GIUSEPPE IANNACCONE, una collezione emotiva

È una narrazione corale, emotiva, costituita da sentimenti tradotti attraverso un linguaggio atemporale, con pennellate cariche di colore, mimetismi grafici, gestualità delicate o plasticismi della materia. Un racconto universale che trova forme diverse all’interno di “un catalogo dei sentimenti” del Novecento, raccolti nella collezione dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, professionista e titolare di uno dei più importanti studi legali in Italia, collocato al secondo piano di un grattacielo nella centralissima Milano.
Al freddo dell’inverno dà conforto il calore manifesto delle opere creando un filo continuo che ruota intorno all’espressionismo della loro rappresentazione. Sensibile, spontaneo e profondamente generoso, l’avvocato non si sottrae alle domande ma risponde con coerenza e precisione. Anticipa progetti futuri e sogni possibili, condivide con il pubblico la propria collezione con modalità diverse, aprendo lo studio o prestando le opere come in occasione della recentissima Italia 1920-1945, una nuova figurazione e il racconto del sé, realizzata a Milano, Bergamo e l’anno prossimo a Londra presso l’Estorick Collection. Attraverso il progetto IN PRATICA sostiene i giovani artisti con mostre che si svolgono in dialogo con la collezione, diventando un esempio illuminato di mecenatismo contemporaneo.


Nella sua collezione esiste una connessione, un fil rouge fondato su un certo espressionismo e una spontaneità della figurazione. Mi parli di questo.

È proprio così. Apprezzo l’arte nella sua totalità e per le differenze di linguaggi estetici. Frequento i musei e mi incanto di fronte all’astrattismo di Afro o alla pulizia formale di un Manzoni o un Castellani; dopo tanti anni riconosco i capolavori ma non li compro. Sono grandi artisti, probabilmente più grandi di quelli che colleziono io ma non mi interessa circondarmi di lavori che non sono lo specchio dell’animo umano. La mia non è una ricerca oggettiva di ciò che conta nell’arte, piuttosto una ricerca personale, intima, un catalogo dei sentimenti narrati da artisti che sento vicini e che esprimono una poetica fatta di emozioni reali.

Guardi, la prima opera che ho acquistato è stata una prostituta raffigurata in un quadro di Aligi Sassu, che nella mia testa era un atto di amore e passione, confessione di una debolezza umana. Poi ho scoperto che la donna aveva il volto della moglie del pittore che l’aveva tradito e che lui dipingeva associato al corpo delle prostitute che incontrava in quel momento di disperazione. Avevo colto che fosse qualcosa di più, un fuoco di una passione insana, perché degli uomini bisogna raccontare anche le cose meno edificanti. Voglio collezionare poeti che hanno l’aspirazione di restare nella storia arte. Qualche volta, prima di addormentarmi, prendo in esame tutte le opere che ho e non finisco la lista, questo mi inorgoglisce e mi conferma che non posso separarmene.

Beatrice Marchi
Beatrice Marchi – Curriculum hands in front of a London by Monet, 2017 – 100x140cm – acrilico e pastello su legno – courtesy Collezione Giuseppe Iannaccone

Ha affermato di collezionare arte tra le due guerre perché è nei momenti di difficoltà che si creano opere particolarmente emotive1. Alla luce del panorama contemporaneo investito da crisi socio-politiche ritrova questa stessa emotività?

Assolutamente si. Trovo che l’essere umano sotto stress esprima il meglio di se stesso. L’uomo in tensione non finge ma è spontaneo e l’atto creativo oggi non è diverso da ieri. Prenda Imran Qureshi, è un artista che racconta violenze e sofferenze del Pakistan, attraverso le quali fa riflettere su temi universali. È lo stesso stato emotivo degli artisti tra le due guerre. Anche José Regina Galindo ha lo stesso tipo di respiro, narra la sofferenze delle donne e della situazione del Guatemala e mette in scena la rappresentazione del dramma attraverso la forma antropologica del rituale, dove la ripetizione dei gesti e delle azioni diventano espressione dell’animo umano.

Ma non ci sono solo sofferenza e dramma esistenziale, tutto il ventaglio delle emozioni deve essere considerato; anche le gioie. Sono un cercatore di emozioni in generale, anche degli atti d’amore. Ho dato in prestito un’opera di Laura Owens, Untitled, 2000 per una retrospettiva in corso fino all’anno prossimo al Whitney Museum di New York. Rappresenta due amanti in un letto con alle spalle uno sfondo blu, è un quadro etereo, poetico e straordinario. Parla di amore, riprendendo un dipinto dell’ottocento in modo nuovo. Tanti direbbero che si rifà a un’opera del passato, affrontando una situazione già sublimata e che si tratta di un epigono. In realtà è riprova dell’immortalità della pittura, dell’espressionismo e della poetica dei sentimenti, anzi, dimostra l’immortalità dell’arte! Il legame con la pittura per me è espressionismo. Ogni anno che passa penso sia sempre più difficile fare pittura nuova, ma quelli che riescono sono straordinari artisti in grado di esprimere novità e io cerco questi fuoriclasse.

Nella collezione c’è anche tanta scultura, ne ho una percentuale altissima rispetto agli altri collezionisti; la amo molto per il suo essere presenza fisica e vitale. Pensi che di Banksy, ho due opere importantissime ed espressive, una del 2005 e l’altra del 2006. Di Kiki Smith ho acquistato le sue prime sculture, ormai dieci anni fa, a una mostra a Roma, e oggi vederla a Venezia è una grande soddisfazione. C’erano quattro lavori e ne ho presi due, uno grande e l’altro piccolo, a oggi mi sono pentito di non averli acquistati tutti.

Il progetto IN PRATICA nasce nel 2014 e si pone di far dialogare artisti molto giovani con le opere della collezione. Mi racconta come è nata l’idea e quali sono gli obiettivi futuri?

Premetto che Rischa Paterlini, che cura la collezione, si è affezionata a me e alla collezione con cui c’è ormai un rapporto osmotico. Il progetto nasce da un’idea comune, ma ha a che fare anche con la mia storia personale e professionale. Quando ho iniziato a muovere i primi passi nell’avvocatura, la paura era proprio quella di non avere la possibilità di fare pratica legale, che sappiamo essere indispensabile per la professione e la formazione. Ho immaginato che l’ansia provata da me, giovane studente che si confrontava con i grandi avvocati, fosse la stessa degli artisti, spesso senza galleria, quando oggi devono accostarsi ad autori più importanti di loro come quelli ad esempio nella mia collezione. Ci siamo immaginati una porta aperta, una possibilità da offrire loro. Rischa ha un ruolo decisivo di ricerca e ciò che viene realizzato è frutto del suo lavoro. Ma per questi giovani non è un confronto semplice. Beatrice Marchi ospitata in occasione della scorsa edizione di IN PRATICA, è stata esposta vicino alla grande pittura di Hernan Bas, un paesaggio fantastico e cupo, un viaggio immaginario, come lo è quello delle sue opere.

Più che obiettivi per il futuro potrei parlare di sogni. I grandi collezionisti sono industriali e grandi imprenditori e lei deve pensare che faccio il professionista, ma per incoraggiare progetti importanti non è abbastanza. Mi piacerebbe consentire ai milanesi di fruire un po’ di più del progetto e poter ricevere gli ospiti tutti insieme e non venti persone alla volta, affinché la collezione possa essere rivelata nella sua totalità. L’ho visto fare a Miami da grandi collezionisti stranieri o americani come Mera e Don Rubell, solo in Italia questa pratica è meno diffusa.

Beatrice Marchi
Beatrice Marchi – Autoritratto , 2016 – 70x60x20cm, olio e acrilico su legno – courtesy Collezione Giuseppe Iannaccone

Come studio legale vi occupate di diritto dell’arte? Ha qualche caso particolarmente complesso o curioso da segnalare? Come collezionista e avvocato, quali ritiene siano le urgenze e le necessità in materia anche in vista della Legge di Bilancio in discussione?

Non è la mia specialità. Mi occupo di questioni finanziarie patologiche, processi e situazioni che hanno a che fare con il mondo della finanza, che ho sempre studiato fin da ragazzo. Il diritto che attiene all’arte mi interessa in quanto collezionista. Questo è il paese degli eccessi, ha ignorato il mondo dell’arte per moltissimi anni, lasciando spesso che modalità discutibili mettessero me, che sono un legalitario, in difficoltà e a disagio. Ora si vuole fiscalizzare tutto e punire il collezionista, imponendo un’imposta sul valore con efficacia retroattiva. Penso che occorra una misura coerente e corretta atta a dimostrare e certificare la provenienza dei flussi economici intorno agli acquisti, questo sì, ma anche degli interventi che non svalutino il settore anche dal punto di vista della peculiare proposta artistica italiana rispetto a quello estera. Mi auspico che gli abusi del passato cessino e che ci siano equità ed equilibrio, che si rispetti chi ha fatto sacrifici e acquista legalmente. Penso anche che sarebbe necessaria una legge sulle aste affinché ci sia trasparenza, come per i mercati azionari, per evitare situazioni poco chiare per chi acquista in buona fede e per abolire certi divieti di esportazione su opere con oltre cinquant’anni. Bisogna fare un distinguo tra l’attività commerciale di chi vende, che deve pagare le tasse come professionista e il collezionista, la cui azione del vendere e comprare è limitata e occasionale.

L’arte è il contraltare della professione. Sono avvocato e alla fine la collezione è entrata nel mio ufficio. All’inizio è stata vista con una certa circospezione da collaboratori e clienti ma per me non è un metodo per arricchire relazioni sociali, perché è passione pura e non voglio sminuire quell’atto d’amore. Quando io ho un’opera che si è rivalutata nel tempo e mi dicono di venderla, ecco, come fanno a non capire che questo non è possibile, perché la gioia che provo nell’averla vista crescere è impagabile e sarebbe come privarsi di questa gioia. Impossibile!

Vede come prospettiva per il futuro la possibilità di realizzare una mostra sulla sua collezione contemporanea?

Certamente. Mi piacerebbe perché la mostra Italia 1920-1945, una nuova figurazione e il racconto del sé è un sogno che avevo nel cassetto da tanti anni, ma avevo remora di non essere io ad autocandidarmi. Quando mi è arrivata l’offerta dalla Triennale è stata per me una gioia immensa. Ma mai avrei creduto a quel risultato! La sera dell’inaugurazione c’erano milletrecento persone e altre mille non sono riuscite a entrare. Mi è stato riportato che l’affluenza per tutta la durata della mostra è stata di diciassettemila persone. Io che conosco a memoria tutti i quadri, ho provato una grande emozione nel vederle allestite e ho pensato che stessero meglio lì che a casa mia, e difficilmente lo dico, ma in quel caso c’era stata una realizzazione fantastica. Nell’ambiente dedicato a Birolli la luce entrava direttamente dalle finestre illuminando le opere.

Mi piacerebbe riuscire a fare una mostra anche con la collezione di arte contemporanea perché questi artisti se lo meriterebbero. Ricordo che ho sempre avuto l’abitudine, anche in passato, di tenere lo studio aperto al pubblico in certe occasioni. Un giorno il notaio Consolandi, appena uscito dall’ospedale, dopo essere stato operato per un male, che poi lo ha portato via, mi telefonò chiedendomi di vedere la collezione. Ho avuto la sensazione che tenerla aperta al pubblico fosse importante, se un uomo di profonda umanità e un grande collezionista come lui aveva sentito il bisogno, in quel momento particolare della sua vita, di vederla. Ecco ho pensato che anche alla città di Milano potesse interessare.

Elena Solito

 

1 Rischa Paterlini, Una collezionista alla ricerca di se stesso: Giuseppe Iannaccone si racconta, in La rivista di Bergamo, nuova serie numero 90, aprile-maggio-giugno 2017.

 

Immagine di copertina: Ritratto Avvocato Giuseppe Iannaccone – courtesy Collezione Giuseppe Iannacone

 

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