Quel che resta, della materia | In conversazione con Ilaria Cuccagna

Un residuo, un fossile, una forma imperfetta. Sono pietre, recuperi dall’ambiente (naturale o industriale) o ancora l’esito di assemblaggi di materie e stampi, che in taluni casi, proprio nella natura trovano la forma definitiva, anche a distanza di anni. È il nucleo profondo della ricerca di Ilaria Cuccagna (Cesena, 1981) laureata all’Accademia di belle arti di Urbino, che vive e lavora tra Milano e Como, dove collabora con la Galleria Ramo. Il suo è un lavoro paziente, quasi un’ossessione verso l’apparente fragilità e malleabilità della materia che si fa fenomenica, giacché sottoposta a un ciclo di vita autonomo e imprevedibile. Il suo procedere non tradisce un evidente legame con le memorie dell’umanità e con le sopravvivenze antropologiche, nel tentativo (riuscito) di rivelare la forma (im)perfetta e per questo unica.


Il tuo lavoro è un inventario archeologico e naturalistico costituito da fossili, memorie e rovine. Alcuni di questi lavori si chiamano proprio Archelogical Series e Memorie di contatto. Parlami della tua pratica artistica e delle sue evoluzioni.

Sono sempre stata attratta dal “ciò che precede” e da “quello che rimane” delle cose. Trovo la perfezione della nostra realtà molto artificiosa e a volte inquietante. Questo mi ha portato a voler capire come certe cose venissero realizzate. La mia formazione è volutamente tecnica e manuale: la pratica ti porta a capire certi meccanismi, determinate reazioni e a riflettere profondamente sulla materia. Allo stesso modo mi hanno sempre affascinato i resti, non solo archeologici, ma anche ciò che rimane sulla materia o della stessa, dopo una certa reazione. Quando questi pensieri non erano ancora così nitidi, all’epoca dell’Accademia, sperimentavo in maniera del tutto libera e istintiva questi principi. Ci sono opere di allora, o fotografie di alcune sculture realizzate in quegli anni, che sono state determinanti per la mia crescita personale e professionale. Mi riferisco a Archeologico, tra creazione e ritrovamento, oppure a La sedia o: Siediti! una scultura composta da una porzione di binario della ferrovia e un sellino di bicicletta completamente arrugginiti, entrambi trovati in una discarica a Urbino. Il fatto di essermi trasferita dalla Romagna, dove sono cresciuta, alla Lombardia e quindi di essere passata dall’orizzontalità infinita alla verticalità delle Alpi, mi ha portato a rimodulare la mia pratica in relazione a questo territorio così fortemente suggestivo. Mi riferisco al territorio del Lago di Como, dove vivo ormai da dieci anni.

Una caratteristica delle tue opere è l’indefinitezza delle forme, o sarebbe meglio dire la scelta di rendere l’informe e l’imperfezione naturale della scultura, quasi come fosse un paradigma. È forse il tentativo di ristabilire un contatto più autentico tra l’uomo e la natura? (non mi riferisco solo a Natural Culture, From The Archeological Series ma al tuo lavoro in generale).

La perfezione, quella vera, contempla l’errore. L’errore, come accezione negativa, esiste solo negli occhi dell’uomo perché la natura prima o poi si adatta e sa come venirne fuori: la natura ha le risorse per farlo. In fondo cos’è l’imperfezione se non qualcosa legato a un preconcetto di perfezione che caratterizza unicamente l’uomo? Io amo sottoporre le mie opere a stress dai quali da sole ne escono vincenti. Tutti oggi sono capaci di fare o commissionare qualcosa di “perfetto”! Trovo sia molto più importante creare qualcosa d’imperfetto e unico.

Tecnicamente si tratta di assemblaggi di ritrovamenti e/o fusioni. Ma c’è un aspetto della realizzazione che spesso è demandato all’imprevedibilità dei processi naturali a cui tu li sottoponi. Raccontami come procedi.

Sì, ogni opera mi provoca una tensione emotiva non indifferente perché le variabili, quando sperimenti sempre ciò che utilizzi, sono infinite. Questa lotta tra il prima, il fare e il risultato che si materializza è ciò che cerco e trovo quando realizzo una scultura. Intanto non scolpisco e neanche modello, per la verità. Generalmente procedo per negativi: assemblo questi negativi che ho realizzato negli anni calcando dettagli naturali o vecchie sculture, e creo come dei “vasi” che poi riempio di materia. La materia che colo all’interno delle forme è sempre qualcosa di impuro che, una volta liberata dagli stampi, reagisce fisicamente o chimicamente con l’aria, l’ecosistema in cui viene inserita, il calore, il tempo etc. Ho lavorato all’interno di Fonderia Battaglia qualche anno fa, creando un vero e proprio archivio di patine (centinaia di colorazioni, soluzioni chimiche applicabili al bronzo). Questa esperienza ha rafforzato il mio naturale interesse per il pre e il post di una scultura ed è stato di ispirazione per nuove ricerche sui materiali. Conoscendo la tecnica posso giocare con essa e spingere la materia a esprimersi attraverso nuovi risultati. In maniera differente procedo quando porto le mie opere in ambienti naturali. Sono sempre stata affascinata da come i fattori ambientali interagiscano con le cose e in particolare con le opere d’arte. Ciò che generalmente è considerato un deterioramento, per me è da considerarsi vita, una naturale evoluzione dell’opera. Così ho iniziato ad abbandonare alcuni manufatti all’interno del bosco, in luoghi da me facilmente raggiungibili, per poterli riscoprire dopo mesi o anni. L’ecosistema naturale va sempre oltre le mie aspettative e questo è il potere che voglio far emergere. Cerco sempre una sorta di imprevedibilità, una reazione da parte della materia che non voglio controllare. La scoperta più sorprendente è stata quando avevo incastonato alcuni volumi con parole incise, all’interno di muretti a secco invasi da muschi. Circa due anni dopo il muschio aveva invaso anche le mie parole, corrodendone alcune parti: la parola “lavoro” è diventata “oro”.



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A cosa stai lavorando e come il 2020, con i vari lockdown a intermittenza, ha influito (se lo ha fatto) sulla tua ricerca, considerando il tuo modo di procedere?

In questo periodo sto lavorando in maniera libera ma anche con l’obiettivo di un’esposizione personale all’interno della fondazione Mecrì a Minusio/ Locarno in Ticino. La Fondazione è dedicata al lavoro di un archeologo e artista ticinese, Aldo Crivelli. La mia mostra partirà dalla scoperta del ripostiglio di un fonditore di bronzi dell’epoca del ferro effettuata dal Crivelli nel 1946 ad Arbedo, in Svizzera. Questi periodi di stop a intermittenza hanno di certo influito sulla possibilità di muovermi e proseguire la mia ricerca negli spazi naturali e quindi mi sto concentrando molto sul lavoro in studio. Per quanto riguarda la personale, ne determineranno forse la posticipazione.

La tua posizione come artista è per certi versi privilegiata, da poco collabori con Galleria Ramo, una giovane galleria di ricerca. Che programmi hai e quale credi sarà la sfida per l’arte contemporanea in un periodo che prevede ancora mesi difficili.

Questa è una delle belle cose accadute durante l’anno appena concluso, Galleria Ramo ha voluto dare un segno d’incoraggiamento e un’iniezione di fiducia decidendo di rappresentare il mio lavoro. Per me è un traguardo importante perché spesso la mia ricerca è stata considerata dai galleristi troppo sperimentale per gli standard della galleria. Io credo che le gallerie debbano prepararsi a un rinnovamento, un accoglimento dei nuovi mezzi di espressione, assumersi il rischio di sostenere opere “instabili” ma al tempo stesso potenti. Oggi questo compito è demandato alle residenze, alle fondazioni e ad associazioni no profit, ma sinceramente penso che la sperimentazione, così come la fragilità e l’impermanenza, siano dei concetti attuali, dei valori fondanti la società contemporanea e dunque commerciabili.

A cura di Elena Solito


www.ilariacuccagna.com

Instagram: ilaria_cuccagna


Caption

Natural Culture from the Archeological Series, 2019 – Gesso, ossido di ferro, sale, funghi, tempo – Courtesy collezione Fondazione Macconi

Pelle II, 2020 – 1 kg di gomma siliconica, residui di mura, chiodi – Courtesy Galleria Ramo e l’artista

Lavoro/oro, 2017-2019, gesso e muschio – Courtesy l’artista

Archeologico, tra creazione e ritrovamento, 2003 – Legno, cemento e fotografie – Courtesy l’artista

Ilaria Cuccagna – Courtesy l’artista