione e la paura conseguenti alla sua scelta di opporsi. Dopo aver appurato che non esiste nessuna fotografia di Aladina, ho usato il mio corpo come tela per una serie di immagini femminili resistenti in cui diversi simboli globali e temporali si sovrappongono. Queste, entrano in dialogo con i versi della poetessa brasiliana Priscilla Menezes attraverso una installazione sonora in cui voci di donne reali si concretizzano nello spazio.

Fromoso è una video-performance ispirata al concetto di antropofagia. L’azione è stata realizzata in una discarica di carri del carnevale nell’area portuaria di Rio de Janeiro. Il corpo della ballerina cubana Ana Kavalis si abbandona ad un rituale esoterico nel quale viene assorbita fino a scomparire.

A cura di Camilla Boemio


www.zoegruni.net

Instagram: zoegruni


Caption

Projeto Boitatà, 2013-2014 – Courtesy Zoé Gruni

Segunda pele, 2017-2019 – Courtesy Zoé Gruni

Fromoso, 2019-2020 – Courtesy Zoé Gruni

Aladina, 2019-2020 – Courtesy Zoé Gruni