In conversazione con Iva Lulashi

Iva Lulashi (Tirana, 1988) studia all’Accademia di Belle Arti di Venezia, vive e lavora a Milano. La sua pittura coglie in maniera raffinata l’intimità della vita quotidiana, rielaborando frame di video prelevati dalla rete. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a uno spaccato antropologico della società. Una società che guarda all’immaginario collettivo e personale, fatto di spazi intimi e privati che diventano improvvisamente pubblici ma in maniera differente dalle vetrine espositive dei social; conservano un alone di mistero, colgono qualcosa che sta accadendo ma che non è ancora successo e si collocano come immagini atemporali.
Incontriamo Iva appena prima del secondo lockdown, nel suo studio a Milano dove ci prendiamo il tempo di una riflessione intorno al suo lavoro, alla sua ricerca.


Iva cos’è per te la pittura?

È una domanda che torna spesso, in fondo credo che sia molto semplice: è un modo per esprimermi con me stessa e con gli altri, e per instaurare un dialogo. Fa parte della mia quotidianità, è come un pensiero naturale che si trasforma in qualcosa di fisico, in un’immagine.

Nei tuoi lavori traspare sempre un’idea di sensualità, elegante e raffinata, evocata ma mai realmente rivelata: un modo forse per far convivere desiderio e moralità?

La parola morale è una di quelle che sento solitamente lontana da me, non mi appartiene, ma in effetti forse c’è un fondo di verità. Più che di morale credo si tratti di timidezza nel mostrare in maniera diretta qualcosa di così intimo e personale, che sebbene sia dei soggetti che dipingo, sento un po’ anche mia. Una condizione di sensualità che viene amplificata anche dall’atmosfera in cui i soggetti sono inseriti, in un ambiente rurale e non solo nel corpo nudo.

Ricorre spesso questa ambientazione rurale.

Sì, perché in qualche modo mi aiuta a creare l’intimità tra i corpi nudi e l’ambiente naturale, quasi che fosse una sorta di gesto primordiale, dove emerge un desiderio di libertà totale.

Che rapporto ha la tua ricerca con la politica. Nei tuoi primi lavori dipingevi spesso uomini legati soprattutto al contesto storico politico dell’Albania post comunista.

Sicuramente il legame della mia ricerca con la politica è partito da quei lavori, e dalle prime immagini fotografiche di famiglia, dove ho riscontrato una forte presenza del comunismo. Ho cominciato a fare ricerca sulla memoria collettiva e sociale e soprattutto sul concetto di censura. Una censura che ha profonde radici, che percepisco ancora ogni volta che torno in Albania.

Intendi dire che trovi una certa resistenza della popolazione nei confronti delle innovazioni e di una società più aperta rispetto alla storia del comunismo del tuo paese?

Esistono diversi casi, chi in maniera quasi forzata tenta di andare contro quello che c’è stato, la nostra storia, pur non accettandolo. Chi in maniera consapevole lo accetta o lo affronta facendo un lavoro più concreto. E poi c’è una parte della popolazione più anziana che è ancora profondamente radicata in quel passato.

Tornando alla politica, ritrovi lo stesso pensiero anche nelle opere successive? C’è sempre un legame con il contesto storico e culturale da cui arrivi e in cui vivi?

Si. Aver affrontato quel tipo di censura da tanto tempo ha fatto si che a un certo punto, inserendo il tema della sensualità e dell’erotismo, si sia creata una certa ambiguità tra le due cose. Mi capitava di trovare delle immagini di ginnastica collettiva dove cercavo di catturare un certo erotismo, e mi accorgevo che in quel periodo era un argomento che subiva censure. Nell’opera As a glass of water il monumento comunista albanese diventa un simbolo fallico se avvicinato ad altre pitture. È anche il motivo per cui mi piace mettere negli allestimenti più lavori insieme, per creare quel corto circuito e consentire diverse letture di una stessa cosa.

Da un punto di vista tecnico lavori con i “frame” di video recuperati in rete che selezioni e archivi. Come procedi e che tipo di selezione fai per costruire la tua narrazione pittorica?

Fino a un certo periodo usavo parole chiave nella ricerca, poi ho iniziato a guardare tutti i filmati che si possono vedere in rete, senza prenderli da archivi particolari, anche perché quando vedi un video su You Tube, te ne suggerisce un altro e quindi si crea una catena. Preferisco i film che pochi conoscono rispetto a quelli d’autore. Non sono interessata alla trama ma salto da un punto all’altro della traccia. Spesso mi colpisce un colore o un contrasto e soprattutto non ascolto mai l’audio, per non farmi condizionare nella narrazione, inoltre il fatto che siano a bassa risoluzione mi permette di intervenire anche pittoricamente.

Quanto cambia e quanto resta del prelievo?

Al momento del prelievo faccio già una sorta di intervento; solitamente il frame non è mai integro perché mi capita di selezionarne solo una parte. A volte inserisco elementi pittorici estranei al frame catturato, o dei dettagli minimi che cambiano tutto, spesso basta estrarre o creare piccole macchie.

Osservando il tuo lavoro come un’utopica opera unica, la sensazione è di trovarsi di fronte a uno spaccato antropologico della società che guarda nell’immaginario collettivo e personale, fatto di spazi intimi e privati che diventano improvvisamente pubblici ma in maniera differente dalle vetrine espositive dei social. È come se cogliessero qualcosa che sta accadendo ma che non è ancora successo, conservano un alone misterioso lontano da connotazioni temporali.

Ti ringrazio per questa riflessione perché mi ci ritrovo molto! È qualcosa che avviene naturalmente, ma mi rendo conto che è anche un effetto desiderato.



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Il tuo stile, Li ho persi tutti, Licheni del sole, È invisibile e non si sente l’odore, Nostalgia impotente, Il primo mese…Che ruolo hanno i titoli delle tue opere?

È un po’ come il discorso fatto per i frame, anche le parole lo sono e nascono per associazione. Può essere un pensiero che ho e che catturo, come ad esempio nel caso di Li ho persi tutti, oppure mi capita di aprire un libro senza leggerlo tutto, scelgo delle parole che poi vanno a comporre il titolo. Il titolo è parte dell’opera.

Cosa mi dici delle opere in studio?

La più recente tra quelle presenti in studio è questa, l’ho finita ieri, si intitola Sveglia!. Le altre opere più recenti sono in mostra in galleria, quindi qui c’è più presenza di opere di tre o quattro anni fa che mi fanno ancora compagnia.

Questo lavoro mi offre lo spunto per una curiosità. In molti tuoi quadri il volto è spesso nascosto o poco leggibile. Celare l’identità è forse un modo per lasciare che ognuno si possa identificare in quell’immagine. Mi sbaglio?

No, è esattamente cosi, quasi a sottolineare che comunque siamo corpi uguali nella nostra umanità. Anche come nel caso dell’ultimo quadro, quando il volto è più visibile, non c’è quasi mai uno sguardo diretto verso lo spettatore. Penso che non sia tanto una necessità ma si tratta di qualcosa che avviene in maniera spontanea, a un certo punto, tra tanti frame, ne scelgo uno in cui il volto è visibile.

Quest’opera è di piccolo formato, come molte tue opere del resto, c’è qualche motivo preciso?

Finita l’accademia a Venezia non avevo molto spazio se non uno sgabuzzino in cui dipingere. Aver mantenuto una continuità con quell’abitudine, sebbene in alternanza a opere di più grande formato, è condizionato da quel periodo di due anni. A volte però sento una reale necessità di cimentarmi con formati diversi, il più grande l’ho realizzato quest’estate di 200×170 cm.

Come è stato il tuo inizio nel mondo dell’arte?

Prima in accademia e poi a Pordenone (dove mi sono trasferita), l’unico sforzo era trovare un modo per dipingere, senza pensare troppo a questioni strategiche per la carriera. Non ignoravo ciò che accadeva nel mondo dell’arte e appena riuscivo a mettere da parte un po’ di soldi, prendevo un treno e mi muovevo per curiosare tra musei e mostre. Nonostante alcune ottime esperienze espositive, sono sempre stata un po’ inconsapevole di un possibile risultato concreto. Nella residenza del 2018 ad ArtHouse (Scutari) gestita da Adrian Paci, ho conosciuto Rischa Paterlini ed è iniziato il mio rapporto professionale con un collezionista come Giuseppe Iannaccone. Da quel momento mi sono trasferita a Milano, ho partecipato a un progetto di residenza presso VIR Viafarini in residence, ma è nel corso della mostra a cui ho preso parte, allestita all’interno degli studi dell’avvocato Iannaccone, che ho avuto la fortuna di conoscere Ida Pisani e di lavorare con la galleria Prometeo. L’ultima bipersonale nella galleria è stata a gennaio 2020 con l’artista Regina Jose Galindo, che amo molto.

E il tuo rapporto con i collezionisti?

Non è che tutte le volte ci sia una relazione cosi stretta, alcuni comprano un’opera perché in quel momento è scattato qualcosa, con altri invece si instaura un rapporto più duraturo. I collezionisti a volte hanno un ruolo fondamentale se capiscono il tuo lavoro e la tua ricerca. Prima ho parlato di Iannaccone con cui ho modo di relazionarmi e di percepire una presenza importante, ma ce ne sono stati anche altri, in diverso modo, con cui c’è ancora un ottimo dialogo.

Quanto il contesto attuale ha influenzato o influenza il tuo lavoro?

Ci sono state delle opere prodotte durante quel periodo, che a posteriori, potevano avere un collegamento, ma non è stato intenzionale. Poster quotidianoinvece è stato un progetto specifico realizzato durante il lockdown con Adrian Paci e Fabio Roncato, supportato dall’importantissimo coinvolgimento di Giuseppe Frangi (Casa Testori) e Rischa Paterlini, in cui abbiamo coinvolto 26 artisti a realizzare un poster in edizione limitata, devolvendo il ricavato alla Fondazione Progetto Arca Onlus.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Riesci a immaginare un’idea di futuro in questo momento?

Sinceramente per quanto sia un periodo diversissimo, credo di aver vissuto già qualcosa di simile. Quando frequentavo l’Accademia non avevo idea di cosa volesse dire diventare artista eppure andavo avanti tra prove e errori. Adesso che in più posso fare affidamento sull’esperienza e sul supporto della mia gallerista, riesco a stare abbastanza serena, e pensare che ho una parete e del materiale per lavorare. Il periodo del primo lockdown l’ho trascorso a Pordenone ed è stato produttivo, sebbene avessi un piccolo spazio a disposizione, ho riscoperto quell’intimità con il lavoro lontano da distrazioni esterne. Il futuro si crea anche attraverso il lavoro che si fa, nel luogo in cui si è, anche se privo di apparenti relazioni. Ci sono un po’ di progetti in programma ma preferisco aspettare di vedere cosa accadrà nei prossimi mesi per parlarne.

A cura di Elena Solito


Instagram: ivalulashi


Caption

VOI, 2020 – Olio su tela, 25×30 cm – Courtesy Iva Lulashi e Prometeo Gallery

Visibile e mobile, 2020 – Oil on canvas 100 x 150 cm – Courtesy Iva Lulashi e Prometeo Gallery

As a glass of water, 2019 – Olio su tela, 40x60cm – Courtesy Iva Lulashi e Prometeo Gallery

Ritratto Iva Lulashi, Courtesy l’artista