Conversazione con Mahmoud Saleh Mohammadi fondatore di Spazio Nour

Mahmoud Saleh Mohammadi è artista e fondatore dello Spazio Nour, un laboratorio, un esperimento e un format potenzialmente replicabile, in cui l’arte (soprattutto performativa e partecipativa) diventa un linguaggio universale; un linguaggio che agisce non solo sul piano puramente estetico ma sociale, attivando un dialogo interculturale e interrazziale. In una lunga conversazione telefonica ha risposto a qualche domanda e curiosità.


Dopo gli studi all’Accademia di Brera hai deciso di rimanere a Milano perché hai ritenuto che la città fosse non solo un luogo di formazione ma anche di adozione: come mai questa scelta? Cosa ti ha spinto a fermarti qui?

Dieci anni fa, come molti studenti d’arte che hanno il sogno di vivere in Italia, sono venuto qui. All’inizio volevo trasferirmi soprattutto a Roma o a Firenze, però amici sia italiani sia iraniani mi hanno consigliato Milano e sono contento di aver fatto questa scelta. Ho studiato all’Accademia di Brera, devo dire che Brera è il luogo eletto da molti connazionali per le arti visive e Milano; al primo impatto per me rappresentava una cosa: la casa! Alla fine ho deciso di fermarmi e vivere in questa città.

Hai fondato lo Spazio Nour, un luogo ibrido e di interrelazioni culturali e artistiche. Un luogo che innesca nuove relazioni, un dispositivo scenico che tra interno ed esterno (cortile) assume la forma (simbolica) dei luoghi antropologici augiani1. Il medium artistico diventa occasione per una riflessione intorno a dinamiche sociali, culturali, politiche. Raccontaci come nasce l’idea.

Lo spazio nasce da un’esigenza che si sviluppa durante la mia permanenza qui. Quando sono andato a vivere nel palazzo di Via Bligny 42 non conoscevo la sua storia e mi sono trasferito con un amico dell’accademia perché costava poco. Dipingevo nel mio appartamento al secondo piano e avevo installato l’atelier nel corridoio. Devo dire che era uno spazio unico, un atelier insolito, di un metro di larghezza per cinquantasei metri di lunghezza. L’attività con l’associazione è iniziata successivamente. Il luogo era perfetto per attivare la ricerca artistica che mi interessava, lavorando sull’arte performativa e partecipativa, iniziando un dialogo con il contesto e avviando un progetto integrativo ed empatico di rigenerazione. Dieci anni fa il palazzo era considerato il fortino della droga, occupato da persone disagiate, eravamo abituati ad ambulanze e polizia che entravano e uscivano dal palazzo, era diventata una cosa normale. È stato un lavoro collettivo lungo che ha portato a una relazione difficile ma gioiosa con gli abitanti. Da un lato poche famiglie, studenti e lavoratori, che venivano solo per dormire; dall’altra le gang con i loro problemi. Ho scelto la performance art e l’arte partecipativa perché sono più dirette, immediate, e hanno un impatto più empatico nel comunicare ma ,ovviamente, integro diverse discipline d’arte e attività collettive, come corsi, mostre, residenze e workshop.

Un modello che potrebbe diventare un format replicabile anche in altri contesti difficili.

Esatto. Un luogo che era il centro di problemi sociali si è trasformato, lentamente, in qualcosa di positivo; oggi può essere considerato un modello di integrazione avviato attraverso i linguaggi dell’arte. Il cortile era il luogo dell’incontro e il cibo e la danza erano degli elementi che facevano da collante attraverso le attività culturali. È nato così l’incontro tra gli abitanti e gli ospiti esterni che invitavo agli eventi: artisti, professori, collezionisti e curatori. Attraverso la fiducia e il rispetto è stato possibile un avvicinamento con una realtà difficile che in molti casi ha prodotto un cambiamento reale. Attualmente la situazione è diversa, molti vecchi inquilini si sono trasferiti fuori dal palazzo e ce ne sono di nuovi, tra cui anche molti artisti e studenti. Sono rimaste tante famiglie con le loro seconde generazioni nate e cresciute qui, durante quegli anni.

Considerando ciò che ci siamo detti mi viene da chiederti quale è stata la reazione delle istituzioni ti fronte a questo modello di integrazione che ha nell’arte il suo fulcro?

“UN MAZZO”. Puoi scriverlo se vuoi. Mi hanno invitato a incontri, conferenze, sono andato anche alle Nazioni Unite a Ginevra, all’Expo 2015 – ero una delle associazioni invitate – o ancora nelle università, ma ti dirò che il progetto non ha mai ricevuto un sostegno economico, pur rappresentando un modello di integrazione e rigenerazione urbana con minimi costi. Con la nostra associazione abbiamo altri progetti nel cassetto ben strutturati e con piani economici dettagliati ma di fatto, al momento, gli aiuti non ci sono.



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Avete fatto diverse collaborazioni con la NABA e il Comune di Milano, il vostro è un laboratorio e una fucina di progetti anch’essi potenzialmente replicabili.

Come ti dicevo prima, quello che mi interessa è soprattutto la possibilità di dialogo e interazione. Il progetto con la Naba, sul social design, riguardava nello specifico il contesto di Viale Bligny 42. Ho lavorato come assistente della professoressa Liat Roger per diversi mesi e con sessanta studenti. L’idea era ripensare gli spazi interni del palazzo creando un’impresa sociale in un locale vuoto. Sono nate diverse soluzioni, in verità il progetto potrebbe avere una continuità e essere esportato in altri contesti.

Vorrei soffermarsi sul progetto UNA MOSTRA CHE NON ESISTE, verteva intorno al ruolo dell’assenza di una socialità, lo avete riproposto anche recentemente con una modalità online. In un momento in cui si mette in discussione il ruolo delle relazioni sociali e di eventuali nuove forme possibili, mi piacerebbe una tua riflessione partendo proprio dalla mostra.

La mostra nasce da una idea dell’artista performativo Giuseppe Palmisano, che ho conosciuto attraverso Instagram e che ha creato due personaggi “io sono pippo” e “io non sono pippo”. L’idea era quella di riunire un piccolo gruppo di persone, da cinque a quindici, per tre giorni e instaurare una relazione diversa, iperconnessa e far nascere un’opera d’arte collettiva.

Di fatto avete anticipato quello che sarebbe accaduto di lì a poco con il lookdown, la mostra è dello scorso febbraio.

In un certo senso si. Al momento la situazione è piuttosto complicata, eravamo abituati a eventi con un gran numero di partecipanti e l’esperienza diretta è un aspetto fondamentale. Ora diventa una strategia lavorare sull’esclusività degli eventi aumentando la qualità e sviluppando anche iniziative con gli strumenti digitali, adattandoci alle esigenze della situazione contingente.

L’attuale situazione ha evidenziato e enfatizzato problemi pregressi in ogni settore. Questa potrebbe essere l’occasione per ripensare al ruolo della cultura e dell’arte contemporanea, per attivare politiche mirate che tengano conto delle peculiarità dei soggetti culturali. Cosa ti aspetti e quali ritieni dovrebbero essere le azioni da intraprendere?

Il sostegno economico da parte delle istituzioni. Quello che mancava prima, e che ora diventa indispensabile, soprattutto per gli operatori più piccoli. Ma c’è un po’ di sconforto generale tra associazioni, fondazioni e organismi privati. Credo che al momento una soluzione possibile possa essere unirsi per essere più forti, trovare collaborazioni proficue tra artisti o associazioni per condividere spazi e costi, e creare progetti di qualità. Ed è quello che stiamo cercando in questo momento, artisti o associazioni con cui condividere la nostra esperienza e il nostro spazio.

A cura di Elena Solito


Note
1. Marc Augè – Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità – elèuthera


www.it.spazionour.com

Instagram: spazio_nour


Caption

Mahmoud Saleh Mohammadi – Courtesy Spazio Nour, ph Siavash Yazdipoor

Mahmoud Saleh Mohammadi – Courtesy Spazio Nour, ph Mau Chi

Mahmoud Saleh Mohammadi – Courtesy Spazio Nour, ph Marjan Bozorgmehr